DISOCCUPAZIONE: ERRANZA O PASSAGGIO INIZIATICO?

di Marie-Odile Sansault

Dalla Rivista Kairòs – n° 3 di maggio/giugno 1997

Disoccupati

Disoccupati in fila a Water Street, New York, 1932

I due articoli che seguono trattano un tema di cocente attualità, quello della disoccupazione, un fenomeno che sta assumendo, in particolare nel mondo occidentale, dimensioni drammatiche a livello sia sociale che individuale. Nell’Unione Europea i disoccupati sono oltre 18 milioni, pari al 10,9% della popolazione attiva. Ma come tutti gli altri eventi rilevanti della nostra vita – una malattia, la morte di una persona cara, il divorzio, ma anche una nascita, il matrimonio, un nuovo incontro – anche la disoccupazione rappresenta una possibilità di crescita offerta all’essere umano. Questi due articoli propongono un punto di vista nuovo sul fenomeno e illustrano, seppure schematicamente, le diverse fasi dell’esperienza intese come potenziali passi di evoluzione personale.

L’attualità sociale pone la disoccupazione al centro delle preoccupazioni individuali e collettive. Abbiamo tutti nella nostra cerchia ristretta, nella nostra famiglia, persone senza lavoro, chiamate pudicamente “cercatori di impiego”. Ognuno ha la sua opinione sullo status di disoccupato: vittima della recessione economica, fannullone contento della sua sorte, infelice che si dibatte e si dice pronto a fare qualsiasi cosa… La popolazione dei senza lavoro non è più superficiale né più co­raggiosa del resto dei suoi concittadini. Si tratta semplicemente di considerare questa mancanza di impiego come un periodo particolare dell’esistenza: momento di vuoto che permette di porsi questioni di fondo sulla propria identità, sui propri progetti, sui propri valori. La disoccupazione diventa allora aratrice, fonte di rivelazione, tappa iniziatica. Prima di arrivare a questo punto, l’individuo sarà messo a confronto, con maggiore o minore intensità, a seconda dei casi, con l’erosione progressiva causata dalla disoccupazione…

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Kairos 3, maggio-giugno 1997 – Disoccupazione: erranza o passaggio

Tu non sei umano

Un indizio per capire il regolo delle gerarchie

di Enea Arosio

Incarnazioni planetarie della Terra

Prefazione – Millenovecentottantadue
Ricordo con piacere i primi tempi di studio, ma forse meglio dire di lettura, di quel libricino che racchiude la storia dell’umanità: La Scienza occulta di Rudolf Steiner.
Non avevo ancora vent’anni e poiché mi ero da poco immesso nel mondo del lavoro e facendo un lavoro che piace (presso la IBM di Milano), il tempo sfuggiva dalle mani e potevo quindi dedicarmi solo alla sera tardi, rubando qualche ora a Morfeo, alla lettura di quel testo.
Partecipavo anche una volta la settimana o al mese, ora non ricordo bene, agli incontri in via Vasto presso la Società Antroposofica dove vi erano sia gruppi di lettura/studio che serate cicliche una delle quali era dedicata alla scienza occulta. Risale a quel periodo il mio primo schema che avevo fatto a casa con tanta cura tra lo stupore (poco) e l’indifferenza (tanta) dei fratelli: L’evoluzione planetaria della Terra da Saturno a Vulcano.

Il regolo delle Gerarchie

Sembra poca cosa, ma allora non vi erano ancora i computer e la meraviglia che avevo allora per aver scoperto una cosa nuova mi portava a disegnare con strumenti (non a mano libera, essendo in fatto di disegno una vera capra – con tutto il rispetto per le capre) quali curvilinee, cerchi prefatti, etc.

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Spunti di riflessione – IRA: la passione a due facce

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

 

 

L’ira è un vizio quando diviene una presenza costante nei nostri rapporti con gli altri, quando è il segno del disprezzo e dell’odio nutriti verso l’altro, quando contiene l’intenzione dell’annientamento e della distruzione dell’altro. La collera è in tal caso la negazione della relazione e della responsabilità.

(Enzo Bianchi)

Pensi di avere la “miccia” troppo corta? Allora l’ira fa parte della tua vita. Se così fosse, dovresti riconoscere che giustificazioni del tipo:”Fa parte della natura umana” oppure ” Se non mi sfogo mi viene l’ulcera”, sono solo scuse, perché, nel profondo, sai bene che non sei affatto contento che l’ira sia una parte di te. Se non piace a te, tantomeno piace agli altri.

