La Filosofia della Libertà 14

Dal Seminario di Milano, 27 – 29 Settembre 2013

L’incontro di Pietro Archiati ha registrato anche questa volta un ottimo successo di pubblico. Siamo lieti di potervi offrire alcune istantanee colte al volo dal Teatro della Scuola Rudolf Steiner di via Clericetti.

Immancabili i disegni alla lavagna

 

Il relatore mentre risponde alle domande del pubblico
Tutti immersi nel commento del testo
Uno scorcio del pubblico

 

Vi aspettiamo al prossimo appuntamento. A Febbraio del 2014 si ricomincia con il primo capitolo della Filosofia della libertà, nuovamente oggetto di studio su richiesta della maggioranza del pubblico in sala. Come ha detto Pietro Archiati, La filosofia della libertà è un testo talmente ricco di spunti che lo si potrebbe studiare all’infinito e trarne sempre rinnovate ispirazioni. Arrivederci!

 

 

All’abbazia di Novalesa, in Val di Susa

 

La redazione del Blog augura ai suoi lettori un felice 2013: Buon Anno Nuovo! Ecco alcune cartoline illustrate, con i nostri saluti.

 

Autentico cielo blu-cartolina


La facciata della chiesa abbaziale, dedicata ai santi apostoli Pietro e Andrea. Vi arriviamo sballottati dal vento, ad accoglierci l’ippocastano gigantesco… Qui tutto è antichissimo, un po’ fatiscente a dire il vero – la Provincia, attuale proprietaria, non stanzia i fondi necessari al restauro

 

Due vedute della cappella del SS. Salvatore. Le pitture policrome dell’anno mille, che la affrescavano al suo interno, sono svanite per incuria non del tempo ma degli uomini che ne fecero una sala per le cure termali

 

La cappella dedicata a San Michele, la più antica

 

Questa è dedicata a Sant’Eldrado, che fu prima pellegrino e poi abate a Novalesa nella seconda metà del secolo VIII. Nell’interno pregevoli affreschi bizantini ritraggono la storia del Santo, quella di San Nicola e un Cristo Pantocratore affiancato da Michele e Gabriele.

 

Si fa sera e torniamo al punto di partenza. Il vento s’è placato e all’interno dell’edificio monastico – regno dei Padri che ancora vi risiedono – riusciamo a dare un’occhiatina al chiostro: una pace perfetta finalmente parla alle nostre anime.

Ultimo sguardo d’insieme

Post Scriptum: L’Attesa

 

Allora niente grande onda?, e tutte le astronavi, i meteoriti …mbé?! Neanche da voi?????

Al ritorno dalla metropoli ho solo avuto un assaggino di tamponamento a (micro)catena nella nebbia, con una piccola frattura composta del fascione: l’assicurazione risarcirà. Sorgono nebulosi pensieri sul karma, su come siamo legati l’uno all’altro non solo direttamente ma a mezzo di intermediari in relazione con entrambi… come si intreccino misteriosamente i fili delle vite, a creare ricamini più o meno leggiadri. A stiracchiarsi anche, talvolta.

Un ventino, Sebastiano mi pare, s’è fatto intimidire da un camion strombazzante o impressionare dall’incidentone avvenuto poco oltre, che la radio ha enfatizzato (così lui dice, continuamente, per scusarsi: quanto gli dispiace!) e ha accelerato per immettersi nella coda dove eravamo tutti fermi in tangenziale, alle ore diciassette e diciassette del ventun Dicembre duemiladodici.

Dà una botta all’automobile di Stefano, più quarantino, che a sua volta viene a timbrare la mia. Che incontri!, e che bello permettersi (sono i lussi delle signore un po’ ageé) di portare calma e positività tra due galletti, bravissimi diavoli infine, che all’inizio si provano, a far capire all’altro chi comanda – ognuno alla sua maniera, secondo il suo temperamento e a seconda delle sue paure.

La macchinina di Stefano non parte più (ormai sono fatte come gli accessori della Barbie, o come quegli insetti che perdono tutte le zampe per un nonnulla, quando fan finta di essere morti) e dobbiam sostare tutti quanti un’ora e rotti nel bel mezzo della corsia centrale, aspettando il carro attrezzi e qualche Autorità che accerti l’accertabile. Lo stesso tempo che impieghiamo a compilare due constatazioni molto amichevoli, scambiandoci le biro pigiati nello stesso carapace immoto, al freddo come in quella notte là sotto la stella.

Triangoli, giubbottini fluo, ambulanze che passano per vedere se stiam tutti bene e a proteggerci dall’umida giungla d’asfalto. Un angelo della stradale sembra spuntato da un thriller apocalittico di Altieri: dall’auto non si esce!, sennò t’arrotano.

Non resta che continuare ad attendere… e AUGURI!

Post Scriptum: Un consiglio Doc

 

La canzone italiana ha il suo tesoro nascosto, perché la bravissima Alice ha cantato una struggente e ispirata poesia dedicata a Giovanna d’Arco, dopo averci pensato su un paio di settenni – da tanto non usciva un suo disco ed eccolo qua, Samsara, sfornato quest’anno giusto nel mese di Michele. È un moderno patrimonio di profondità femminile che si avvale (per questo e altri brani) di testi di fior di autori come Mino Di Martino, Tiziano Ferro, Franco Battiato, in una perfetta collaborazione.  

 

Morire d’amore, s’intitola così, trae spunto non direttamente dalla grande storia, perché guarda al capolavoro del cinema muto che Dreyer realizzò alla fine degli anni Venti sulla Pulzella d’Orléans, l’ultimo soldato voluto da Dio. La nostra eroina appare inquadrata in primo piano di fronte al suo Caifa, il 30 Maggio 1431, a Rouen. Quindi in principio è visione e parte dalla fine della vicenda, dall’estremo limite terreno di quella esistenza.

 Nata contadina, la giovane è anche veggente: può rimirare senza veli la bellezza sfolgorante della vita e nella propria trasparenza sa riconoscere, lì, nella bellezza, lo splendore del vero e la veste del buono. Per lei lo spirituale è una realtà – lo vede, lo ode, lo conosce – portandolo allora in Terra con ogni suo agire, nel quale coraggio e risolutezza sono animate dalle forze d’amore del cuore. La sua corazza è un’aura di luce solare e la sua virtù – il marziale amore che dà, generosamente – che di solito è roba da maschietti… ebbene, lei la esercita al femminile, nella forma dell’amore che si dà. Anela a donarsi e servire, facendosi umile strumento.

 

Come la madre a suo figlio, la martire fanciulla dona se stessa agli ideali di umanità e di individualità che sa ascoltare nel vento, cavalcando l’entusiasmo che la trae dal futuro e che fa echeggiare attorno a sé trascinante e carismatica. Carità, pietà e giustizia vengono così uditi anche dal popolo, dal suo sovrano e dall’armata che lei conduce.

