Io sono la via, la verità e la vita

IL VANGELO DI GIOVANNI

Seminario tenuto da PIETRO ARCHIATI

Sasso Marconi (BO) dal 25 al 29 Agosto 2004

Fascicolo 7

dal capitolo 14,1 al capitolo 15,27

14, 1 – I discorsi dell’Ultima Cena

15, 27 – La vite e i tralci

Ultima Cena – Beato Angelico

14,6. Gli dice Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita”

“Gli dice Gesù: Io sono la via, la verità e la vita” -Egw eimi h odoV kai h alhqeia kai h zwh (egò eimi è odos kai è alètheia kai è zoè)-. Una delle frasi più famose del cristianesimo, e ringraziamo Tommaso che con questa domanda che, insomma, ha fatto a nome di tutti noi, gli ha tirato fuori quella bella risposta che commenteremo dopo la pausa.

Intervento. Volevo solo aggiungere che avevo notato che la domanda che fa Tommaso è complementare a quella di Pietro; cioè, lui presuppone la via… Pietro chiede, dove andiamo?

È la mèta, e Tommaso gli dice, se non lo sappiamo dove andiamo non possiamo neanche sapere la via, quindi è il discorso delle polarità, che in realtà sono unilaterali come domande, nel senso che una richiama l’altra ma sono staccate mentre vanno tutte e due insieme per capire quello che dice il Cristo.

Archiati. questo ci porta a riassumere il discorso, mettendo tutti e due insieme.

Pietro dice: “dove andiamo a finire?” E il Cristo cosa gli dice: “dove vai a finire lo saprai soltanto quando ci arrivi”, in fondo detto in parole povere. E allora? Ci resta soltanto la strada: la strada, i passi, cioè il pezzo di strada sulla quale ci troviamo, e Tommaso pone l’altra domanda unilaterale, e dice: “ma se non sappiamo dove andiamo, come possiamo sapere… conoscere la strada?”

In altre parole, sono due unilateralità che ci fanno perdere l’umano. L’umano è nel dinamismo, nell’interazione tra l’ideale che mi dice “dove devo arrivare” e la capacità di incarnare, di realizzare questo ideale passo per passo. Perché se io un ideale non lo realizzo passo per passo, percorrendo la strada completa che mi porta lì, non ci arriverò mai.

E, posto in altro modo: qual è il rapporto tra i passi concreti da compiere e la mèta da raggiungere?

Più compio i passi concreti e più mi si chiarisce la mèta; e più mi chiarisco la mèta, a livello di conoscenza, di anticipazione conoscitiva, e più so, e meglio so quali passi compiere; ma il rapporto è reciproco. Il rapporto è reciproco, io non posso sapere quali passi compiere senza perlomeno conoscitivamente, anticipare la mèta; ma non posso anticipare la mèta sempre meglio e a ragion veduta, non posso conoscere completamente la mèta se non percorrendo i passi.

In altre parole, l’umano è fatto di due dimensioni: -la dimensione della conoscenza, la dimensione intellettuale – anticipa conoscitivamente le mète da raggiungere – -e la dimensione morale che è la trasformazione concreta, a brano a brano, passo per passo, dell’essere per arrivare a queste mète.

La dimensione conoscitiva, che conosce a livello di pensiero le mète ultime, senza la dimensione morale, diventa vuota astrazione; e la dimensione morale, quella del fare i passi concreti, che disdegna l’impegno conoscitivo di sapere dove si deve arrivare, è puro egoismo. E’ voler essere buoni senza sapere in che cosa consiste il bene umano, perché il bene conoscitivo fa troppa fatica… si fa troppa fatica!

E l’umano consiste in tutti e due. Si capisce il discorso? Perché di persone che vorrebbero essere buone e che dicono peste e corna di ogni teoria ce ne sono tante, ma vogliono essere buoni senza sapere conoscitivamente in che cosa consista oggettivamente il bene umano! E in che cosa consista oggettivamente la pienezza dell’umano è una questione di conquista conoscitiva, di cammino intellettivo, intellettuale… E abbiamo nel mondo d’oggi un sacco di gente che a livello di conoscenza poltrisce su tutta la linea, e poi si chiede perché è infelice! Torna il discorso?

Quindi, dal momento in cui noi privilegiamo la conoscenza…conoscenza…conoscenza… ma non facciamo i passi, usciamo dall’umano! Dal momento in cui uno deve fare, fare, fare… diventare buoni, aiutarci a vicenda, e nel sociale, essere attivi, eccetera… senza avere la minima idea di dove andiamo come evoluzione umana, svuotiamo l’essere umano, perché lo svuotiamo quando gli portiamo via la dimensione di evoluzione di coscienza, e lo svuotiamo quando gli portiamo via la dimensione di evoluzione morale.

A livello di coscienza, cari amici, chi ci proibisce di anticipare, come spiriti pensanti, tutte le vite evolutive aperte allo spirito umano? Perciò siamo stati creati come spiriti pensanti, e se non ci facciamo un’idea sempre più chiara, sempre più avvincente, delle mète da conquistare come esseri umani, come vogliamo fare i passi concreti? In che direzione? Non abbiamo il criterio per sapere che cosa realizza l’umano e che cosa non lo mortifica.

E queste due dimensioni dell’umano ce le abbiamo nella nostra tradizione occidentale a partire da Aristotele, dai filosofi greci, tutto il cristianesimo: “Fatti non foste a vivere come bruti ma per seguir virtude – la dimensione morale – e conoscenza” – la dimensione intellettiva -. Da che mondo è mondo ci è sempre stato detto: “l’umano consiste di queste due dimensioni fondamentali, la testa e il cuore”. Una testa senza cuore – in Toscana la chiamano “acchiappanuvoli”, fantasticherie – se non le realizzi moralmente, se non le fai… a che ti serve? Una testa senza cuore non è un uomo; un cuore senza testa, eh non crediate mica che sia maggiormente un uomo! No, no. Puro egoismo: vuol essere buono a tutti i costi! No, non si può essere buoni a tutti i costi! Si può essere buoni, moralmente buoni, soltanto seguendo le leggi oggettive dell’umano, e quelle vanno imparate, vanno afferrate conoscitivamente.

Il buono non si può imporre come comandamento morale perché il buono supremo è soltanto la libertà, soltanto nella libertà l’essere umano è buono…

Ma libero sono soltanto nelle cose che capisco.

Questo, il modo in cui la domanda di Pietro sulla mèta, che si riferisce al cammino principalmente di conoscenza, di anticipazione conoscitiva; e la domanda di Tommaso che si riferisce alla via, ai passi concreti, ci rendiamo conto che il vangelo è articolato….prendendo due dei dodici apostoli; adesso poi ne arriveranno altri due, ché pongono la domanda sullo spirito, il Padre e la materia, il mondo refrattario; in questa quaterna, dove c’è il mistero dell’evoluzione nel tempo, la tensione, tra la mèta finale e i passi nel presente, e la tensione primaria nello spazio, nel contemplare fra spirito e materia… il testo, mettendoci alla base queste quattro domande dei quattro apostoli, che cos’è?

E’ una partitura fondamentale che serve ad ogni spirito umano. Non ha nulla a che fare con una religione particolare che va bene solo per cristiani; è un testo che va bene per essere umani, nella misura in cui assurgono al livello di ciò che è universalmente umano.

E universalmente umano è l’intellettivo del pensare e il morale dell’amare. Perché una persona – e non m’importa nulla se appartenga a un popolo o se abbia un diverso colore della pelle, o se appartenga ad una religione anziché ad un’altra, non m’importa nulla -, in quanto essere umano deve ben capire che queste sono le due dimensioni dell’umano, fondamentali.

Il cammino del pensiero – capire le cose – e il cammino morale – fare le cose, attuarle, realizzarle-.

Dove vado? = Mèta conoscitiva

La strada = Cammino morale passo per passo

Spirito

Materia

Il testo integrale disponibile a questo link

Beato Angelico – “L'istituzione della Eucarestia (1450)”

 

 

IO SONO LA RESURREZIONE E LA VITA

IL RINASCERE DI OGNI UOMO

Pietro Archiati
Dal 5° volume del commento al Vangelo di Giovanni – Atti del seminario di Castel San Pietro Terme dal 25 al 30 agosto 2003

Gustav Dorè - “La resurrezione di Lazzaro”
Gustav Dorè - “La resurrezione di Lazzaro”

 

Lunedì 25 agosto 2003, sera – Introduzione

Benvenuti a tutti!