(www.procaduceo.org.)

È da tutti e facile adirarsi: ma farlo con chi si deve, nella misura giusta, al momento opportuno, con lo scopo e nel modo convenienti, non è più da tutti, né facile. Ed è per questo che il farlo bene è cosa rara, degna di lode e bella.

(Aristotele, Etica nicomachea, IV secolo A.C.)

Di solito gli uomini quando sono tristi non fanno niente: si limitano  a piangere sulla propria situazione. Ma quando si arrabbiano, allora si danno da fare per cambiare le cose.

(Philip Roth)

 

 

Ira, collera e rabbia, sono termini che rinviano allo stesso concetto: un moto impetuoso dell’anima, un violento bisogno di reazione, con parole o atti, contro ciò che contrasta con le proprie aspettative e desideri e procura sofferenze e contrarietà fisiche e morali.

 

L’ira è una forza oscura e potente che all’improvviso può impadronirsi di noi e che non conosce la misura: ci invade, si dilata, si gonfia, finché esplode improvvisa, come un fiume in piena. Sappiamo dalla storia che nei momenti più bui, l’ira attecchisce e divampa in furenti esplosioni di popolo, portando con sé la vendetta e la violenza che si scaricano sui potenti e sugli inermi . Pensiamo a tutte le ribellioni dei poveri e degli oppressi di ogni epoca contro le vessazioni dei padroni o dei tiranni, alle rivoluzioni sanguinose che si sono succedute da noi in Europa o negli altri continenti, ai fanatismi civili o religiosi, carichi di violenza, di odio e di vendetta. L’ira infatti, per la sua natura contagiosa e dirompente, ha sempre avuto una grande incidenza sociale, politica e religiosa riuscendo a mobilitare folle, partiti, popoli interi. L’ira però non è solo una passione collettiva che a volte può mutare il corso della storia; è anche una collera individuale che si accumula e poi esplode, in reazione a una serie infinita di cause scatenanti.

L’ira fa parte delle emozioni primordiali, come la paura, la tristezza, o la gioia. In origine la sua funzione era di proteggere l’uomo dalle aggressioni al proprio territorio e di salvaguardare la sua sopravvivenza o quella del gruppo. Perciò appartiene agli istinti di natura di cui l’uomo è dotato ed è una costante che ritroviamo in tutte le civiltà, primitive o evolute che siano.

Nella tradizione religiosa cristiana questa passione è classificata tra i sette vizi capitali in quanto impulso disordinato che si sfoga con i più bassi sentimenti fino alla vendetta. Ma anche nell’ambito della laicità nessuno oserebbe smentire gli effetti deleteri e mortiferi dell’ira incontrollata.

Purtroppo il momento storico-sociale che stiamo attraversando predispone di continuo all’aggressività e all’allarme: di giorno in giorno si accresce la percezione di insicurezza personale, di conflitti sociali esasperati, di devastanti crisi finanziarie, di enorme precarietà del lavoro. Quando l’esistenza perde dignità e valore, l’ira si riaffaccia prepotentemente e sostenuta dal vittimismo, spinge alla ricerca di capri espiatori su cui riversare i suoi sfoghi selvaggi. Non passa giorno senza che le cronache ci segnalino episodi di violenza estrema, spesso generati da motivi futili o del tutto sproporzionati rispetto alla furia che scatenano. Ci si accoltella per un posto macchina al parcheggio, che il prepotente di turno ha soffiato ad un guidatore meno veloce di lui nella manovra. Si uccide la pensionata che tenta di resistere allo scippo della sua misera pensione appena ritirata alla posta. Il figlio ammazza con furia bestiale il padre che gli nega i soldi per la discoteca dopo tante elargizioni ricevute in passato. Si sevizia fino alla morte un bambino per l’esasperazione che provoca il suo pianto prolungato.