 

Un tempo c’erano vergini guerriere consacrate alla lunare Artemide, galoppavano per le selve cacciando con il loro arco, invece Jeanne è una seguace di Atena, che dopo la grecità viene chiamata Arcangelo Michele. È attraverso di lei, col ferro dalla spada, che il solare Essere spirituale sana il suo tempo, comparendo a guarire la Storia lungo tante battaglie vittoriose. Compiuta la missione, eseguito il suo compito, la ragazza non può ritirarsi al paesello tornando a una vita qualunque: è una donna del destino! L’attendono la cattura, l’inquisizione e infine il rogo.

 

 

L’armatura è stata deposta sull’altare di una chiesa, come l’osso di un martire, e ora a colei che la indossò spetta il supplizio memorabile. Tradita, venduta al nemico e processata conclude questa sua esistenza terrena col fuoco finale. Così che oggi possiamo ancora rimembrarla.

Colgo un lampo di luce negli occhi

di Antonin Artaud

rapito dalla purezza della tua visione

mentre insegui nel vento le voci del cuore

mille canzoni d’amore ti bruciano il petto

 

Con la tua passione vuoi redimere il mondo

insofferente all’ortodossia

sempre pronta a donarti con tutta te stessa

gettando nella lotta

il tuo corpo di luce

 

Son caduti a migliaia sui campi di Francia

abbandonati nei fossi addormentati sui prati

è un paese allo sbando

tra saccheggi e carestie

quello che vede nascere la tua apparizione

 

morire d’amore per la forma di un verso

morire d’amore per la grazia di un gesto

morire d’amore

morire d’amore per un usignolo ferito

morire d’amore per un bosco fiorito

perché solo la bellezza salverà il mondo

salverà il mondo

 

Hai compiuto da poco diciannove anni

quando ti trovi davanti ai tuoi inquisitori

che mistificando il senso delle parole

vogliono indurti in errore

e condannarti per eresia

 

Incatenata al suono di mille campane

nel giorno di gloria della resurrezione

esclusa da tutto ti senti sempre più sola

nel tuo lungo calvario

mentre il Cristo risorge

 

 

stormi di uccelli neri appaiono in volo

cupa premonizione

sopra il cielo di Rouen

 

(Morire d’amore, testo di Mino Di Martino)

Acqua cheta

 

 Riceviamo e volentierissimo pubblichiamo.

Un racconto di Paolo Buzzo (…e anche i disegni)

 

20 ottobre 2012 – Anche quest’anno sta cercando di arrivare l’autunno.  Ma sembra non farcela.

Quella mattina si era alzata con un pensiero non riposato, era un pensiero che nella notte non era riuscito a sopirsi.

– Oggi c’è la verifica – era il pensiero. Di italiano e lettere, poi lezione di greco e latino. Niente di male, sono materie della vita passata ma utile e nello zaino del futuro, quello che suonava strano era la parola verifica.

Strano che quella parola venga dalla Scuola (forse vogliono verificarsi). Verifica di cosa?

Certo, verificano se l’alunno ha studiato. Giusto.

 

Poi penso: Omero ha visto l’Odissea, altri l’hanno raccontata, altri ancora l’hanno scritta, il linotipista l’ha battuta sul piombo, il tipografo l’ha stampata, il rilegatore ha finito il ciclo e ora il libro è qui sulla mia scrivania… come mai la verifica è solo tra me e Omero?

Forse il giorno della mia verifica dovrebbe anche essere il giorno per verificare la mia Scuola e se il mio professore è stato capace di insegnare?

Quindi tra me e Omero c’è un altro? Qualcosa d’altro? Forse non dovrei essere solo io quel giorno a essere verificata?

Certo, io magari non ho studiato bene quindi devo essere verificata. Giusto.

 

Ma lei Sig. Professore è riuscito a capire l’Odissea? È riuscito a viverla nella quotidianità?

Ma lei Sig. Professore cinquantenne come mai non è capace di resistere alle sirene?

Ma lei Professoressa è sicura di essere una Professoressa?

Forse non dovrei essere solo io la verificata.

 

Con questi pensieri incontro mio padre, pronto per uscire al lavoro.

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Io (che sono il padre) mi accorgo che la serenità s’è nascosta da qualche parte, coperta da pensieri noiosi e da una battaglia tra il bene ed il male.

 

Figliola, cosa ti aspetta in questa giornata, là fuori di casa?

– Oggi ho una verifica.

Chissà chi vuole verificare mia figlia, mi immagino una persona di alta moralità.

Non devo esagerare coi giudizi, è una verifica e basta.

 

Allora entro in azione.

– Figliola cara, per prima cosa bisogna aprire la finestra e far entrare il giorno.             

Poi metti fuori la testa e guarda dove nasce il sole. Non a caso nasce a oriente e quindi ti orienta nella tua giornata.

La strada del tuo Liceo è perfettamente indirizzata tra oriente e occidente. Quando arriverai a Scuola, però, non stare troppo in mezzo a quella corrente est-ovest, prima di entrare guarda verso il sole e rimarrai orientata per tutto il giorno.                                

Non mi prende per stupido perché sono serio e poi sono papà.

 

La guardo e in quel momento mi viene un pensiero che sto per dirle ma…  resto bloccato e quasi impietrito, allora sto zitto.

Avrei voluto dirle: quando sarai in classe e avrai un po’ di timore, rivolgi un pensiero ai tuoi cari defunti,  poi guarda il cielo e pensa: nonno/a aiutami tu.

Ma qui è il problema: son tutti vivi.

Allora da lì non può venire l’aiuto?

– Ciao pa’ io vado.               

Sì tu vai ma io non sono pa’.

 

L’affetto verso i nostri cari viene prima di tutto, è chiaro, quindi meno male che son vivi.    Il pensiero che mi ha bloccato è: ma i nostri cari vecchi ci aiutano di più stando quaggiù, oppure col loro sguardo celestiale stando di là?

E viceversa: noi possiamo aiutarli di più in questa nervosa durezza quotidiana, o potremmo essere più calorosamente loro vicini se fossero defunti?

Qui dobbiamo scontrarci con le visite mediche, i medici e la dipendenza chimica dalle medicine. Se in modo naturale fossero andati lassù, forse potremmo, con le nostre preghiere, i nostri pensieri e le nostre letture aiutarli in ciò che di qua, loro, non sono riusciti a portare a compimento.

Lassù forse sarebbero più liberi e potrebbero ascoltarci più serenamente.

E allora comincia a farsi largo un pensiero. Anzi un pensierone.

 

Poi sento la radio, annuncia che nel nostro mondo, cioè sulla Terra, siamo arrivati a 7 miliardi e che il 7miliardesimo nascerà la notte di Halloween (brutto segno). Dicono anche: dai 6 ai 7 miliardi ci si è arrivati in un decennio.