Nell’ultimo incontro eravamo arrivati al capitolo 9, dove si parla del cieco nato. Anche nei sinottici di Matteo, Marco e Luca ci sono guarigioni di ciechi, certo che ci sono. Però, se proprio volete cogliere una differenza molto importante, in nessun altro vangelo c’è la guarigione di un cieco nato.

Nel vangelo di Giovanni c’è soltanto una guarigione di un cieco, ed è il sesto dei sette segni di questo vangelo (l’ultimo segno che ancora vedremo nell’11° capitolo è il risveglio di Lazzaro). I miracoli del Cristo nel vangelo di Giovanni vengono chiamati “segni” e non “miracoli”. Il sesto segno è la guarigione di una persona nata cieca, e tutto il testo continua a sottolineare il fatto che è nata cieca; pensate voi che sia importante questo fatto? Nella teologia tradizionale non ci si dà importanza più di tanto, anche perché gli altri tre vangeli parlano di guarigioni senza neanche riferire che ci sia un cieco nato.

Faccio un’introduzione, questa sera, prima di entrare dentro questo evento bellissimo: uno dei tratti fondamentali dell’operare del Cristo – cosa che avviene in questo momento e sempre – è di ridare la vista a esseri umani che sono nati ciechi. Occuparci del vangelo, occuparci del fatto che il Cristo dà, ridà la vista a un cieco nato, per noi può essere interessante soltanto se cogliamo l’aspetto fondamentale che ci riguarda tutti, uomini e donne: e cioè che essere uomini significa strutturalmente essere nati ciechi. Perché se noi non siamo tutti nati ciechi, allora non ci riguarda il fatto che il Cristo guarisca un cieco nato. Non mi riguarda se non sono io.

Soprattutto per coloro che sono nuovi, in tanti già lo sanno, devo dire che con tutta la filosofia e soprattutto la teologia, l’esegesi, la conoscenza del greco, io non sarei in grado di star qui a dirvi le cose che sto per dire senza gli apporti, ai miei occhi colossali, enormi, di questo gigante dello spirito che è Rudolf Steiner – “pietra scartata”. Ogni gigante deve cominciare come “pietra scartata” altrimenti sarebbe una mezza cartuccia. Se viene recepito troppo alla svelta vuol dire che l’impulso che porta non è immenso.

L’impulso del Cristo è talmente smisurato che anticipa tutta la seconda metà dell’evoluzione e quindi è chiaro che deve essere una “pietra scartata”, perché gli esseri umani ce ne devono mettere di tempo per recepirlo! Dopo duemila anni abbiamo cominciato sì e no a capirci qualcosa, se tutto va bene… Allora, se questo fantomatico Rudolf Steiner pone le basi conoscitive, cioè i presupposti di coscienza per il ritorno del Cristo (per un nuovo inizio del cristianesimo, se preferite, le categorie possono essere tante), se così è (come io ritengo e chi mi conosce lo sa), allora la sua scienza dello spirito avvia l’ingresso del Cristo nella coscienza del singolo.

La differenza tra la prima e la seconda venuta del Cristo – lo dico adesso con parole mie, ma sono cose fondamentali – è che la prima è stata l’opera del suo amore per l’umanità: si è incarnato, ha fatto quello che aveva da fare, ha detto quello che aveva da dire, è morto ed è risorto. La prima venuta del Cristo è un evento storico e metastorico, spirituale, universale, e proprio perché ha una sua oggettività come evento storico, gli esseri umani hanno tutto il tempo, tutti i millenni per prendere posizione in base al loro pensiero.

La cosiddetta seconda venuta del Cristo non è un ripetere la prima, perché se lo fosse vorrebbe dire che la prima è manchevole di qualcosa – non sia mai!, perché il concetto del Cristo è quello sommo della perfezione, della vastità, del massimo che gli esseri umani riescano a pensare.

Il Cristo non è venuto a fare qualcosa agli esseri umani, altrimenti farebbe tutto lui, nella completezza, e noi non avremmo nulla da fare. Il Cristo è venuto invece a rendere possibili tante cose, tanti passi evolutivi alla coscienza e al cuore dell’uomo. In altre parole, l’amore del Cristo per gli esseri umani sta nel fatto che si rifiuta di trattarci come bambini, perché allora non ci amerebbe, amerebbe se stesso in noi. Egli ci mette a disposizione tutti gli strumenti per diventare sempre di più cogestori responsabili dei destini della terra e dell’umanità, in base al capire sempre meglio i destini della terra e dell’umanità, a partire dalla libertà, a partire dalla consapevolezza.

La seconda venuta non è più universale, ma individuale. Non è più un fatto storico oggettivo uguale per tutti, ma è un’acquisizione del singolo. Sono io che faccio entrare il Cristo nella mia coscienza, nel mio pensiero. Questa seconda venuta è quindi un evento della libertà del singolo, avviene in tempi diversi, con intensità diverse, a seconda degli individui umani.
[…continua]

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Rudolf Steiner – CONFERENZA DI NATALE

Gli esseri spirituali e le loro azioni
Vol. IV – Verità dei misteri ed impulsi di Natale. Miti antichi e loro significato
(O.O. 180) – 2° conferenza

CONFERENZA DI NATALE

Rudolf Steiner, Dornach 24 dicembre 1917

Traduzione di Luisa Fliess

La Natività - Gustave Dorè

Il calendario cristiano pone in modo significativo la festa di Adamo e Eva al 24 dicembre, e nella notte dal 24 al 25 dicembre la festa natalizia del Cristo Gesù. Così vengono accostati immediatamente: il principio del mondo secondo la concezione cristiana, ossia l’inizio degli eventi terreni, e il massimo fra questi: quello che conferisce il significato a tutta l’evoluzione della Terra. Vengono immediatamente accostati per accennare così che il rapporto dell’uomo con l’universo spirituale ha subìto, dal Mistero del Golgota in poi, un rivolgimento di tale importanza da far sì che tutto quanto lo precede, sebbene necessario alla conoscenza di questo Mistero stesso, può a tutta prima considerarsi trascurabile per la coscienza cristiana, in rapporto all’accoglimento degli impulsi volitivi. Il massimo tra i rivolgimenti che abbiano avuto luogo nell’evoluzione della Terra – e noi ne siamo ben coscienti – è stato prodotto dal Mistero del Golgota.

Esso si presenta tale davanti all’anima di chi lo comprende che, per suo mezzo gli si dischiude il senso, il significato di tutta questa evoluzione terrena. Si potrebbe dire: se osserviamo quale fosse prima della discesa del Cristo nell’evoluzione l’atteggiamento degli antichi di fronte alla Saggezza universale, e lo paragoniamo all’impulso che per l’agire umano sa trarne la coscienza umana presente, questo pensiero elaborato dovutamente potrà trasmetterci un significato profondamente impressionante. Basterà ricordare una figura di cui ci da occasione appunto la festa che sta sotto il segno delle parole “Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgini”, la figura che si erge incontro dai tempi antichi, la Vergine Pallade Atena, Dea della Sapienza nell’antica Grecia, la figlia di Zeus, che veniva considerata Dea dell’Intelletto.

la conferenza completa può essere scaricata qui:

Rudolf Steiner – o.o. 180 2a conf. verita dei misteri e impulsi di natale – dornach, 24 dicembre 1917

Spunti di riflessione – Il meglio per l’uomo? Stare in equilibrio sul filo della vita

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio devi muoverti.

Albert Einstein

A volte ti serve un passo falso per capire come si cammina e dopo prendi il via. Ti serve un inciampo, poi metti un piede dietro l’altro e non cadi, no, stavolta no, hai trovato equilibrio. Ed è una gran conquista.

Giulia Carcasi

Il significato tutto positivo dei contrasti della vita risalta dalla possibilità che essi offrono all’uomo di riequilibrarsi sempre con arte e con inventiva.

Pietro Archiati

 

Chi di noi può dire in tutta franchezza di non sentirsi spesso lacerato, combattuto  o demoralizzato  per le continue sfide, difficoltà, problemi e dolori di ogni sorta  che l’esistenza ci porta incontro? Si può semmai affermare il contrario e cioè che i momenti in cui ci sentiamo veramente rilassati e in un accettabile equilibrio interiore sono abbastanza rari. Per rendersene conto non occorre pensare ai casi estremi di scontento o di disperazione esistenziale che spingono tragicamente troppe persone a togliersi la vita. Basta riflettere semplicemente su quanti psicofarmaci la gente consuma, per assicurarsi un minimo di stabilità emotiva che altrimenti non riuscirebbe a trovare durante il giorno, o per poter dormire allontanando i fantasmi della notte.