 

Ma anche quando non ci scappano morti, la rabbia può uccidere semplicemente con parole e gesti ferali, incancellabili, definitivi, che mortificano e logorano le relazioni umane e affettive più importanti. Davanti ai problemi che sorgono di continuo nella relazione con gli altri e che andrebbero affrontati con pacatezza e serenità di giudizio, ci abbandoniamo invece allo sfogo collerico che, proprio per l’irrazionalità e la perdita di autocontrollo in cui ci precipita, aggrava il problema invece di risolverlo. Tutto il nostro essere si scompone nell’ira: il volto arrossisce, gli occhi si accendono di animosità, i muscoli facciali si tendono, le labbra si schiudono facendo apparire i denti serrati e compressi gli uni sugli altri; la voce si fa urlo, le braccia si agitano in gesti di minaccia, il corpo è proteso verso l’attacco di chi ci fronteggia. La ragione si annebbia, perde la lucidità, offuscata dagli istinti più brutali lasciati allo sbaraglio. Ecco come l’ira incontrollata degrada l’uomo allo stato bestiale. Anche la lingua, che è fedele specchio dei nostri comportamenti, ci rimanda, tra locuzioni e frasi idiomatiche, il poco lusinghiero ritratto dell’uomo che scade al livello bestiale. Ognuno potrà integrare a memoria questo limitatissimo campionario: essere fuori di sé, fuori di testa, perdere il lume della ragione, non vederci più dalla rabbia, uscire dai gangheri, perdere le staffe, andare in bestia, imbestialirsi, imbufalirsi, inviperirsi, andare su tutte le furie, essere inferocito, diventare una belva, ecc. ecc.

Dicevamo all’inizio che la grande prosperità attuale della collera cattiva di cui si è cercato di tratteggiare i contorni, è in relazione col difficile momento storico che stiamo attraversando. A questo dato bisogna aggiungerne però un altro molto importante: la nostra è l’epoca di un diffuso individualismo di massa in cui ognuno mette al centro il proprio io, considerando tutti gli altri come semplici satelliti. Finché si resta abbarbicati a quest’ottica, ogni io si sentirà vittima di soprusi, di provocazioni, di attentati alla propria indipendenza, allontanando da sé colpe e responsabilità. La messa in discussione di “sua maestà l’io” risulta insopportabile. È questa, in definitiva, la ragione dell’aumento esponenziale dell’aggressività verbale e fisica anche di fronte a piccolissime, trascurabili offese.

Gli psicologi e i vari maestri elaborano apposite terapie dell’anima per tenere sotto controllo l’impeto dell’ira. Basterà cliccare su Google per vedersi aprire offerte illimitate e talvolta molto interessanti. Possiamo anche ricordare le antiche ricette di saggezza che suggeriscono di contare fino a dieci o di fare un respiro profondo prima di aprire la bocca, che funzionano nella misura in cui lasciano il tempo alla ragione di prendere il controllo sull’impulsività sfrenata.

Ma la strada maestra per tenere a bada l’ira distruttiva, è come sempre la strada più lunga e difficile perché punta a sconfiggere il proprio narcisismo, le proprie rivendicazioni troppo egocentriche, mediante la presa in conto, paritetica, egualitaria, esente da giudizi di valore, degli altri ” io” che stanno intorno a noi. La psicologia parla in questo caso di acquisizione di comportamenti assertivi che consistono nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni, senza tuttavia offendere né aggredire l’interlocutore.

Il discorso sull’ira, già lungo, non è ancora completo in quanto sarebbe troppo unilaterale fermarsi a considerare questa passione come una delle tante forme del male. Basti pensare che i padri della filosofia hanno dedicato all’ira riflessioni molto profonde. Platone la considerava una qualità dell’anima. Quanto ad Aristotele, autore di un importante testo di etica, l’Etica Nichomachea appunto, si possono leggere nel riquadro di apertura due righe provenienti da quel suo trattato, a conferma dell’idea che l’ira, sapientemente dosata e diretta, può essere una passione giusta e nobile.

In concreto l’ira diventa una sana reazione di fronte a situazioni eticamente inaccettabili. L’ideale morale non consiste allora nel farla tacere, ma nel darle la giusta direzione. La causa della pace, della giustizia, della salvaguardia del pianeta ha bisogno di persone che si appassionino, si sdegnino, protestino quando questi valori sono violati o disprezzati. E infatti, mentre deprechiamo tutti la rabbia civile che si trasforma in violenza fanatica e indiscriminata o le rivendicazioni in cui si inseriscono frange criminali, normalmente diamo volentieri l’avallo alla collera della gente quando si rivolge contro l’oppressione o il degrado, quando è mossa dalla speranza di modificare assetti sociali o politici ingiusti e intollerabili. A questo riguardo si può osservare che le mobilitazioni di massa finalizzate a questi scopi sono frequenti e numerose perché costituiscono l’unica risorsa dei poveri o degli oppressi per far sentire la loro voce. Invece, e questo dovrebbe farci riflettere, non capita quasi mai di veder esplodere la rabbia o la giusta indignazione o l’auspicabile denuncia quando si è in pochi ad assistere a soprusi, a gesti di violenza o di immoralità che si consumano davanti ai nostri occhi a danno di una persona inerme. Quando riusciremo ad adirarci e a indignarci in difesa di quel nostro simile in difficoltà, senza voltare il viso dall’altra parte per non vedere quel che gli accade, avremo compiuto, come decreta Aristotele, un’azione “rara, degna di lode e bella”.