E qui mi torna il pensierone.

 

Ecco dove sta la fregatura dell’accanimento terapeutico quando sostengono che si può vivere fino a centoventanni. Anzi bisogna. Ecco la fregatura dell’accanimento terapeutico.  Si crea un grave scompenso tra la popolazione sulla Terra e quella nel mondo spirituale.

Eh sì!, perché l’uomo non è come i soldi che quando mancano entra in azione la rotativa e se ne fanno di nuovi, gli uomini con le loro anime sono quelli, sono sempre stati quelli, dall’inizio del Creato sono sempre stati una umanità esistente. Quelli siamo, però lo scompenso tra la vita terrena e la vita celeste è troppo grande.

I nostri Angeli soffrono quando ci attendono e noi non arriviamo.

Non arriviamo perché esiste l’aspirinetta.   Naturalmente non solo per quella.

Certo che la differenza tra l’abbracciare il mondo divino e l’aspirinetta è tanta.

 

Allora mi immagino come sarebbe se il mondo spirituale e quello terreno fossero equilibrati, per prima cosa potrei alzare gli occhi al cielo e dire ai miei: se potete, aiutatemi. Invece sono già le sei del pomeriggio e devo andare io a prestare aiuto ai miei vecchi.

Però mi tocca. Giustamente. Loro hanno aiutato me e ora io aiuto loro.

Ma l’aiuto che porterò stasera non è sufficiente, quello che io posso dare qui è in buona parte materiale.

Forse l’amore per un defunto è più costruttivo se lui è defunto?

Certo, perché l’uomo è come l’acqua (papà, non dire stupidate).

Invece insisto: prova a immaginare una goccia d’acqua con due occhietti.

Poi immagina che tutte le gocce d’acqua, di tutto il mondo, abbiano due occhietti e una fisionomia, una diversa dall’altra.

 

L’acqua non è diminuita dal giorno del creato, l’acqua (come l’uomo e la sua anima) sempre quella è stata. Non c’è una zecca di Stato dell’acqua, l’acqua è quella da sempre e non se n’è persa neanche una goccia.

Allora dove è finita tutta l’acqua.

Difficile dirlo, però possiamo tentare.

C’è ad esempio l’acqua prigioniera nei tubi delle case, nelle condutture condominiali, nelle condutture principali degli acquedotti, nelle caldaie, nei boiler, nei vasi d’espansione ecc…

A Milano ci sono 4 milioni di abitanti con mille litri di acqua prigioniera per ogni abitante.

A Milano ci sono 4 miliardi di litri di acqua prigioniera.

In Italia ci sono 60 milioni di abitanti che hanno 60 miliardi di litri di acqua prigioniera.

Nel mondo ci sono 7 miliardi di uomini che hanno settemila miliardi di litri di acqua prigioniera.

Poi c’è l’acqua sugli scaffali, minerale, frizzante, bibita, succo, vino ecc. questa è acqua prigioniera tagliata, mischiata, colorata… provo ad immaginare la faccina di ogni goccia, i suoi occhietti e… la sua dedizione.

Certo, è dedizione perché l’acqua è nelle nostre fogne con tutti i liquami che le condutture portano ai depuratori, al fiume, al mare ed è lì che l’acqua diluisce tutti i liquami schifosi. Non lo fa con la sua percentuale matematica di acqua, ma con la sua azione di altruismo, gratuità e dedizione.  E, se guardate, mantiene anche gli occhietti vispi.

 

Poi c’è l’acqua maltrattata, l’acqua piovana che vorrebbe raggiungere le falde nel profondo delle nostre montagne, ma i boschi sono sporchi, i canali sono otturati, le fessure piene di incuria e allora scivola a valle e trascina detriti. Si sono inventati muraglioni, argini, contenimenti dove lei corre a velocità spaventosa e invece di gocciolare in un laghetto sotterraneo si ritrova ad impazzire contro un muro costato qualche milione di euro. Il Comune si sente fiero d’aver costruito il muro.

Forse sarebbe più fiero se avesse dato i soldi ai due sposini che abitavano la valletta e che pulivano il bosco. Così l’acqua sarebbe andata al suo posto e gli sposini si sarebbero senti anche loro al proprio posto, anche perché gli sposini generano, il muro invece mura.

E poi c’è l’acqua delle dighe e tutto il vapore acqueo che è nel cielo.

 

Il mondo spirituale ha meno anime ma ha più acqua. Però il mondo spirituale è più bravo nel gestire gli uomini, le loro anime e i loro defunti, non lo è altrettanto nel gestire l’acqua. Ogni tanto si vede i pasticci che combina quando ci rimanda l’acqua dal cielo.

Infine ci sono i ghiacciai che da cinquant’anni stanno diminuendo.

I ghiacciai, fatti di ghiaccio erano sostenuti dalla durezza dei montanari, dall’egoismo e dai sentimenti freddi, quindi non-sentimenti. Fino a 150 anni fa le montagne sopra i duemila erano considerate luoghi mostruosi, luoghi di non ritorno. Luoghi freddi.

Oggi i ghiacciai sono diminuiti, ma non per l’effetto serra. Sono diminuiti per gli scompensi dell’uomo, scompensi biologici, innaturali e chimici. E poi perché, anche se non si vede, l’uomo sta imparando ad amare più consapevolmente da sé, non come popolo, come partito politico o come patria geografica, l’uomo pian piano sta imparando ad amare con la sua singola volontà.

L’amore porta calore e il calore scioglie il ghiaccio.

Il ghiaccio sciolto è acqua liberata dall’azione amorevole dell’uomo.

E un po’ anche dai suoi squilibri ecologici.

 

Tutte le volte che apri un rubinetto, non pensare soltanto allo spreco, pensa che liberi l’acqua.

E tutte le volte che chiudi il rubinetto imprigioni l’acqua.

Scusate, ognuno prenda questa lettura come un passatempo

(non necessita adesione)

 

Paolo Buzzo

Post Scriptum: I Promessi Sposi – Lucia e Renzo

Scipione, Caligola e adesso pure Lucifero, chissà mai chi se li inventa, i nomi di ‘sti caldoni sempre più torridi… Tiradritto, Tanabuso e Squinternotto invece sono i bravi di don Rodrigo, li ricordiamo?, li battezzò Alessandro Manzoni in persona, dopo paziente ricerca, con tutti i crismi della filologia.