Che la vita ci sbilanci in continuazione, non dovrebbe però stupirci: è proprio questo il suo compito. Il compito nostro, invece, è quello di ribilanciarci con arte e fantasia, ogni volta che qualche forza contraria ci fa allontanare dal punto di equilibrio. Senza gli sbilanciamenti che la vita ci impone, vivremmo in un perenne stato di quiete, non avremmo alcuna conquista da compiere e non ci sarebbe per l’uomo alcun progresso evolutivo. E’ indubbio però che  fare gli equilibristi a vita costa molta fatica; richiede una mobilitazione di forze che non sempre riusciamo a trovare in noi stessi. Una riflessione sulle dinamiche che sono coinvolte in questo continuo alternarsi di sbilanciamenti e ribilanciamenti esistenziali potrà forse aiutare  a conoscerci o ri-conoscerci meglio.

Un primo chiarimento ci viene dall’origine stessa della parola. Equilibrio, dal latino aequilibrium, composto da aequus ossia “uguale” e libra ossia “bilancia”, si riferisce al fatto che i bracci della bilancia – quando sono in equilibrio – si trovano in posizione di parità: quindi “equilibrio” significa appunto “bilanciamento”. Nella vita dell’uomo il bilanciamento deve compiersi tra poli opposti, tra forze che si contrastano, e che egli, volendo, può riuscire a poco a poco  ad armonizzare sempre meglio come diremo tra poco.

Ci sono molte paia di opposti, di polarità, che interagiscono sul palcoscenico della nostra vita. Elenchiamone una piccola serie, tanto per farcene una rappresentazione: pessimismo/ottimismo, egoismo/altruismo, mascolinità/femminilità, conservatorismo/progressismo, emotività/pensare logico, idealismo/praticità, introversione/estroversione, amore/volontà e così via.

Per dare un’idea del loro funzionamento, soffermiamoci sull’ultima polarità citata, amore/volontà, che è ben presente nella vita di molte persone. L’amore spesso è associato alla tenerezza, alla dolcezza, all’accoglienza. Volontà, invece, può esprimere durezza, potenza e concentrazione. La volontà dà fermezza e aiuta un individuo a oltrepassare tutti gli ostacoli che si frappongono tra lui e il suo scopo, fino al punto, talvolta, di portarlo a danneggiare altri per arrivare dove vuole lui; l’amore invece rende le persone meno interessate agli scopi e molto più ai sentimenti e alla realtà delle relazioni. Questa polarità si evidenzia ad esempio nel dilemma di molti genitori ed educatori: la scelta fra l’essere severi e il dare invece piena libertà ai desideri del bambino, e spesso anche ai suoi capricci. Un simile dilemma si può presentare anche in un tribunale con l’alternativa tra il rispetto rigido della legge che conduce a condanne senza appello e l’empatia con chi è sotto processo che può indurre i giudici a dubbiose assoluzioni o ad alleggerimenti di pena. Ogni polo di per sé è incompleto. L’amore del tutto privo della volontà rischia di essere debole e controproducente. Molte persone “amorevoli” tendono a essere timide, irresolute o troppo indulgenti. La volontà priva di amore, invece, può essere spietata. Può significare durezza, distruttività, ricerca del potere o del prestigio e in quanto tale portare all’isolamento. Se invece amore e volontà diventano complementari – grazie al lavoro del pensiero e  alla generosità del cuore – il contrasto tra le due forze sarà superato. La volontà nei suoi aspetti più puri si armonizzerà con tutto l’amore dell’universo e l’amore accoglierà in sé qualità volitive di persistenza e di fermezza.

Quindi, se l’uomo non ce la fa ad armonizzare tra loro queste coppie di forze, va  quasi sempre incontro a dolorosi conflitti interiori. Abbiamo appena visto con l’esempio precedente – ma ora dettaglieremo meglio altri particolari – che quando  una polarità prevale a totale scapito dell’altra, la persona si identifica esclusivamente con quel polo; resta prigioniera di ciò che ha scelto e soccombe alle sue limitazioni diventando  unilaterale e rigida. Le conseguenze di questo atteggiamento sono spesso aspri conflitti interpersonali: fra il padre pratico e il figlio idealista, fra moralisti e libertini, fra realisti e utopisti, tanto per fare degli esempi.

A questo punto però qualcuno potrebbe osservare che molti grandi della storia o del nostro presente, lungi dal presentarsi come modelli di equilibrio, forniscono esempi clamorosi di eccessi unilaterali. Einstein, decisamente sbilanciato verso la scienza, affermò di aver rasentato la pazzia dopo essersi barricato in casa qualche anno tentando di formulare la teoria della relatività. Francesco d’Assisi, completamente assorbito dall’amore per Cristo, espose il proprio corpo – frate asino, come lui lo chiamava – a ingiurie e strapazzi d’ogni genere. E che dire di persone meno celebri ma non meno animate da grandi ideali come ad esempio i “medici senza frontiere” che presenti su tutti i campi di guerra, spendono anni delle loro esistenze a salvare vite umane senza guardare, giorno e notte i giri delle lancette dell’orologio? Questi sono, per nostra grande fortuna, geni del progresso e della crescita di tutta l’umanità che vanno avanti con passi spediti per favorire l’avanzare della media dei più, a cui anche noi apparteniamo, e che si stanno arrabattando per risvegliare in se stessi quelle stesse forze spirituali di fantasia morale, di creatività, di dedizione e di sacrificio per il bene comune.

Tornando ora alla descrizione di come le polarità possano ostacolare l’equilibrio dell’uomo, dobbiamo prendere in conto anche casi di persone del tutto estranee al gioco degli opposti e che sembrano definite da un solo aspetto: ad esempio non conoscono altro che il lavoro, e non sanno giocare o concedersi un minimo di distrazioni; sono del tutto mentali e la loro vita emotiva è azzerata. Alla lunga questa unilateralità porta alla fossilizzazione e alla chiusura mentale: la negazione di qualunque forma di crescita umana, che si fonda, come si è già detto all’inizio,  sul contrasto e sul dinamismo.

Invece in altri casi  si può essere attratti  da entrambi i poli senza tuttavia riuscire a metterli d’accordo tra loro: perciò si va altalenando tra l’uno e l’altro estremo e  questa oscillazione sfocia in una specie di schizofrenia. Un caso tipico è quello dell’uomo dell’alta finanza o più generalmente di un VIP, che  nella sua frenetica attività tutta dedita a fare soldi, si comporta da persona senza scrupoli  ma che nell’ora di pranzo o alla domenica  si ritrova con il tal gruppo di preghiera per assecondare qualche slancio mistico.

Resta ancora da considerare che in tutti noi sono svariate le coppie di polarità con cui dobbiamo confrontarci, sia simultaneamente che a intermittenza. Queste sono le sfide più  complesse ed affascinanti che si offrono all’uomo nel proprio percorso esistenziale: quando egli riesce a far convergere in una sintesi armonica tutti gli opposti, allora fioriscono  personalità veramente libere e integrate che da esperti equilibristi si muovono sul filo della vita in maniera agile, ritmica, quasi musicale, da un opposto all’altro. Sono queste personalità, che si ha talvolta la fortuna di incontrare, a farci scoprire che è possibile diventare artisti della mediazione: essere forti e al contempo amorevoli; avere ordine e libertà; essere pratici e utopisti; essere ragionevoli e illogici; essere saggi e temerari. Ma perché le persone capaci di queste sintesi stupende sono ancora troppo poche mentre incontriamo in questa nostra epoca moltitudini di uomini in lacerante sofferenza, scissi e frantumati, lontani da una vita armoniosa alla quale peraltro tutti anelano?  Da dove nascono  tipologie di esistenza così diverse?