UN CLASSICO DA LEGGERE IN UNA NUOVA LUCE

Riscoprire un capolavoro letterario a distanza di qualche decennio dalla prima lettura

Delitto e castigo, di Fëdor Dostoevskij, è un romanzo che trabocca di positività, ma questo è un aspetto difficilmente afferrabile di primo acchito…

Delitto e Castigo

Già il titolo ha un impatto scoraggiante, richiama laceranti abissi di una sfera istintuale umana dalla quale di rado si trova scampo, una volta che vi si è addentrati. Anche per questo lo si raccomanda al lettore che abbia ampiamente superato l’età della ragione. Al di sotto di un certo grado di emancipazione interiore pare sia inevitabile subire un trauma, durante la lettura, forse perché si è strutturalmente incapaci di cogliere la componente spirituale fecondante e propositiva, della quale il testo è generosamente intessuto. Magari l’avevamo letto da ragazzi e ci erano sfuggite le gesta dei personaggi, quelle risplendenti di doti morali come bontà, abnegazione, sacrificio di sé. Rimane impresso solo lui: l’assassino, intrappolato nell’insopportabile oscurità del suo calvario animico. E sembra passare inosservato anche il bellissimo epilogo, sommo dono letterario e spirituale con il quale l’autore si congeda descrivendo magistralmente il dolce levarsi, scaldato dal tepore del Sole, di un amore altissimo!, conquistato attimo per attimo.

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La Filosofia della Libertà 13 – fotoracconto

Dal Seminario di Milano dello scorso febbraio (dal 15 al 17 febbraio 2013)

Alcune foto e le impressioni di una giovane signora che ha assistito per la prima volta a un seminario di Archiati.

PS: è possibile “cliccare” sulle foto per ingrandirle

É stata un’esperienza di ascolto e di approfondimento che mi ha permesso di alzare il mio livello di attenzione sugli aspetti positivi dell’esistenza che io, per indole, tendo a non vedere.

La locandina all'ingresso della Scuola

Confesso di mancare di assiduitá nello studio dell’Antroposofia ” e quindi incontri come questo, vissuti ed assorbiti con intensitá sono per me estremamente gratificanti. Ne esco sempre con una marcia in piú…”

Ausilia

La Scuola "Rudolf Steiner" di via Clericetti a Milano

La sala del Seminario

Pubblico all'entrata in sala

Pietro Archiati disegna alla lavagna

Un momento del dibattito

Il Seminario è finito...

Per il prossimo seminario, questo è il link:

La Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner XIV Seminario

Rudolf Steiner 1913 – Noi 2013

Un articolo di Mauro Vaccani per i lettori di Liberaconoscenza

Possono essere interessanti ed utili anche per noi le esperienze vissute esattamente cento anni fa da Rudolf Steiner? Ho provato a ricostruirle rapidamente e ve ne segnalo alcune, non per gusto di erudizione, ma per stimolare la nostra volontà di oggi.

Il 1913 fu l’anno in cui si concluse la sua lunga attività nell’ambito della Società teosofica, cominciata proprio all’inizio del secolo. Da quando era diventato segretario della sezione tedesca il numero dei soci era salito da poche decine a circa 3.000, organizzati in molti gruppi. I conflitti sul problema della “reincarnazione” di Cristo lo convinsero a rompere i ponti con quel mondo, e a distanza di un secolo bisogna riconoscere che fu una liberazione: finivano gli appoggi organizzativi ma iniziava la libertà. Fino a quel momento Steiner doveva attendere il consenso degli altri segretari nazionali per poter parlare nei territori di loro competenza, ora poteva farlo senza bisogno di alcun permesso e cominciò così a tenere conferenze in molti paesi europei.