Sentiamo, ora: Lucia! Cosa ci dice? È una luce (nella quale vive saggezza fluente, direbbe qualcuno) diversa da questa di Agosto ch’è abbacinante, diurna e tutta fuori, è il lume che splende dal fondo delle notti più lunghe e nere dell’anno, dal tredici di Dicembre, il giorno dedicato a colei che offrì poi il nome e la sua virtù a tutte le Lucie. Una scintilla che appare modesta, ma è inestinguibile e tenace, femminile e verginale. Tommaso d’Aquino stravedeva per la bella e fiera martire siracusana che, votatasi a Dio, spiegò al suo seduttore – quando la voleva smonacare a forza, richiudendola in un lupanare – come la castità non sia faccenda del corpo, ma dell’anima. Un bell’esempio di quelle forze individuali della volontà umana che non possono essere schiodate da qualsivoglia fatto esteriore.

Nella Divina Commedia è proprio Santa Lucia, per intercessione della Vergine, che si muove a chiamare Beatrice quando il loro devoto Dante è in pericolo nella selva oscura; non solo, in seguito scende di persona in Purgatorio ad aiutarlo. E la nostra Lucia Mondella proviene da questa bella e pura sorgiva, è fatta di quella pasta lì, anche lei chiarore di una verde speranza che mai si spegne, perché c’è sempre e da sempre, ed è capace di illuminare il buio attorno a sé.

Ci è familiare questa fanciulla lombarda molto speciale, no?, la conosciamo fin dalle medie e ce la ritroviamo dopo tanti anni ancora nel cuore, una brava ragazza di paese con le mani che odorano di bucato, pulita, onesta e adamantina. Quindi semplice come in fondo semplice ha da essere la verità. Abbiamo sempre saputo che le dicerie sul suo conto – quelle diffuse dai critici manzoniani – sono una perversione maschilista cagionata da invidia, perché una religiosità come la sua se la sognano… Se è una ragazzotta come tante, come mai le sue vicende sono così eccezionali? Non è una gran bellezza, esteriormente, ma allora perché un don Rodrigo si incaponisce a sedurla? Altro che inconsistente e sciocchina acqua cheta!

Enigmatico pare anzitutto il suo rapporto con Renzo, come con tante nostre amiche verrebbe da domandarsi: ma lei, che così evidentemente ha una marcia in più, cosa ci avrà trovato? Lui a prima vista sembra proprio un fior di bietolone… Proviamo un po’ a smuovere i metri usuali, spostandoci allora, da Lucia, a osservare anche Renzo, perché i due si spiegano a vicenda se si tratta di autentiche anime gemelle – così li vede il padre Cristoforo: “condotti dal Cielo a unirsi”. E pure contro il ragazzo la critica si è sbizzarrita. Come minimo possiamo capire che, sempre più, il fenomeno Lucia e il fenomeno Renzo costituiscono un enigma conoscitivo, ai nostri giorni (e tanto più gioioso sarà brano a brano cercare di svelarlo, direbbe forse qualcun altro).

Prestiamo attenzione per prima cosa a quello che pare un caso di sfiga cosmica da legge di Murphy, a quanto accade al buon giovane appena mette il naso fuori dal paesello. Durante una sommossa – per caso passava di lì – viene scambiato per un agitatore sociale, al punto che deve espatriare e vivere sotto falso nome come un pericoloso criminale; al clou della pestilenza viene preso per untore: c’è qualcosa di forte in lui che gli attrae le esperienze più estreme, dalle quali però esce indenne. E vediamo come il ragazzo resti sempre innocentemente e integralmente se stesso, a cuore aperto nemico di ogni falsità che, pure, gli renderebbe la vita là fuori molto più facile. Sarebbe così difficile vedere in Renzo, per esempio …una specie di folle, un giullare, un idiota geniale alla maniera di Parsifal? Proviamoci.

Si presenta a Lucia una grande opportunità evolutiva, attraverso un processo interiore di coscienza – c’è di mezzo la questione del voto e quanto esso comporta, prima e dopo –, e la stessa cosa succede a lui!, viceversa attraverso una via adatta a un maschietto, e per giunta dal temperamento collerico, cioè soprattutto passando per esperienze del mondo esterno. Nel voto di Lucia un processo tutto intimo sa agire fuori, sull’Innominato, cui era evidentemente unita per vie karmiche. In quel momento lei si apre all’intuizione di dedicarsi alla Madonna, “risolve” il punto critico della propria biografia e matura subito un frutto inestimabile lì accanto: la conversione di quel grande del male. Così nella vicenda del perdono al lazzaretto vediamo come il giovane si lasci guidare dalla forza di un Cristoforo, colui che porta il Cristo. Grazie alla propria purezza di cuore, consolidata attraverso le peregrinazioni nel mondo, Renzo viene ispirato al punto da riuscire a compiere – realmente ed efficacemente, così si ricava dalla narrazione – il delicatissimo esorcismo del perdono, sul don Rodrigo appestato e morente. Manzoni non riferisce se questi si risvegli poi dal suo deliquio, ma forse il perdono è un fatto così serio e complesso (non immediatamente alla portata della coscienza attuale) che anche la somma arte letteraria riesce a coglierlo solo fino a un certo punto.

Don Rodrigo – per far tornare i conti con le vicende del Graal – allora sarebbe una nuova versione di Anfortas, il re pescatore mortalmente malato e infine guarito da Parsifal, che può così convolare a giuste nozze con la sua bella. Come avverrà finalmente ai due Promessi. Dunque il frate Cristoforo, sarebbe? Un novello eremita Trevrizent che istruisce Parsifal-Renzo, un po’ pigri a conquistar la saggezza, talvolta stolti e impazienti. Li si ammaestra in particolare a passare da una cavalleria esteriore – anche secentescamente spagnoleggiante (olé!) – a quella interiore, priva di superbia e capace di combattere il male, non l’ammalato, armandosi delle forze della compassione. Le stesse che Lucia aveva trovato, nel suo profondo, per favorire il processo di trasformazione dell’Innominato, durante la notte al terribile castello.

…Ma allora il Graal qui sarà il pane del perdono – beh, sì, se è insieme farmaco e alimento, contenuto e contenitore, un’ostia e una pietra –, pietrificato dopo essere stato conservato a memento di quell’altro perdono, che invece fu Cristoforo a chiedere e ricevere. Perché prima aveva calcato anche lui la polvere del mondo, un po’ come Renzo scorrazzando.

Non si finirebbe più di trovare nessi!, aggiungendovi un briciolino di conoscenze scientifico spirituali diventano così fecondi i capolavori letterari… (O siano pure fervide fantasie attivate da qualche colpo di calore.)

Post Scriptum: I Promessi Sposi – Gertrude

Alzi la mano chi non ne può più di lasciarsi ammannire i vari polpettoni dell’estate: le vicende private dei Balotelli e delle Belen?, sapremo tra cent’anni se saranno divenute storia… Allora esercitiamo un po’ di gossip da ombrellone (non malevolo, però) sulla nobildonna Virginia Maria de Leyva. In arte, la monaca di Monza, alias Gertrude.