Fin qui abbiamo visto, a grandi linee, alcune dinamiche e polarità che entrano in gioco lungo il cammino della vita di ogni uomo e  da quanto detto  si può anche intuire che l’equilibrio di cui tutti siamo in ricerca è molto personale (perché ognuno deve trovarselo da solo) e molto labile (perché è un gioco sempre da ricominciare). Ma su quali forze interiori l’uomo deve far leva per diventare un buon equilibrista? Su forze che tutti possediamo ma di cui il materialismo dilagante ha fatto perdere ogni consapevolezza, occultando l’idea – oggi derisa o commiserata- che nell’uomo fisico e perituro, fatto di carne e ossa e dotato di intelligenza, viva uno spirito eterno che è la sua vera essenza. E’ proprio con la polarità spirito/ materia che l’uomo occidentale di oggi deve fare i conti in prima istanza, recuperando in pienezza il polo dello spirituale che si è molto attutito a tutto vantaggio del polo materiale divenuto ipertrofico. Qualcuno obietterà: “Ma io a messa ci vado e dico anche le preghiere”. Va bene, ma ciò non toglie che anche andando a messa si sia schizofrenici come il VIP di cui sopra,  che fa i propri comodi materialistici alla grande e poi va al gruppo di preghiera. Anche fare volontariato rischia di essere un’alternativa laica ai rituali desueti della religione. Ad esempio, dedichiamo tre ore del nostro tempo per ascoltare e confortare gli ammalati e questo ci dà buona coscienza: ma poi che succede, nel resto del giorno e della settimana? come vanno le nostre relazioni in famiglia, coi vicini, coi figli degli altri? Non a meraviglia? ecco allora un’altra schizofrenia. Abbiamo detto che ogni polarità si supera quando gli estremi si compenetrano diventando uno il complemento dell’altro. Ecco, in questa nostra epoca troppo avvinghiata alla materia o alla spiritualità campata in aria, c’è bisogno urgente che materia e spirito si incontrino di nuovo in un grande abbraccio,  scoprendo di essere fatti l’uno per l’altra come due innamorati. Allora la materia, la componente indispensabile che permette lo svolgersi della nostra vita terrena, recupera tutta la sua importanza e dignità: è da  essa che  lo spirito eterno e libero  dell’uomo riesce a trarre le più belle melodie, espressioni di amore e di saggezza. Lo spirito ritrovato è il segreto dell’equilibrio interiore dell’uomo.

Il Vangelo di Giovanni: l’adultera – il cieco nato

Dal quarto seminario del ciclo sul Vangelo di Giovanni, tenuto da Pietro Archiati a Rimini (RN) dal 26 al 30 Dicembre 2002

… Il vangelo di Giovanni è un testo nel quale il fattore religione diventa un fattore di conoscenza e di coscienza, e soltanto come conseguenza di ciò che avviene nella testa si accende il cuore; il cuore vive una gioia senza fine e l’assunto che sta alla base di questo tipo di esercizio è che l’essere umano gode nel cuore, gode nel sentimento la metà, quando il cuore e il sentimento non vengono accompagnati dalla conoscenza. Quando invece, come dire, precede la conoscenza, precede la scienza e quindi l’attività pensante della testa, il cuore ed il sentimento vengono raddoppiati. Quindi una religione senza testa è una mezza religione, e una religione come conseguenza di un cammino di coscienza e conoscitivo è una religione che raddoppia anche la gioia, il calore.…

… Il vangelo di Giovanni è quindi, per eccellenza, il testo fondamentale della conoscenza, del Logos. Il vangelo di Giovanni è un esercizio di pensiero dall’inizio alla fine. E quello che io faccio qui in italiano, un po’ balbettando, se volete, perché soffro un po’ del fatto di non esserci dentro in questa bella lingua – sono decenni che sono fuori e la mia conferenza autobiografica ve ne dà un’idea – però a parte questo, avendo fatto studi classici in Italia bene o male me la cavo, quello che io faccio qui davanti a voi -ripeto, per quanto modestamente magari arrabattandomi – per quanto mi riguarda sono sempre esercizi di pensiero, di conoscenza, di pulizia intellettuale.…

E la pulizia intellettuale sta nel fatto che ci si rimette in tutto e per tutto all’autorevolezza intellettiva di chi ascolta; in altre parole, ogni ascoltatore viene trattato come essere umano capace di prendere posizione conoscitiva in proprio nei confronti di ciò che si dice; quindi io non tollero che qui ci sia qualcuno che mi crede, che crede soltanto perché l’ho detto io; sarebbe una distruzione dell’esercizio che si fa. Parto da questo presupposto e mi aspetto che ci siano persone che bene o male capiscano quello che io dico – e sto parlando italiano non tedesco – e nel momento in cui lo capiscono lo facciano proprio e lo gestiscano.

Ognuno a modo suo. Questo mi interessa, e questo è bello.

8,4 – Gli dicono: «Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. 8,5 – Nella legge Mosè ci ha comandato di lapidare cotali donne. Tu dunque cosa dici? 8,6 – Ciò dissero per metterlo alla prova affinché avessero un capo di accusa per accusarlo, Gesù invece chinandosi verso il basso scriveva nella terra col dito…

… È il tranello attraverso cui ognuno di noi potrebbe convincersi che la libertà non è possibile: se fai così ti tagliano la testa, se fai colà ti tagliano la testa. Se dice: «Sì, uccidetela», lo accusano. Se dice: «No, non uccidetela», lo accusano.

Perché l’essere umano trova sempre nuovi tranelli, nuove tentazioni, nuovi tentativi per screditare la forza del Cristo dentro di sé? Per poter poltrire, per aver la scusa di non esercitare la libertà individuale. Quindi è importante che noi terminiamo di sentirci migliori di quegli scribi e di quei farisei, perché se noi pensiamo: «Quegli scribi e quei farisei sono quella gente là di allora», non abbiamo capito nulla del testo! Il testo è fatto apposta per farmi capire dove sta in me lo scriba, e dove sta in me il fariseo. Perché se io penso di non avere dentro di me lo scriba, di non avere dentro di me il fariseo, non ho capito nulla di me stesso! Perché non avrei né l’uno né l’altro da superare, non avrei nulla da fare e non sarei nulla!

Quindi la domanda è: dove e come faccio io il fariseo, continuamente, nella società in cui vivo, nel mondo del lavoro, in famiglia? E come e dove faccio io lo scriba, continuamente? Allora il testo funziona.
Perché questi scribi e questi farisei chi sono?
Ogni essere umano… ogni essere umano.

Come può la forza del Cristo venire coltivata, sorgere, diventar sempre più forte, senza che questa forza del Cristo dentro di me, una forza di mediazione – la forza del centro, di rifare sempre l’equilibrio tra unilateralità – come può questa forza di equilibrio tra unilateralità in me venire esercitata senza che ci siano in me tutte e due le unilateralità?

Quindi si tratta di conoscerle in me, non in quegli scribi, non in quei farisei…

Il download integrale del Quarto fascicolo sul Vangelo di Giovanni (Dal seminario sul Vangelo di Giovanni tenuto da Pietro Archiati a Rimini dal 26 al 30 Dicembre 2002) è disponibile a questo collegamento.

 

Sono io libero oppure schiavo?

Riflettendo sui paradossi della nostra economia con un collega, un discorso tira l’altro, si è venuti a parlare di Götz W. Werner, rinomato imprenditore tedesco e fondatore della catena dm-drogerie markt… di cui io stesso sono assiduo cliente da quando vivo qui in Germania, in quanto, tra le altre cose, vende anche prodotti biologici a prezzi accessibili a tutti. Questo personaggio, a quanto pare, sarebbe una sorta di moderno Olivetti: anch’egli promotore di attività culturali ricreative e soprattutto formative per i propri dipendenti, anch’egli acceso sostenitore di idee rivoluzionarie per guarire la nostra economia e, detto tra parentesi, anch’egli antroposofo non dichiarato.

Incuriosito, ho deciso di documentarmi sul suo conto… ora sto leggendo un suo articolo on-line («Bin ich frei oder bin ich Knecht?») del gennaio di quest’anno, che ho deciso di tradurre per voi:

 

Cara lettrice, caro lettore,

in quanto imprenditore ho esperienza diretta dei diversi modi in cui i collaboratori lavorano, anche presso dm: molte colleghe e colleghi ci mettono impegno. Ci sono altri invece che agiscono secondo il principio «Una cosa è il dovere, un’altra il piacere». Le persone che ragionano in questo modo non sono una specie rara nella nostra società, essi rappresentano una posizione assai diffusa: «Ciò che faccio in campo lavorativo è deciso da altri, ciò che faccio nella mia vita privata lo decido io». È pur comprensibile che si ritenga la separazione tra lavoro e tempo libero un’importante conquista.

Dov’è dunque il problema? Il problema lo ha mostrato la pubblicista Hannah Arendt con l’esempio di Adolf Eichmann, ufficiale delle SS. A causa della separazione tra lavoro deciso da altri, per il quale non ci si sente responsabili, ma puri esecutori, e tempo libero in cui siamo noi a decidere e ad agire, possono venir compiute le peggiori nefandezze.