A cento anni di distanza chiediamoci: quando le strutture, le organizzazioni sostengono la libera creatività spirituale e quando, invece, agiscono come limitatrici della nostra libera attività? Come trovare il difficile equilibrio fra la rinuncia a qualsiasi organizzazione, col rischio di “girare a vuoto”, e la capacità di mantenerla quale strumento al servizio delle idee e non viceversa?

Qualcosa di analogo avvenne anche per i suoi progetti architettonici. Dopo anni di logorante contrapposizione con gli uffici pubblici di Monaco, dove era originariamente prevista l’edificazione di quello che poi diventerà il “Goetheanum”, finalmente si optò per  una collina vicino a Basilea, messa a disposizione da un amico, e dove non vigeva alcun regolamento edilizio.

Il 20 settembre venne posta la pietra di fondazione e già a novembre il grande basamento di cemento sul quale edificare le due cupole di legno era pronto. Poi le cose andranno come tutti sanno: nel giro di poco più di dieci anni il capolavoro architettonico spirituale di Steiner era diventato una realtà …che bruciò in fretta.

A cento anni da quegli inizi sarebbe interessante tornare sul posto, vedere il grande complesso in cemento che ha sostituito quella costruzione lignea, e ragionare su cosa possa significare, per l’uomo d’oggi, quella “materializzazione” di un contenuto spirituale che ora si erge possente sulla collina di Dornach.

Sempre in quell’anno Steiner pubblicò una nuova redazione della “storia della filosofia” che aveva preparato anni prima, e la pubblicò col titolo Enigmi di filosofia. Era già un riconosciuto ed affermato maestro spirituale, impegnato in una vasta attività esoterica. Perché quel ritorno alla filosofia? Sembra un salto indietro di vent’anni, ai tempi del giovane scrittore de La filosofia della libertà.

Anche noi, dopo cent’anni, magari preferiamo l’interessante chiaroveggente che ci comunica verità spirituali che noi non percepiamo, invece del maestro che ci allena ad un pensare rigoroso, logico e coerente. E lo fa ripensando tutta la storia della filosofia. Allora anche noi possiamo ritmicamente riportare al centro dei nostri interessi lo Steiner filosofo, comunicatore di verità universali che non richiedono alcuna adesione ad un preciso insieme di contenuti spirituali. In questa ottica è pensato il prossimo incontro primaverile di Tartano che permetterà di ripensare la sapienza greca illuminata dal contributo di Steiner “storico della filosofia”.

L’estate del 1913 fu l’ultima che Steiner poté dedicare a quella pluriennale e straordinaria esperienza artistica che fu l’allestimento dei Drammi Mistero. La costruzione del Goetheanum doveva servire anche alla creazione di un luogo adatto per rappresentarli. E ancor oggi credo sia uno dei servizi migliori che quell’edificio rende all’umanità. Ci volle molto coraggio a mettere in scena eventi spirituali, processi che si sviluppano nell’arco di più vite, conflitti animici nei quali si manifestano anche le potenze del male. Steiner non lasciava nulla di intentato pur di portare agli uomini lo spirito, usando tutte le modalità possibili e non solo quelle intellettuali.

A cento anni di distanza chiediamoci: e noi, invece, andiamo avanti solo con conferenze e gruppi di studio? Gli artisti fra noi non si sentono provocati a intraprendere qualcosa che non siano solo i piccoli corsi? Tutti possiamo domandarci: quali saranno, oggi, le vie nuove per far arrivare la notizia che lo spirito c’è anche a coloro che forse non leggono più e neppure ascoltano?

Un altro tema che Steiner sviluppò in quell’anno fu il rapporto con l’oriente, che fu anche alla base del conflitto sorto con la Società teosofica. Penso ai cicli La Bhagavad -Gita e le lettere di Paolo (Ga 142), I misteri dell’oriente e del cristianesimo (Ga 144), Le basi occulte della Bhagavad-Gita (Ga 146).

Mentre cento anni fa la sapienza orientale interessava poche centinaia di persone, e tutte certo non appartenenti alle classi sociali popolari, oggi l’interesse spirituale per l’oriente è enormemente aumentato e coinvolge persone di tutti i tipi. Sembra quasi che quando si parla di spiritualità si intendano solo le pratiche orientali e se si usa il termine “meditazione” tutti pensano all’India o a qualche  metodica  orientale migrata da noi, magari passando dall’America.