Nella sua biografia, che iniziò a dipanarsi nel 1575 e continuò bene o male fino al 1650 – storica, Manzoni non inventava –, fecero notizia la liaison trasgressiva con l’Egidio e la catena crescente di delitti messa in campo per occultarla. Entro le mura del convento era cosa abbastanza risaputa, ma arrivò alla ribalta della cronaca attraverso un processo esemplare seguito da una condanna severissima: murata viva, finché la morte non interverrà.

C’è un atteggiamento caratteristico di lei, quasi una coloritura sua tipica, lapidariamente compendiato dall’autore in una di quelle frasi che si incidono negli animi: la sventurata rispose. Un dire di sì al proprio destino – inizialmente per inesperienza o ingenuità, via via  attraverso una sempre più consapevole adesione – che la condusse prima a consentire alla monacazione voluta dal padre, poi a una torbida relazione col play boy della sua vita e a farsi costringere entro quattro mura di un carcere maleodorante (era accanto alla fogna di Milano) per tutti gli anni che serviranno a espletare il suo purgatorio anticipato.

Aderì a una sorte terribile, fin dall’inferno della sua infanzia. Orfana di madre, in collegio fu ingessata in un’educazione religiosa formale, mortifera, e anche a casa niente affetti, tranne l’innocente e ricambiata simpatia per un giovane della servitù; scoperta dal principe padre, questa divenne immediatamente un’affilata arma di ricatto.

Gertrudina conobbe solo una tiritera: potere nobiliare del proprio casato, da esercitarsi con ogni mezzo; potere senza soldi, però. L’assenza di una dote (il padre se l’era sperperata) farà di lei “la signora”, non di un marito!, ne farà la signora feudataria di Monza che potrà essere tutt’al più una madre… badessa. A ciò era stata da sempre destinata ed educata, persino le sue Barbie portavano l’abito da suora. Lei dice di sì perché non sa fare altrimenti – a questo punto della vicenda ha tredici anni – fino ai venti riga dritto e amministra, bene, il feudo di famiglia dal punto fermo del convento di clausura.

Poi però… tutti i successivi vestiti che si lascia infilare se li sente stretti, li prova e dopo li dismette… anche la veste di amante le diviene sempre più angusta, fino a sentirsela appiccicata come una possessione. Un’altra caratteristica della monaca di Monza è che sembra non conoscere mezze misure o sfumature: o bianca o nera; la severità con se stessa, oppure lo sfascio completo.

I primi tempi col bell’Egidio deve essersi finalmente trovata, in qualche modo, amata, ancor viva o capace di evadere da una storia di clausura e disciplina che le era arduo coniugare con una fiorente giovinezza. In men che non si dica quell’ennesimo le porta dei figli – abortiti o nati morti e, l’unica viva, dolorosamente data via – e la porta all’assassinio di una ragazzina che minacciava di scoprirle tutti gli altarini. L’esecutore materiale fu il suo uomo, ma il peso orribile dei delitti sarà un fardello di coscienza tutto suo. Si graverà persino del tradimento di Lucia, Lucia!, che nei Promessi Sposi è la luce fatta fanciulla… Affidata alla sua protezione, la signora la spedisce dritta al macello, in braccio ai rapitori. Ma, indirettamente, le prepara l’appuntamento di destino al castello dell’Innominato (il cattivo dei cattivi) ove la ragazza saprà essere il motore di una grandiosa conversione.

Nel pozzo del male trova anche Gertrude la sua luce, è il cardinale Federigo Borromeo che la fa arrestare, processare e condannare. La rinchiude ancora una volta, ma in un luogo dal quale non potrà più evadere, le fa cucire addosso un abito così stretto e pesante, in mura e cemento, che è impossibile sfilarselo. E lei finalmente lo indossa e riesce a portarlo!, allora decide di non ricorrere in appello e di restare dove l’hanno messa. Perché non si ribella più? Questa permanenza, così sente, per una volta non è ingiusta: sa di aver commesso degli errori e ora può pagarli. Attraverso tutte le esperienze di dolore, subito e inflitto, trova quindi il suo modo per risalire la china del disumano.

Dovrà ancora sopportare sofferenze inimmaginabili, anni e anni di solitudine a pane e acqua in una cella di tre metri quadri scarsi e senza mai cambiarsi d’abito. La donna non impazzì ma evidentemente, lì dentro, deve essere morta e rinata; di sicuro per lei sarà poi sorta un’immensa gioia – non paragonabile con alcuna di quelle che avrebbe potuto conoscere in questo mondo, avendo iniziato, in vita, anche a vivere nell’altro. Perché undici anni più tardi il cardinale torna a controllare il punto di cottura della reclusa e se la ritrova “mistica”, è diventata una specie di santa; riconoscendola tale, egli comincerà a scrivere un libro su di lei e sulle sue visioni dei mondi spirituali.

Fu poi graziata Suor Virginia Maria, fu liberata dopo tredici anni di carcere ma continuò la sua esistenza di penitente fino alla fine, per altri trenta (e probabilmente non riprese mai a lavarsi).

 

Post Scriptum: Dal solstizio a San Giovanni

Dorme l’anima della Terra

nell’afa dell’estate:

chiaro si irradia

il riflesso del Sole

nello spazio esterno.

Veglia l’anima della Terra

nel gelo dell’inverno:

splende spiritualmente

il vero Sole

nell’essere profondo.

Il lieto giorno estivo

è sonno per la Terra;

la sacra notte invernale

è per la Terra, giorno.

                                                                                                                                                                                                          (Rudolf Steiner, Parole di verità)

In molte occasioni Rudolf Steiner presentò il momento solstiziale di San Giovanni come un evento di natura misteriosa, che fu assai significativo in un remoto passato e di nuovo, solo in un lontano futuro, si svelerà nelle sue profondità. Tuttavia, anche per l’umanità di oggi sembra sia di importanza del tutto speciale questo tempo dell’anno, in cui avverrebbe una “illuminazione” – pur rimanendo questa ancora inconscia entro gli uomini. Tutto ciò li porta verso l’autunno e la festività di San Michele.

San GiovanniTanto tanto tempo fa, ci racconta Steiner, l’antica saggezza proveniente dai templi dei misteri guidava un’umanità ancora bambina e le insegnava a muovere, in cerchio, ritmiche danze. Accompagnate da canti di incomparabile bellezza ed armonia. Una sola volta ogni anno, qui, sul far dell’estate, veniva offerta al cielo tale poetica invocazione che aveva tutto il carattere raccolto e devoto di una preghiera. La risposta dei mondi spirituali agli uomini di allora era una sorta di illuminazione, come un annunzio che essi potevano ricevere – in tale coscienza sognante –, un solare presagio dell’io che una volta all’anno scendeva su di loro. Proprio come avviene a un fiore di sbocciare, sfiorato dalla luce e dal calore dei raggi solari.