Chi non è pronto ad assumersi la responsabilità per le azioni che compie non vive appieno. In questo modo non è possibile venire a capo della vita in modo fecondo. Dobbiamo invece porci tutti, imprenditori e impiegati, ogni giorno la “domanda fondamentale”: se stiamo dando un senso alla nostra vita al punto da poterci identificare con tutto ciò che facciamo, sia in campo lavorativo che nel nostro tempo libero. Perché non basta affatto essere comprensivi e amorevoli coi nostri simili, dobbiamo anche poter rendere conto delle nostre azioni di fronte a noi stessi. Come disse Cristo – o come fu a lui attribuito – è evidente che è possibile amare il prossimo solo se si ama se stessi. Amare se stessi però, così come amare il prossimo, non è una passeggiata, ma richiede molta fatica. Immaginatevi la vostra coscienza come il vostro doppio, una persona identica a voi che vi chiede se siete in grado di assumervi la responsabilità delle vostre azioni, se veramente state assolvendo lo scopo della vostra esistenza sulla Terra. Allora non potreste più addurre come scusa il fatto che qualcun altro vi ha detto di svolgere questa o quell’inutile attività. Noi esseri umani non siamo mai puri automi nelle mani altrui, altrimenti falliremmo completamente la nostra missione. Dovremmo avere costantemente la consapevolezza del fatto che noi di ciascun secondo della nostra vita, sia durante il lavoro che nel tempo libero, dobbiamo rendere conto di fronte a noi stessi. E senza alcuna pietà.

Per i credenti è di aiuto il fatto di scegliere non se stessi, ma un Dio come istanza di fronte alla quale rispondere dell’adempimento della propria vita. Maggiormente diretto ed efficace sarebbe rivolgere a se stessi in prima persona la domanda: «Sono io libero oppure schiavo?». E se mi sento schiavo, allora vuol dire che ne ho ancora di strada da fare.

Coltivate amore per voi stessi in questo nuovo anno.

Cordialmente vostro,

Götz W. Werner

(articolo tratto dal sito http://www.unternimm-die-zukunft.de/de/goetz-werner/. Traduzione di Emanuele Banchio)

Spunti di riflessione – Prigionieri delle cose

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

C’è qualcosa di immensamente terapeutico nel fatto di liberarsi della roba vecchia. La ragione è che mentre eliminate le cose inutili a livello esteriore, si verifica un cambiamento corrispondente a livello interiore. Ciò che è fuori di noi è anche dentro di noi e viceversa.

http://cliccandoci.blogspot.it

Liberarsi dalle cose inutili non è un esercizio ascetico di rinuncia, è un atto creativo nei confronti del nostro territorio, della nostra mente e delle nostre relazioni.

dal blog di Lorenzo Manfredini

Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano…Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

Mt. 6,19-21

Qualche tempo fa, chiedendo notizie ad un’amica di certi vecchi contadini  suoi vicini di casa, che qualche volta avevano fornito anche a me delle  uova di giornata, prodotte dalle loro felici galline ruspanti, appresi che stavano attraversando una seria crisi esistenziale. All’origine di quel dramma stava la necessità di lasciar libere alcune stanze della loro grande casa che, una volta ristrutturate, avrebbero accolto un loro nipote che stava per convolare a nozze. Sul momento avevo pensato che la loro ansia nascesse dall’idea di dover affrontare per qualche tempo la presenza in casa dei muratori. Ma ero fuori strada. La loro vera tragedia era di dover sgomberare quei locali dalla montagna di cianfrusaglie che i due nonnetti vi avevano ammassato nel corso degli anni: vecchie sedie traballanti con l’impagliatura sfondata, un lavandino e un bidet sbrecciati e ingialliti dal tempo, scatoloni di vecchie pentole ammaccate, di piatti e bicchieri spaiati. Oggetti ormai inutilizzabili ma lasciati lì ad invecchiare in disordinati accumuli, perché «non si sa mai, potrebbero sempre tornare utili…». Ho poi saputo che dopo estenuanti sforzi di convinzione da parte dei familiari, e altrettanti pianti notturni del nonno e della nonna, lo sgombero dei locali aveva potuto infine aver luogo.

La vicenda di quei contadini m’era parsa inizialmente come emblematica di certe persone anziane che avendo vissuto in tempi  lontani la fame e la miseria, hanno conservato anche nel presente la convinzione che tutto quello di cui si gode oggi  potrebbe non esserci più da un momento all’altro. Da qui un attaccamento morboso alle cose. Avevo anche ipotizzato che il fatto di aggrapparsi a oggetti vetusti del loro passato fosse un modo illusorio di trattenere la vita che inesorabilmente volge al termine. Ma pur confermando la validità di queste ipotesi, in seguito ad approfondimenti che ho fatto sul tema del giusto rapporto tra l’uomo e le cose, mi sono resa conto che i casi di accumulo compulsivo di grandi quantità di oggetti, al di là di ogni ragionevole necessità e al punto di ridurre o azzerare lo spazio vitale in casa e nei posti di lavoro, stanno dilagando in tutti i cosiddetti paesi del benessere e che inoltre persone di tutte le età possono essere coinvolte in questo fenomeno.

La psicologia annovera questo disturbo tra le forme del “disagio mentale”. E in un’era scientifica e supertecnologica come la nostra, non stupirà che queste manie aberranti siano indicate con  due nomi tanto dotti quanto stravaganti: disposofobia o sillogomania che dir si voglia! Comunque, chi ha familiarità con la rete, digitando su un motore di ricerca uno di questi due nomi, avrà modo di verificare l’estensione di questo recente fenomeno, attraverso l’alto numero di siti specialistici che  ne descrivono le caratteristiche suggerendo rimedi e cure per contrastarlo.

Pur essendo del tutto ignorante nel campo di queste allarmanti patologie, il tratto più evidente che da queste  mi pare emergere è il vano e forse inconscio tentativo, da parte di chi ne è afflitto, di colmare con oggetti materiali, le voragini interiori che le nostre società consumistiche, svuotate dei valori dello spirito, hanno contribuito a creare nell’uomo. Infatti la casa, come Jung insegna, è simbolo per eccellenza dell’interiorità umana.

Ma vorrei ora riportare la riflessione sul rapporto che le cosiddette persone normali, tutte quelle cioè che possono dirsi estranee agli eccessi a cui abbiamo appena accennato, intrattengono con le cose. Se da un lato si deve dare per scontato che molti di noi conservino devotamente qualche feticcio del passato – non vorremmo mai disfarci del mazzo di rose secche che lui ci regalò in quella bella occasione, o non butteremmo mai via il primo bigliettino d’amore delle medie e figuriamoci poi il cedolino del primo stipendio o le pagelle della scuola elementare! – dall’altro, è bene chiarirci la  questione delle proporzioni delle nostre “idolatrie” per le cose del tempo che fu.

Da uno a cento, quanto siamo intasati di cose inutili? (per cose “inutili” intendo quelle che non vengono utilizzate da molto tempo). Proviamo a farne una ricognizione, cominciando col verificare quanti indumenti di dieci o quindici chili fa, giacciono stipati in armadi, cassetti, scatoloni, o nei vari sgabuzzini di casa, nella cantina o in soffitta, in attesa del felice giorno di San MAI in cui avremo ritrovato la taglia dei nostri vent’anni!  Passando alle scarpiere, luoghi sacri di culto per molte donne (ma neppure gli uomini sono immuni da queste pratiche devozionali), quante sono le scarpe che indossiamo abitualmente? E tutte le altre, nelle quali abbiamo investito forse cifre da capogiro, che abbiamo messo solo una volta e che mai più indosseremo, a cosa servono all’infuori dei sussulti di  compiaciuta vanità che ci possono provocare?

Sempre aiutandosi col pensiero, qualora non trovassimo il coraggio di perlustrare dal vivo tutti gli angoli della nostra abitazione, ognuno potrà valutare a naso quanti metri cubi di spazio richiedono riviste, vecchi giornali, libri mai letti ma comprati sull’onda di qualche suggestione, incartamenti che non hanno più alcun legame col presente. Poi proviamo a contare le scatoline e scatolette ammucchiate nei cassetti per raccogliere i più svariati… reperti: biglietti della metro di Londra o di New York, quelli d’ingresso al Louvre o al Prado, il vecchio posacenere sottratto al bar dell’albergo durante il viaggio ai castelli della Loira… la bijotteria annerita, con qualche brillantino che non c’è più, ma che con qualche accortezza potrebbe essere ancora utilizzabile… .