A cento anni di distanza si impone quasi drammaticamente la domanda (che fu tale anche per Steiner stesso): come aiutare le persone che magari hanno ritrovato la spiritualità in oriente, superando così il materialismo dominante da noi, a compiere il cammino verso l’occidente e soprattutto verso il cristianesimo? Come dare una forma occidentale al fuoco orientale acceso in molti cuori?

Sempre nella vita di Steiner, e quindi anche nel 1913, Cristo fu al centro della sua ricerca e del suo magistero spirituale. Soprattutto mediante tre fondamentali cicli di conferenze cercò di approfondire tre aspetti della cristologia: le esperienze che prepararono il Mistero del Golgota, la relazione fra il Cristo e il mondo spirituale e, infine, le grandiose comunicazioni del “quinto vangelo”, iniziate nell’ottobre di quell’anno e proseguite fino a febbraio 1914.

A cent’anni di distanza mi sembra bello riprendere in mano quei testi e rielaborarli nella prospettiva complessiva di chi vuole costruire una profonda conoscenza del Cristo che non sia solo intellettuale ma che abbia sempre più un taglio esistenziale. Ecco perché proporrò di ristudiare insieme, e con un coinvolgimento molto attivo, sia il ciclo 152 Verso il Mistero del Golgota, nell’incontro estivo di Tartano, che il ciclo 149 Cristo nel mondo spirituale, nell’incontro invernale che si terrà proprio negli stessi giorni in cui si svolse cento anni fa.  Tutto questo anche per prepararci a mettere al centro della nostra attenzione gli stupefacenti contributi contenuti nel “Quinto Vangelo” (Ga 148), per ora disponibili in italiano solo in parte. Il sogno, che è anche un progetto, è di tradurre tutto quanto non è ancora stato tradotto di quel ciclo, e soprattutto prospettare una adeguata occasione che permetta agli interessati di rivivere intensamente quel che attraversò gli animi degli ascoltatori che, in diverse città europee,  ascoltarono dalla viva voce di Steiner quei pensieri, appunto cento anni fa.

Classe Zero

Un articolo di Emanuele Banchio dalla Rivista “Germogli” (dicembre 2012)

DA QUALCHE MESE A QUESTA PARTE STO A BERLINO: città assurda e meravigliosa, pregna di storia attuale in ogni suo quartiere, in ogni suo isolato, in ogni ciottolo e calcinaccio; una grande capitale, ma ancora adolescente, policentrica, dinamica, in fermento; aperta allo straniero; generosa di cultura, di arte… di colori che fanno da controaltare ai profondi segni che solcano il suo corpo, cicatrici della storia del mondo.
Passeggiando per il giardino, gremito di nanetti variopinti e scatenati, della “Rudolf Steiner Schule” (la prima scuola Waldorf sorta qui) mi imbatto in un capannello di bimbe curiose che mi accerchiano apostrofandomi
in crucco stretto:
«Ciao, chi sei tu? Sei un papà?».
«No».
«Sei un bambino?».
«No».
«Sei un maestro?».
«No…».
«E allora chi sei? Che ci fai qui?».
«Sono un tizio che viene dall’Italia. E sono qui perché mi piacerebbe scrivere un articolo riguardo a questa scuola».

 

Un maestro, vedendomi assediato, mi avvicina salutandomi cordiale.
E’ un uomo sulla quarantina avanzata, dalla corporatura imponente; un bonario e simpatico francese di nome Jean-Pierre che parla un tedesco piuttosto sgangherato, inframmezzato qua e là, per farsi intendere da me, da qualche parola in un italiano estemporaneo… estrapolato, mi spiega lui, dal suo passato di artista di strada e di appassionato di Commedia dell’Arte.

Gli chiedo se è disposto a rispondere ad alcune domande circa la realtà delle scuole Waldorf in questo paese; lui si dimostra subito molto disponibile.

Dalle sue risposte vengo a sapere che, attualmente, in Germania è proibito per legge che i bambini rimangano all’asilo oltre ai cinque anni di età. Ragion per cui alcune scuole Waldorf tedesche si sono inventate la cosiddetta nullte Klasse, che significa letteralmente “classe numero zero”: un anno di passaggio tra l’asilo e la scuola vera e propria, una classe costituita esclusivamente da bambini che hanno compiuto, o stanno per compiere, i sei anni.
Questa tematica mi incuriosisce… una “classe zero” che faccia da ponte tra due fasi diverse dell’infanzia…

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emanuele banchio – classe zero – germogli dicembre 2012

Aggressività e depressività

Articolo tratto dal libro: “UOMO MODERNO MALATO IMMAGINARIO? Paura, depressione, aggressività: malattie nuove e nuove vie della terapia” 2ª Edizione 1998 – Edizioni Scienza dello Spirito S.r.l.