Sognavano l’io. A quei tempi tali uomini primitivi e poetici non potevano ancora attribuirlo a se stessi, ma lo ponevano nel grembo dell’elemento divino spirituale, sapendolo in relazione con tutto il cosmo e con il mondo intero. In particolare essi sentivano di dover accogliere quanto si rivelava loro in piena estate – quando luce e calore piovono copiosi –, essi attendevano con fiducia che si manifestasse ciò che i cieli pretendevano dagli uomini in campo morale: la saggezza spirituale operava, appunto, come una rivelazione e trasmetteva loro impulsi per l’agire. I nembi temporaleschi, i poderosi tuoni e i lampi di agosto erano come un monito all’umanità terrena.

Tuttora, durante l’estate, l’anima e lo spirito della Terra si alzano verso le lontananze cosmiche – come avviene all’uomo quando dorme profondamente – per andare a incontrare gli archetipi, gli ideali, i pensieri degli Esseri spirituali. È come un lunghissimo respiro: al momento del solstizio estivo, diciamo così, la Terra ha esalato tutto il suo fiato, quell’aria che aveva tratto entro di sé prima di Natale. Allora a San Giovanni si attende una nuova inspirazione.

Insieme alla Terra pure noi facciamo questa esperienza, siamo, nel pieno senso della parola, più fuori che dentro: usciamo di casa e ci godiamo la vita all’aria aperta o andiamo in vacanza; ma siamo fuori anche con la coscienza, risulta più difficile concentrarsi, o studiare, e siamo richiamati dal calore a vivere fisicamente la nostra estate. Questa esperienza estiva è anche entrare in una sorta di sonno rispetto all’elemento spirituale. Con l’arrivo dell’autunno ci ritroveremo più inclini all’introspezione, a ritirarci in quell’interiorità che durante la bella stagione abbiamo in qualche modo liberato.

Questa espansione nel cosmo permette alla Terra di incontrare i pensieri divini e per noi – donne e uomini del nostro tempo – luce e calore possono restituire ali al pensiero, affinché non irrigidisca ma possa ritrovare vita e movimento.

Qualcuno avrà provato a leggere e a confrontarsi in qualche modo con la, cosiddetta, Immaginazione cosmica di Giovanni, presente con altre quattro conferenze di Rudolf Steiner nell’O.O. 229. La possibilità di darne un sunto o un commento è del tutto esclusa (non ci resta che leggerla e rileggerla): ci troviamo al cospetto dello svolgimento discorsivo di una bellissima visione spirituale!

Una delle magie delle immagini vere consiste nell’avere un linguaggio universale che si comunica a ogni osservatore e, questo è importante, in ogni particolare è possibile ritrovare il tutto, in ognuno troviamo l’origine, l’evoluzione, la fine e pure il germe del nuovo inizio. Nell’immagine – per semplificare, rappresentiamoci la tela dipinta di un quadro – è come se il tempo divenisse spazio: dobbiamo spostarci con lo sguardo se vogliamo cogliere un qualche nesso tra i vari elementi raffigurati. E capire cosa c’è prima e cosa è dopo. Quando allora Steiner cerca di descrivere questa immagine cosmica è come se la restituisse alla dimensione del tempo. La sua poetica prosa immaginativa in un andamento narrativo, con una determinata successione, ci accenna a quanto potremmo scorgere in uno o in un altro dei cantucci del dipinto.

Osserviamone allora un particolare, uno piccolo.

Ora siamo in estate, no? Qual è il nostro passato? L’uomo durante la primavera si è potuto sentire uno con tutta la natura germogliante: dalla durezza delle radici è salito aprendosi al ritmo delle foglie, poi ancora si è raccolto nei fiori in boccio che finalmente si sono schiusi con i loro colori e profumi. Quando il fiore si espande ancora oltre nel frutto, ricondensandosi poi nel seme, è come se si fosse a un nuovo ciclo di vita: in noi nasce una realtà tutta solare, ma che è il frutto della nostra terra. Questo frutto, in una dolcezza sognante, si offre fiducioso al creato, sciogliendosi per permettere un nuovo inizio.

Estate

Nel momento solare del solstizio estivo possiamo sperimentare in noi stessi le forze dissolventi del dolce frutto e le forze coagulanti del seme, sì, perché Giovanni il Battista (di cui ricorre il dì natale, anticipando di sei mesi quello più famoso di tutti i tempi) – il meglio dell’umanità incarnata prima di Cristo – è colui che deve diminuire perché Lui possa crescere… È un seme, l’uomo, nella sua natura spirituale – quell’io solo sognato, duemila anni fa è entrato nella nostra terra – ed insieme l’uomo è un frutto che gravido si dona perché questo seme possa crescere.

San Giovanni va pei campi

nell’ardor del mezzogiorno,

quiete immensa tutt’intorno,

sopra, il cielo tutto blu …

Il sorriso suo giocondo

benedice la natura

e ogni spiga che matura.

(Lina Schwarz, da “Ancora … e poi basta” ed. Mursia, 1965)

 

Via Padova

Un racconto di Paolo Buzzo

C’è una strada a Milano chiamata Viale Padova. Viale perché è lunga anche se sulla targa c’è scritto

Via Padova.

Molti l’hanno sentita nominare per il concentramento di extracomunitari nordafricani, asiatici, cinesi, indiani ecc.

Ma non tutta la via è uguale, all’inizio ha un concentramento più orientale, poi nordafricano, poi misto ed in fondo è ancora un po’ milanese.

Ma la nostra storia è un’altra.

È la storia di tre animucce che vagano per il mondo dei cieli.

La prima di queste animucce si è data un nome, non a caso, le proviene dal percorso fatto in cielo

(parte anche in Paradiso) e da quello che si porta dietro dalla sua vita precedente.

Lui vorrà chiamarsi Mario. Vorrà essere lombardo e scegliersi una famiglia abbastanza agiata. Vorrà diventare migliore di quello che era stato e ha le idee abbastanza chiare.

Bisogna anche dire che tutto il viaggio su nel mondo dei cieli non l’aveva fatto da solo ma spesso con altre due animucce. Erano stati amici anche nella vita precedente. Non sempre si erano amati ma qualcosa li univa. Sentivano che avrebbero dovuto fare qualcosa di particolare tutti assieme. In comune avevano anche la certezza geografica. Volevano essere lombardi. Uno aveva deciso che si sarebbe chiamato Oreste e l’altra Chiara.

Per Mario, Oreste e Chiara era ormai ora di trovarsi una famiglia.

Quel giorno, Mario cominciò a guardar giù, vedeva la Brianza e il benessere, non era proprio consapevole ma era attratto da quella dolcezza geografica.

Ad un certo punto sente qualcuno che gli soffia vicino. Era il suo Angelo Custode che l’aveva seguito per gli ultimi due secoli mentre aspettava di tornare nel mondo di sotto. Ma questa volta il soffio era diverso, diverso di temperatura, era tiepido e diverso di consistenza. Era un soffio tiepido e deciso.