Resta infine da inventariare un’altra grande quantità di oggetti che dietro le molteplici spinte emozionali succedutesi nel tempo: viaggi, campagne pubblicitarie in tv, saldi strabilianti, momenti di scontento o di depressione compensati con qualche acquisto tanto carino quanto… inutile, si sono progressivamente ammucchiati ingombrando   i pochi spazi che magari guadagnerebbero a restare liberi…

Se, giunti alla fine di questa ipotetica ispezione della propria casa il quoziente d’ingombro risultasse piuttosto elevato, sarebbe utile prima di tutto  domandarsi che cosa frena dall’eliminare le cose diventate inutili o inservibili. Una prima risposta potrebbe essere la mancanza di capacità decisionale: non si ha la forza di decidere che cosa può essere utile e che cosa può essere eliminato. Ma la risposta più difficile da dare, quella più veritiera, sarebbe probabilmente un’altra: l’eccessivo attaccamento alle cose. Il pensiero di fondo è che, nel momento in cui si getta via quell’oggetto, è come eliminare una parte di sé. Abbiamo bisogno di essere attraverso l’avere. Più ho, più sono. Se non ho, se non tengo, temo di non esistere. Pensiamo di trarre dalle cose un senso di identità e di appartenenza. Eliminando le cose temiamo di perdere il nostro legame di continuità con il passato. Ma questi sono i modelli che la società consumistica dell’avere ci ha inculcato, tentando di spossessarci della nostra vera essenza di uomini pensanti, liberi e creativi il cui valore è del tutto indipendente dalle cose che si possiedono.  Non è neppure vero che sono le cose a mantenere vivi i legami col passato: l’unica traccia del passato è nella nostra memoria. Si possono dimenticare dei dettagli, ma quello che riusciamo a ricordare è ciò che è veramente importante per noi.

Finché si resta avvinghiati alla modalità dell’avere, sono gli oggetti a governarci, a possederci.

Potrebbe essere un ottimo avvio verso la ricerca della modalità dell’essere, la decisione di far piazza pulita di tutte le cose inutili o superflue da cui siamo tuttora circondati, regalando, riciclando. Il Feng Shui, teoria orientale sulla disposizione armonica degli oggetti nell’ambiente, sostiene che gli spazi riflettono il mondo psichico, parlano di noi stessi. Pertanto una casa sgombera e lineare rappresenterebbe chiarezza di pensiero e armonia interiore. Diventa perciò salutare impegnarsi a rimuovere il di più che non serve.

 

Che cosa mi rende sano? Che cosa mi fa ammalare?

Le cause profonde della salute e di ogni malattia

CONVEGNO di SCIENZA DELLO SPIRITO – TRASCRIZIONE INTEGRALE

Che cosa mi rende sano? Che cosa mi fa ammalare? copertina ebook

Libera trascrizione del parlato a cura di Grazia Arciola NON redatta e NON rivista dall’autore. Dal Convegno di Roma (3 – 4 – 5 Maggio 2013) con relatore Pietro Archiati.

 

Venerdì 3 maggio 2013, sera
Sintomi quotidiani di salute e malattia nel corpo, nell’anima e nello spirito

La persona normale crede che la cosiddetta materia sia una realtà, invece la materia non è proprio nulla, se dentro la cosiddetta materia non ci fossero le forze vitali. Vi parlerò di 7 tipi fondamentali di energie del vitale, di forze animiche, psichiche. Per esempio, un pensiero… cosa è un pensiero? È una realtà animica. Io sento, vivo un sentimento, la rabbia, la gioia. Cos’è la gioia? È materia? Non è materia, è una forza psichica. Poi ci sono le forze spirituali.

Abbiamo quindi:

• il vitale, tutto ciò che è vita,

• l’animico

• e lo spirituale.

La vita, l’anima e lo spirito.

Il primo pensiero in fatto di malattia e di salute e guarigione è che, quando si fa un’analisi istologica, per vedere al microscopio una cellula, la devo tirare fuori dal corpo. Se tiro una cellula fuori dal corpo, che cosa ho? Il contesto di forze vitali, il contesto di forze dell’anima, il contesto di realtà dello spirito non ci sono più ed io ho un pezzettino di materia, ma è materia morta. Il vitale non c’è più dentro, perché l’ho tirata fuori dall’organismo. Una cellula è intrisa di forze vitali soltanto dentro l’organismo, quando io la tiro fuori, non è più la stessa realtà. Una cellula è intrisa di forze dell’anima solamente quando è dentro l’organismo, se la tiro fuori per fare un’analisi in chiave di anatomia, non è più la stessa realtà. E se non c’è dentro operante la realtà dello spirito, non è più la stessa realtà.

Il vitale… diciamo, una persona sana è vivente, vive bene. Cosa vuole dire essere vivente? Vivere sanamente? Che differenza c’è tra un corpo normale di noi che viviamo e un cadavere? Al cadavere, subito dopo la morte, cosa manca? Da un punto di vista dell’anatomia è rimasto tutto, però se è morto deve essere sparito qualcosa, deve essere uscito qualcosa per cui uno dice: ma finché era vivente cosa c’era che adesso che è morto non c’è più?

Il vitale, la scienza dello spirito lo chiama eterico, un termine molto più scientifico; le forze psichiche, le denomina astrali.

L’eterico in forma pura, l’energia vitale non la trovo nella pietra, che è morta; se guardo la pianta, invece, è viva e vegeta. Come fa la pianta a vivere? Perché non è ferma e morta come la pietra? Che cosa ha la pianta dentro, che la pietra non ha? È una domanda fondamentale per capire le sorti della malattia e della salute. Nella pianta c’è il primo elemento sovrasensibile, che chiamiamo l’eterico.

La pietra non si muove, però noi conosciamo qualcosa di morto, di minerale che però si muove: l’automobile. Ma cosa fa muovere l’auto? Quale è l’essenza di un’auto? Non è la somma dei pezzi, perché la somma dei pezzi non fanno la macchina. L’essenza di una macchina è la struttura di pensiero, tutti i pezzi strutturati in un modo tale che interagiscono per fare muovere la macchina. Il modo di interagire è la strutturazione dei pezzi. Quindi la macchina all’origine è una enorme e complessa pensata dell’uomo. Se non ci fosse stato un intelletto umano che fosse stato capace di strutturare le varie parti in modo tale che interagiscano per farla muovere, la macchina non esisterebbe. Una macchina è in origine una struttura complessissima di pensiero umano.

Che cosa è una rosa? Vive, si muove, cresce. In questo crescere c’è il movimento, il cambiamento della forma. L’origine, l’essenza della rosa è una struttura di pensiero e questa struttura di pensiero non contiene soltanto forme, ma metamorfosi, quindi una legge di formazione rosacea – perché deve essere una rosa e non un tulipano – non solo di formazione ma anche di trasformazione in continuazione.

Che cosa vive e vegeta e opera dentro la rosa? Una struttura di pensiero. E chi l’ha pensata questa struttura di pensiero? Chi l’ha pensata la struttura di pensiero della macchina? Colui che ha creato la macchina. Chi ha pensato la struttura di pensiero di formazione e di metamorfosi, trasformazione della forma che sta alla base, che opera, lavora dentro la rosa? Colui che ha creato, architettato la rosa. Chi è il più grande pensatore? Colui che si è messo in testa tutte le pietre che ci sono, tutte le piante che ci sono, tutti gli animali che ci sono e tutti gli uomini (e donne) che ci sono…[]

Scarica la trascrizione integrale

Le registrazioni audio del convegno sono disponibili selezionando questo collegamento

Vuoi tu diventare sano? Il risvegliarsi delle forze di volontà

Dal secondo seminario del ciclo sul Vangelo di Giovanni, tenuto da Pietro Archiati a Rimini (RN) dal 26 al 30 Dicembre 2001

Gustav Dorè - “La Samaritana e Gesù”