Dalla sezione “Articoli e documenti” del nostro sito

Copertina del libro "Uomo moderno malato immaginario"

L’altalena tra aggressività e depressività: la forza portante dell’evoluzione umana

In modo analogo a come abbiamo trattato della malattia, affrontiamo ora i due fenomeni dell’aggressività e della depressività. Esse costituiscono una polarità di forze che interagiscono sempre fra loro, perché sono entrambe assolutamente necessarie per l’evoluzione. Sono anch’esse due unilateralità, il loro reciproco «pareggio» è sempre in atto e costituisce il dinamismo stesso della vita.

Un uomo del tutto senza aggressività o senza depressione cesserebbe di essere uomo. Potremmo addirittura dire che la grande differenza tra l’essere umano e l’animale è che l’animale non è in grado né di essere aggressivo in senso vero e proprio né di deprimersi. Se affermiamo che il leone è aggressivo in quanto agguanta la preda e la dilania, usiamo delle metafore antropomorfiche improprie perché l’istinto di natura non è deliberata aggressività: si impone per natura, appunto. Si può essere veramente aggressivi soltanto avendone almeno un barlume di coscienza…

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Convegni: Chi è quel bambino? Roma, 19 e 20 gennaio 2013

Il 19 e 20 gennaio il Teatro Colosseo di Roma ha ospitato un convegno di Fabio Delizia dal titolo “Chi è quel bambino?”

Numerosa  e calorosa la partecipazione del pubblico, che ha seguito con attenzione la proiezione di diapositive contenenti riproduzioni di capolavori artistici, fotografie e schemi proposti dal relatore a sostegno di una delle più straordinarie e dibattue rivelazioni della Scienza dello spirito di Rudolf Steiner: il mistero dei due bambini Gesù.

Complimenti a Fabio, promotore di un filone del tutto originale, che attraverso una ricca varietà di immagini ha ripercorso con chiarezza ed efficacia le tappe storiche e spirituali dell’umanità fino alle due Natività, evento preparatorio alla venuta del Cristo sulla Terra.

Eccovi alcune foto:

Locandine all'ingresso del teatro

Chi è quel bambino?

Una panoramica del pubblico

Prima fila

Stefania Carosi, l'organizzatrice, presenta il relatore

Fabio Delizia al microfono

Fabio mentre risponde alle domande del pubblico

Il relatore e Francesco Valori, prezioso collaboratore tecnico

Strumenti di lavoro…

Composizione di immagini

Rudolf Steiner

Il corridoio d'entrata

Pippo Viviano al banchetto dei libri

Via Capo d'Africa, il Teatro Colosseo è al numero 29

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema dei due bambini Gesù, segnaliamo la bibliografia indicata dal relatore:

  • Buddha e Cristo, di Rudolf Steiner (Edizioni Rudolf Steiner)
  • Il quinto Vangelo, di Rudolf Steiner (Editrice Antroposofica)
  • Voi siete dèi, l’uomo in cammino, vol. 1 (Edizioni Rudolf Steiner)

Diverso vivere

E se fosse diverso da come lo pensiamo?
di Enea Arosio


È sempre arduo riuscire a dare delle risposte o anche solo un avvio al pensiero su quei grossi temi che, con i nostri occhi abituali, vediamo come ingiustizie e di cui ci riesce difficile trovare il bandolo della matassa.

Da anni conosco l’Antroposofia di Rudolf Steiner e sempre più la definisco “il manuale d’istruzione” dell’essere umano; i suoi libri fondamentali Teosofia, Scienza occulta, La filosofia della libertà e L’iniziazione dovrebbero essere conosciuti affinché si possa avere quell’avvio al pensiero che conduce alla scoperta della nostra parte migliore.

Con questa dispensa propongo agli amici che la ricevono un piccolo estratto dal “Commento a LA FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ” (Voll. II, III e IV) seminari tenuti da Pietro Archiati, il massimo conoscitore (che io conosca) dell’opera di Rudolf Steiner, sperando che i pensieri esposti possano aiutarci a “capire diversamente” chi vive con noi.

Enea Arosio – Febbraio 2012

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