Era il segnale. Era pronto, doveva trovarsi una famiglia ed incarnarsi.

Era quella una bella notizia, Mario cominciava ad essere un po’ stufo di quel mondo di lassù, e soprattutto non ci capiva più niente tra Angeli, Arcangeli, Dominazioni, Trombe, Gerarchie, Troni, ecc.

Mario  (che aveva le idee abbastanza chiare) però aveva capito bene che nel corso delle epoche (millenni) lui era sempre stato umano. Un umano.  A volte maschio, a volte femmina ma sempre umano. Ricordava bene di quando era soltanto un tiepido vento  e si era scrollato le scintille del regno minerale, poi aveva salutato le onde del regno vegetale ed infine aveva lasciato la simpatia del regno animale. Sapeva bene che lui non discendeva da una scimmia, ma al contrario aveva lasciato parti in ogni pianta, ogni minerale e ogni animale.

Mario, allora ( aveva sempre le idee abbastanza chiare) cominciò a guardare attentamente giù in quel mondo che tanto lo attirava e vide una bella fabbrica con un’insegna: Metallurgica Cazzaniga. Guardò più a fondo, vide il giovane padrone e la sua sposa, avevano una bella casa (villa), una bella fabbrichetta, una Porsche e non c’erano fratelli o sorelle in giro.

Decise in un attimo: è lì che voglio andare. Fece un cenno all’Angelo Custode e si preparò.

Dall’alto seguì il futuro padre, guardava anche la madre, bella, attraente e giovane. Mario con i suoi piccoli poteri fece il possibile per creare la situazione ideale al suo concepimento.

Ma a un certo punto gli scappò un grido…. Noo!!  Il papà si era fermato in farmacia e stava comprando una scatola di preservativi. Noo!! Tutti i suoi ragionamenti, tutti i suoi pensieri di due secoli vanificati da una scatola di palloncini. Tutta la grandezza del Creato, la musica delle sfere, la confidenza con le Gerarchie spirituali, e poi LUI che era cambiato e voleva a tutti i costi migliorare, voleva con Oreste e Chiara aiutare i bisognosi, LUI che nella vita precedente si era sempre fatto aiutare. Noo!! Non è possibile.

Passò un attimo di tristezza poi… sentì ancora il soffio del suo Angelo Custode, ma stavolta un po’ più frettoloso, con una carezza gli dice che è ora, deve andare non ha più tanto tempo.

Va bé. Guarda giù e vede in quel momento un’officina. Una falegnameria con una targa:

Mariani Falegname e F.lli.

La terra era sempre quella brianzola, però più vicino alla grande città Milano, la falegnameria non grande,  i titolari (futuri padre e madre) tutti e due al lavoro, lui alla macchina tornitrice lei alla scrivania. C’era già un fratellino che girava, non solo aveva un’aria simpatica ma era anche stato un suo compagno di battaglia, l’aveva incrociato in Purgatorio e nei momenti difficili gli era stato vicino.

Come sono duri quei momenti appena sei morto ed arrivi su. Fa tanto freddo e l’unica cosa che scalda sono i pensieri di chi ti ricorda.

Dai, pensa Mario demm dal Mariani.

Per due giorni guarda la famiglia Mariani e la sua attrazione è sempre più forte.

Ma la mamma è strana e tutte le sere prende una cosa rotonda, toglie una pastiglia e la inghiotte.

Mario fa un cenno all’Angelo per chiedere cos’è quel cerchio che la mamma schiaccia.

L’Angelo imbarazzato gli sussurra: pillola anticoncezionale.

Noo!! Porca l’oca. Possibile che sia così difficile incarnarsi.

Intanto cominciava a levarsi un vento strano, come se fosse un vento solo per lui, come uno spintone. Il vento gli girava intorno però ogni tanto, bum, una spinta forte.

Era il segno che non aveva molto tempo, il suo tempo stava per scadere.

Vide in quel momento un operaio fuori da una fabbrica, aveva in mano un pacco di giornali e dei volantini. Era con altri operai, protestavano e non facevano entrare nessuno nel capannone.

Intanto il vento cosmico era sempre più forte.

Diede un’occhiata a casa, vide la moglie dell’operaio che stava preparando da mangiare, vide che non c’erano palloncini e neanche pillole colorate e pensò che forse era la volta buona.

Allora guardò il suo futuro padre ma purtroppo vide che con gli altri operai  avevano deciso che non sarebbero tornati a casa ma volevano presidiare la fabbrica tutta la notte.

Mario non fece neanche in tempo a pensare o a cercare il suo Angelo, fu travolto da un tifone cosmico e si risvegliò in Burkina Faso seduto per terra, piccolo, nero, con le mosche attorno agli occhi, un burigello pieno d’aria, niente da mangiare…. e pensò: cosa ci faccio io qui.

Da quel giorno la sua vita iniziò come tutti i suoi amici e compagni di villaggio: povertà, denutrizione, morte e… pensiero costante di partire.

Ogni tanto tornava qualcuno dall’Europa e raccontava di paesi dove c’era il benessere, automobili, cellulari, Mp3, ecc.. I suoi amici non si soffermavano molto su altri aspetti di questa emigrazione. Dove dormivano? Con chi abitavano? Che gente trovavano? Il lavoro c’era?

Poi un giorno un suo amico gli parlò dell’Italia, della Lombardia e del freddo, della nebbia, della neve, della disoccupazione, dell’emarginazione, e del viaggio brutale per arrivarci.

Ma per Mario questa parola – Lombardia – chissà perché gli suonò come musica e un desiderio irrefrenabile lo pervase. Voleva partire. Aveva 19 anni e qualche soldo. Decise di partire.

Lasciare la mamma, papà, fratelli, sorelle, terra e casetta non fu traumatico, certo c’era un dispiacere nel profondo dei pensieri, ma era proprio nel profondo. In quel momento aveva in mente una cosa sola.

Italia, Lombardia e partire.

È forse meglio tralasciare la disgrazia di quel viaggio fatto di gentaglia senza scrupoli, furti per procurarsi soldi, prostituzione ed altre bassezze a cui lui e i suoi compagni di viaggio furono sottoposti. Arrivati sulle coste del Mediterraneo anche gli scafisti, un’altra razza derivata dall’umano (pensò che nell’evoluzione dell’umano non erano rimasti indietro solo gli animali ma anche gli scafisti). Lavorò un anno per mettere insieme 2000 euro da dare a questi traghettatori di poveracci.

Dopo due anni arrivò finalmente in Italia. A Lampedusa assieme a tanti altri come lui. Sembrava che tutti fossero partiti da un villaggio, un deserto, un suk ma soprattutto da una domanda che si erano posti già da piccoli: cosa ci faccio io qua?