Man mano che colui che gli Ebrei chiamavano il Messia, l’Unto del Padre, parla con la samaritana, si ha la possibilità di verificare se è vero che lo spirito umano di fronte a tutte le sue manifestazioni può dire: qui ravvedo lo squadernarsi di momenti fondamentali e sempre essenziali (nel vangelo di Giovanni non c’è mai nulla di accidentale) della mia stessa fenomenologia – naturalmente quest’ipotesi io la faccio a ragion veduta: sta a voi verificare. Se così fosse, significherebbe che l’incontro tra la samaritana e il Cristo è l’esperienza eterna, che dura sempre, del modo in cui l’anima umana viene confrontata con la totalità delle sue potenzialità evolutive. Lo spirito di ognuno di noi è la totalità di ciò che la sua anima può divenire, mentre l’anima è ciò che ognuno è, ma proprio concretamente. Ognuno deve avere il coraggio non solo di essere sincero con se stesso, di conoscersi oggettivamente, ma anche di gioire di ciò che è: chi non è capace di gioire del proprio punto di partenza, se ne mette in testa un altro che non è il suo, che non gli appartiene, e non riesce a camminare. Il presupposto dell’anima è il godimento, la gratitudine e la gioia di trovarsi dove si trova, di essere così com’è. Godere di sé. Non è un autocompiacimento: è l’essere grati per tutto ciò che ognuno ha compiuto – e ognuno di noi ha alle spalle parecchi millenni di evoluzione: non è una cosa da poco essere un’anima umana. È la gioia di vedere che c’è in me, proprio così come sono, una potenzialità, una chiamata, una provocazione infinita a conquiste che l’evoluzione mi darà la possibilità di raggiungere; però queste conquiste vengono rese possibili dal fatto che io accetto, con sincerità, onestà e anche gratitudine, di partire da là dove sono.

Sta a ciascuno di noi vedere nella fenomenologia della samaritana la sua propria anima, riconoscersi in lei e personalizzare così questa figura del vangelo: in lei si mostrano le manifestazioni archetipiche dell’umano, quelle che valgono per tutti, pur se in mille variazioni. Quindi un’altra dimensione del vangelo di Giovanni è l’universalità: parla solo di cose valide per ogni uomo e perciò fin dall’inizio insiste sul Logos, che è il senso e il destino onnicomprensivo del cammino umano. Il Logos, il Cristo, è la totalità dei pensieri divini come conquista evolutiva dell’uomo. Il Logos non si limita al popolo ebraico: già il primo segno, quello delle nozze di Cana, si svolge in Galilea che etimologicamente significa: mistura di sangue. La Galilea era una regione dove le forze ataviche, quelle che venivano mantenute intatte celebrando matrimoni esclusivamente dentro la stessa genìa, erano state disperse perché da tempo le unioni non erano più tra consanguinei. Il rompersi di questa magia del sangue è l’apertura dello spirito umano a ciò che è universale. E la samaritana è una straniera, una specie di moderna extracomunitaria per i giudei di allora: e questo è importantissimo nel vangelo di Giovanni, perché sottolinea l’universalità dello spirito umano che va oltre il popolo, la lingua, la razza, la religione.

Riassumo adesso per sommi capi i capitoli che precedono l’incontro con la samaritana, e che hanno costituito l’oggetto del nostro precedente lavoro.

Le due affermazioni di apertura erano: operante dentro la realtà primordiale dell’evoluzione c’era il Logos, il Verbo, la Parola creante, il pensiero creante; la direzione del Logos, prima volto verso la Divinità, è di farsi carne, di entrare nel mondo umano per dare la possibilità a ogni uomo di evolversi sempre di più verso la dimensione del divino. La differenza tra l’umano e il divino non è una differenza di principio, ma evolutiva. Tutte le Gerarchie angeliche sono esseri divini e vengono chiamati θεοι (theòi), in greco, anche nel Nuovo Testamento. Il problema nostro è l’aver abolito il plurale mantenendo solo il singolare: Dio. E di Dio, diciamo noi, ce n’è uno solo. La corrente giudaico.cristiana del monoteismo ha ostracizzato la corrente politeistica dei greci; ma se poniamo la domanda: di esseri divini ce n’è uno solo o sono tanti? possiamo rispondere che il divino ha dei gradi, come l’umano. Il senso di questa unilateralità del monoteismo è che pedagogicamente, nell’evoluzione dell’umanità, per 2000 anni – circa per il tempo che il Sole impiega per passare da un segno zodiacale all’altro – ha rafforzato nell’uomo l’esperienza dell’Io, dello spirito. Quando un essere umano dice “Io”, fa un’esperienza del tutto monoteistica: non esiste l’esperienza degli “Ii”. La parola Io non ha il plurale ed è giusto: l’Io è l’esperienza del punto in cui tutta la moltitudine degli impulsi animici del mio essere viene portata all’unità. Io sono colui che, in quanto spirito unitario, gestisco la pluralità dei fenomeni animici. Tutto ciò che è nell’anima, quindi, si esprime meglio col politeismo – l’anima è politeistica, è una pluralità infinita di impulsi – e tutto ciò che ha a che fare con l’Io si può esprimere solo in termini di monoteismo.

I 12 segni

Adesso vi chiedo: chi ha ragione? La tradizione giudaico-cristiana che dice: c’è un Dio solo, oppure la tradizione greca che dice: ci sono tanti dèi? Tutti e due hanno ragione! Gli dèi e le dèè dei greci sono reali, ma si riferiscono a divinità che reggono il cammino dell’anima, a divinità che si esprimono nell’uomo in quanto impulsi animici. Il monoteismo della tradizione giudaico-cristiana è non meno vero, ma si riferisce all’Io, allo spirito, non all’anima. Noi ci troviamo a un punto dell’evoluzione in cui dobbiamo vincere tutt’e due le unilateralità, mettendole insieme; comprendendo, cioè, che l’essere umano è fatto sia di spirito (e qui vale il monoteismo) sia di anima (e qui vale il politeismo). Poiché il vangelo di Giovanni presenta le cose in un modo valido per tutti i tempi, la questione se il divino sia uno o molteplice la lascia nascosta; come un tesoro in un campo: c’è, ma va scoperto. Tant’è vero che al decimo capitolo c’è la fatidica frase del Cristo – e che sarà motivo per decidere la sua condanna a morte – che dice: “Voi siete dèi”, θεοι εστε (theòi estè). Ognuno di noi è un essere divino unitario in potenza, un Io, ma gli Io umani sono tanti: e dunque dobbiamo riaprire al plurale il concetto del divino. Dèi. La differenza tra l’umano e il divino, dicevo prima, è una differenza di gradi d’intensità; l’umano è il divino all’inizio della sua evoluzione. Ciò che noi chiamiamo “il divino” è la prospettiva evolutiva dell’umano e man mano che l’uomo si evolve, diventa sempre più divino. Non ci sono salti (o divino, o umano), ma c’è continuità. Tant’è vero che è previsto – come la scienza dello spirito di Rudolf Steiner ampiamente mostra – che si riscoprano tutte le gradazioni del divino: le Gerarchie angeliche. Si scoprirà che gli Angeli sono molto più divini degli uomini, ma molto meno divini degli Arcangeli; e gli Arcangeli sono molto meno divini dei Principati… e così via. La differenza fondamentale tra il divino è l’umano è nella vastità di coscienza: più vasta è la coscienza, più un essere è divino; più ristretta è la coscienza e più un essere è umano. L’eternità è una coscienza così vasta che abbraccia in sé la totalità del tempo, che le è compresente dall’inizio alla fine. Il genitore rispetto al bambino piccolo è più divino perché ha la capacità di abbracciare spazi di tempo più ampi e tenerli compresenti nell’orizzonte della sua coscienza. L’adulto è capace di progettare, il bambino no. In tutto l’universo non ci sono che vari stadi e stati di coscienza, diversi per vastità e profondità. Naturalmente noi usiamo immagini spazio-temporali: nel divino spazio e tempo vengono superati… []

Vuoi tu diventare sano? Il Vangelo di Giovanni 2° fascicolo

Su LiberaConoscenza.it il download del testo integrale.

Spunti di riflessione – Stare nel qui e ora: come non perdersi il meglio della vita

Non ci accontentiamo mai del presente. Anticipiamo il futuro perché tarda a venire, come per affrettarne il corso, o richiamiamo il passato per fermarlo, come fosse troppo veloce; così, imprudentemente, ci perdiamo in tempi che non ci appartengono e non pensiamo al solo che è il nostro, e siamo tanto vani da occuparci di quelli che non sono nulla, fuggendo senza riflettere il solo che esiste.

Blaise Pascal, Pensieri

La mente è uno strumento eccezionale se utilizzata nel modo giusto. Usata nel modo sbagliato diventa però molto distruttiva. Per essere più precisi, il punto non è tanto che voi utilizzate la mente in modo sbagliato, quanto che non la usate affatto. È la mente che vi usa. Questa è la malattia. Voi credete di essere la vostra mente. Questa è l’illusione. Lo strumento si è impadronito di voi. È quasi come foste posseduti senza saperlo, per cui scambiate per voi stessi l’entità che vi possiede.

Eckart Tolle, Il potere di adesso.

Ieri è storia, domani è mistero, oggi è un dono e per questo si chiama presente.

Kung Fu Panda

 

Quante volte ci è già capitato  di impazzire nella ricerca affannosa di qualche oggetto che ci serve nell’immediato, come ad esempio gli  occhiali o le chiavi della macchina, per non aver fatto attenzione a dove li abbiamo lasciati? O di dover uscire di nuovo in tutta fretta per comprare l’unica cosa veramente urgente che abbiamo dimenticato di inserire nella spesa appena portata a casa, di ritorno dal supermercato?  «Ma dove avevo la testa?», ci chiediamo allora con un moto di stizza. Fin qui, a parte incresciose perdite di tempo, i danni della nostra deconcentrazione non sono poi così gravi. Ma quanti incidenti drammatici o addirittura mortali, avvengono ogni giorno nel mondo, imputabili a momenti di distrazione di qualcuno? Le cronache ce ne forniscono immancabilmente delle liste da incubo: bambini morti in automobile, dimenticati per ore e ore al caldo cocente da qualche adulto che non ci stava con la testa, disastrosi scontri frontali fra automobili, treni deragliati con centinaia di vittime, bisturi dimenticati nel corpo di qualche paziente in sala operatoria… Tutto questo e molto altro ancora può accadere se invece di stare concentrati su quello che si sta facendo, si innesca  il pilota automatico lasciando vagare altrove i propri pensieri.

Ma anche senza doverci riferire a casi estremi come quelli appena evocati e focalizzandoci semplicemente sul grado di consapevolezza che dovrebbe accompagnare tutte le azioni che compiamo nello stato di veglia, dobbiamo riconoscere con un po’ di allarme che la nostra mente  è  in continua fuga da ciò che andrebbe svolto con attenzione.

In una recente ricerca, applicata a più di mille persone e apparsa su una prestigiosa rivista internazionale, Science, gli esperti  hanno tracciato una mappa delle divagazioni della nostra mente: ne risulta che ben oltre la metà del tempo in cui siamo svegli, la trascorriamo pensando ad altro rispetto all’attività a cui – apparentemente – ci stiamo dedicando.

Sono veramente poche le occasioni in cui siamo concentrati sul qui e ora, su quello cioè che stiamo vivendo nel presente: tali occasioni si verificano in genere  per momenti di intensa emozione, nel caso di certi incontri particolari o quando si è di fronte a un pericolo. Assai più spesso per molti di noi, la divagazione è il modo operativo dominante del cervello e si instaura in automatico quando proprio non siamo costretti a impegnarci: mentre lavoriamo, mentre conversiamo, mentre   ci spostiamo da un luogo ad un altro.

Dove ci conduce la mente? Le piace molto vagare sulla nostra linea del tempo e così ci proietta sul passato, su ciò che ormai è accaduto e compiuto, o sul futuro, cioè su quello che potrebbe accadere ma di cui non vi è alcuna certezza, facendoci  perdere, perversamente, la capacità di vivere e di goderci il presente che è invece l’unico tempo reale e certo.

È così che, distogliendo la nostra attenzione da quello che stiamo facendo in un preciso momento, il tiranno spietato di cui siamo preda – la mente appunto – ci sballotta tra processi di pensiero meccanici e compulsivi. E se talvolta ci induce a rimuginare su qualche fatto o emozione gradevole ormai conclusi, o a sognare eventi idilliaci che forse non accadranno mai, molto più spesso i suoi andirivieni tra passato e futuro ci inquinano i pensieri di spazzatura psichica: malinconie, sospetti, pettegolezzi, criticismi, paure, ossessioni, rancori, gelosie, invidie, rabbie, bramosie, insensate disperazioni.

Finché restiamo dei “posseduti” dalla nostra mente, per usare l’espressione di Eckart Tolle (che cito nel riquadro e dei cui libri raccomando vigorosamente una lettura meditativa), non solo saremo esposti al rischio di pericolose distrazioni, ma ci perderemo il meglio della vita.

Vivendo in una vallata alpina, ho la gioia di godere la bellezza, la maestosità, la sacralità della natura che mi circonda. Conosco bene ormai tutte le sfumature di suono del torrente che scorre a due passi da casa mia, il chiacchiericcio degli uccelli all’alba e al tramonto di tranquille giornate estive, la festa di colori e di profumi del bosco in autunno. Per godere queste cose la mente deve essere in quiete. Altrimenti si guarda ma non si vede, si ascolta ma non si ode, si annusa ma non si sente. Vengono a volte amici di città a trovarmi, ma sono talmente prigionieri della loro mente, invasi da pensieri vecchi, morti, da non riuscire a percepire questa bellezza. La verifica deludente avviene ogni volta che chiedo a qualcuno di loro se sia rimasto colpito dal tale o tal altro particolare ben evidente, durante una visita del territorio. La risposta ormai scontata è quasi sempre: «A dire il vero non l’ho notato!».

Volendo, le risorse non mancano per non essere più tenuti in ostaggio dalla nostra mente e per disattivare i pensieri automatici che ci tengono lontani da tutto quello che stiamo compiendo. Fra le varie strategie da mettere in atto, la più semplice è quella di correggere a poco a poco i nostri automatismi più comuni. Ad esempio, al mattino, la cattiva abitudine di trangugiare in fretta e furia il caffè, con la mente che è già arrivata al luogo di parcheggio della macchina o fors’anche sul posto di lavoro, può essere modificata decidendo di riservarsi dieci minuti per fare colazione seduti al tavolo. In tal modo prendiamo consapevolezza di sensazioni non ben analizzate in passato. Ci concentriamo sui colori, le forme, i sapori, i profumi, i suoni che percepiamo nella stanza, sulle sensazioni che ci provoca l’assunzione del cibo e della bevanda. Relativamente agli altri pasti che assumiamo nella giornata, si può decidere di lasciare la tv spenta, facendo a meno delle ultime notizie. Quello che è accaduto non si può cambiare; quindi ci si può concentrare sul gusto del cibo, sulla gratitudine per chi ha preparato la mensa, sulla comunicazione con i familiari o, se si è soli, sulla fortuna di potersi nutrire secondo i propri gusti e il proprio appetito.

Un’altra strategia, da attuare in qualunque momento della giornata e per pochissimi istanti, consiste nell’imparare ad ascoltare le nostre sensazioni corporee che cambiano e ci danno gli elementi per sentire le nostre emozioni e trasformarle in pensieri: il mio respiro è calmo, mi sento bene, sono in pace col mondo intero; ho una stretta allo stomaco, sento rabbia, questa situazione mi ha stancato.

Chissà quante volte abbiamo percorso a piedi quel certo tratto di strada che conduce a casa nostra, probabilmente assorti in mille pensieri, dai più impegnativi ai più superficiali. Dalla prossima volta decidiamo di portare l’attenzione su tutto quello che ci sta intorno. Proviamo a descriverlo mentalmente come se parlassimo a un compagno di strada non vedente. Gli diciamo i colori, la tipologia dei negozi, gli descriviamo il giornalaio o la signora che ci ha venduto il pane.

Ho lasciato per ultimo un esercizio di concentrazione che io sperimento già da lungo tempo, con effetti molto benefici sul mio pensiero, e che fa parte di una serie di cinque esercizi per la crescita interiore, ideati da un grande maestro dello spirito: Rudolf Steiner. Scopo fondamentale dell’esercizio, che avremmo tutto l’interesse a far diventare una consuetudine quotidiana, è di aiutare a farsi padroni del proprio pensiero. Questo è del resto anche il mio auspicio, che formulo in chiusura della presente riflessione.

Proporsi cinque minuti al giorno (non di più, anzi, all’inizio possono essere anche solo tre minuti), durante i quali si prende un oggetto di uso quotidiano, il più semplice possibile (un bicchiere, un chiodo, una matita…) e per quei pochissimi minuti ci si sforza di pensare soltanto pensieri inerenti a quest’oggetto. (p. e.: pensieri inerenti alla forma, al materiale di cui è fatto, all’utilità, agli usi che se ne possono fare, ecc. ecc.).