Lampedusa e poi il traghetto per la Sicilia, poi il  treno e un altro traghetto per la Calabria, poi un’altro treno e Roma, i suoi amici (dopo due anni di viaggio insieme erano veramente amici) vollero fermarsi a Roma lui invece sentiva un’attrazione per quel treno con la scritta Milano.

Mario a ben guardarlo era anche bello, nero, slanciato e soprattutto gentile e dignitoso.

Aveva in tasca un biglietto con un numero di telefono e un indirizzo. Viale Padova 86. Milano.

Poco italiano, buon inglese e francese, non fu difficile per lui arrivare all’indirizzo e trovò anche facilmente il suo connazionale. Furono subito amici e dalla sera (notte) stessa cominciò a lavorare.
Disegni di Paolo Buzzo

I milanesi scartavano tanta roba che andava in sacchi neri o gialli ed altra in bidoni bianchi e verdi.

Ma nessuno dei milanesi voleva “fare i sacchi”.

Cominciò la sua attività lavorativa presso una cooperativa, pagato male (per noi) pagato e basta per lui.

Dopo due anni venne a sapere di un lavoro in una fabbrica a Lissone chiamata: Metallurgica Cazzaniga.

Un sabato mattina andò ai cancelli della ditta, bello ed elegante: si presentò all’esterno e gli venne incontro il Custode, piccolo e calabrese  e in un finto dialetto milanese gli disse: ti se voret      ghe’ minga post per te’.  Mario non lo guardò neanche, vide la Porsche, si guardò attorno e poi  con quel poco dialetto milanese che aveva imparato rispose: “grazie, ma ormai sto meglio di te” e se ne andò.

Tornò a casa, Milano Viale Padova e sotto casa trovò un suo connazionale appena arrivato.

Era disperato, sporco, senza soldi, senza permesso, senza lavoro e triste. Lui e i suoi amici lo rifocillarono e poi Mario lo accompagnò in una struttura di cui aveva sentito parlare che aiutava la povera gente: Casa della Carità.

Mario non solo lo accompagnò ma cominciò anche a lavorare come volontario ed un giorno un po’ speciale venne chiamato per aiutare gli ultimi arrivati. Lui parlava parecchie lingue, alcuni erano suoi connazionali e li capiva non solo per la lingua. Erano in tre i volontari che seguivano questa nuova ondata di profughi, si presentarono tra loro: ciao io sono Mario, io sono Chiara ed io sono Oreste.

 

È solo una storia non è obbligatorio crederci.

Post Scriptum: La Fiaba del serpente verde e della bella Lilia

I colori e la fiaba...

C’era una volta, ma dove? Forse dappertutto. Così secondo Rudolf Steiner iniziano tutte le vere fiabe, che sono universali e senza tempo. Se ancora oggi, che siam grandi, vogliamo leggerne qualcuna o farcela raccontare, si ripeterà la magia! Quale? Ogni fiaba è un regale Essere fatato… e si comunica sapientemente al fanciullino che è eterno in noi, solo che glielo si presenti. La sua sapienza dimora nelle belle immagini variopinte, a tutto tondo e in movimento che ci evoca, manifestando in modo artistico gli arcani evolutivi del cosmo e di noi. Queste fiabe possiamo gustarcele, facendole nostre, ed esse troveranno la via verso le profondità, dove nonsisacome ci saranno di vero e sicuro nutrimento. E potremo scoprire, nel frequentarle, che esse sono la risonanza di quanto ricorre nella nostra interiorità.

L’ultima, attinta all’eccelsa fonte spirituale dalla quale tutte scaturirono, sarebbe stata quello strano fungo buono che è la Fiaba del serpente verde e della bella Lilia, colta (nel suo gran bel secchio!) da Goethe e scritta di getto attorno al millesettecentonovantacinque. E questa opera d’arte …ci parla! Poco conosciuta rispetto alle tante, pure sacrosante e loquaci, raccolte dai Grimm, parla in immagini a ogni essere umano che oggi le porti incontro una disposizione d’animo gioiosa, poetica e spregiudicata: …c’è un serpente in noi che si può nutrire di monete d’oro, divenendo luminoso dentro e fuori? Perché no?, e che belle tonalità di verde assume! Pure i fuochi fatui te li vedi benissimo, mentre ondeggiano e saltellano nella canoa del misterioso barcaiolo, ma meglio che se te li avesse canalizzati Walt Disney!, e in un 3D attivo senza bisogno di tecnologia.

Se può servire come credenziale, Steiner se l’è meditata per trent’anni questa particolarissima Fiaba, tanto che ne sarebbero derivate le idee più importanti, i capisaldi della sua antroposofia. E se vogliamo andare sul tecnico essa sarebbe una specie di Apocalisse di Giovanni del nostro tempo, rappresenta cioè il meraviglioso cammino evolutivo dell’uomo, ovvero le più profonde ed eterne realtà dell’anima, tratteggiate – con precisione scientifica e grandiosa linearità archetipica – nelle figure dei personaggi che partecipano all’impresa e in ciò che avviene loro.

Dunque, c’era una volta un gran fiume. C’è un giovane, nobile, valoroso ma triste, e questi anela disperatamente all’amata Lilia che regna al di là dell’acqua. Tutti quanti i protagonisti lo aiutano a unirsi a lei (la vicenda è pericolosa e complessa), nel farlo scoprono la loro “missione” – individuale e libera, ma che si esercita all’interno di quel dato organismo della storia –, ognuno trova il meglio di sé, lo offre e ne risulta sostanzialmente mutato.

MA tutto avviene grazie all’impulso iniziale del serpente, die Schlange, che in tedesco è femmina ed è una creatura sveglia, curiosa, attiva, appassionata e generosa. Altruisticamente generosa al punto da offrire se stessa in cristico sacrificio, per dare a tutta l’umanità la possibilità di transitare sul fiume dell’anima, coscientemente, verso l’Altra Riva …quindi non solo più ai funamboli dello spirito dei misteri antichi e dei cenobi iniziatici.

Nei tempi nuovi un solido, m a g n i f i c o ponte vivente di smeraldi trasparenti, e una miriade di altre gemme preziose e scintillanti – nati dal corpo del serpente che si è immolato – permette a chiunque lo voglia di raggiungere il regno spirituale. Là il tempio dei misteri, che prima era sperduto negli anfratti sotterranei, è sorto in chiara luce diurna. Fino a oggi sul ponte c’è un gran viavai di viandanti, il tempio è il più frequentato sulla Terra e il giovane sposa la bella Lilia, divenendo lui re e lei regina: vissero tutti felici e contenti …e se non son morti, essi vivono ancora.

Brücke mit Eisbrechern - 1934 (Ponte con rompighiaccio) - Karl Schmidt-Rottluff
Ponte con rompighiaccio (1934) - Karl Schmidt-Rottluff