Spunti di riflessione – Il meglio per l’uomo? Stare in equilibrio sul filo della vita

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio devi muoverti.

Albert Einstein

A volte ti serve un passo falso per capire come si cammina e dopo prendi il via. Ti serve un inciampo, poi metti un piede dietro l’altro e non cadi, no, stavolta no, hai trovato equilibrio. Ed è una gran conquista.

Giulia Carcasi

Il significato tutto positivo dei contrasti della vita risalta dalla possibilità che essi offrono all’uomo di riequilibrarsi sempre con arte e con inventiva.

Pietro Archiati

 

Chi di noi può dire in tutta franchezza di non sentirsi spesso lacerato, combattuto  o demoralizzato  per le continue sfide, difficoltà, problemi e dolori di ogni sorta  che l’esistenza ci porta incontro? Si può semmai affermare il contrario e cioè che i momenti in cui ci sentiamo veramente rilassati e in un accettabile equilibrio interiore sono abbastanza rari. Per rendersene conto non occorre pensare ai casi estremi di scontento o di disperazione esistenziale che spingono tragicamente troppe persone a togliersi la vita. Basta riflettere semplicemente su quanti psicofarmaci la gente consuma, per assicurarsi un minimo di stabilità emotiva che altrimenti non riuscirebbe a trovare durante il giorno, o per poter dormire allontanando i fantasmi della notte.

Che la vita ci sbilanci in continuazione, non dovrebbe però stupirci: è proprio questo il suo compito. Il compito nostro, invece, è quello di ribilanciarci con arte e fantasia, ogni volta che qualche forza contraria ci fa allontanare dal punto di equilibrio. Senza gli sbilanciamenti che la vita ci impone, vivremmo in un perenne stato di quiete, non avremmo alcuna conquista da compiere e non ci sarebbe per l’uomo alcun progresso evolutivo. E’ indubbio però che  fare gli equilibristi a vita costa molta fatica; richiede una mobilitazione di forze che non sempre riusciamo a trovare in noi stessi. Una riflessione sulle dinamiche che sono coinvolte in questo continuo alternarsi di sbilanciamenti e ribilanciamenti esistenziali potrà forse aiutare  a conoscerci o ri-conoscerci meglio.

Un primo chiarimento ci viene dall’origine stessa della parola. Equilibrio, dal latino aequilibrium, composto da aequus ossia “uguale” e libra ossia “bilancia”, si riferisce al fatto che i bracci della bilancia – quando sono in equilibrio – si trovano in posizione di parità: quindi “equilibrio” significa appunto “bilanciamento”. Nella vita dell’uomo il bilanciamento deve compiersi tra poli opposti, tra forze che si contrastano, e che egli, volendo, può riuscire a poco a poco  ad armonizzare sempre meglio come diremo tra poco.

Ci sono molte paia di opposti, di polarità, che interagiscono sul palcoscenico della nostra vita. Elenchiamone una piccola serie, tanto per farcene una rappresentazione: pessimismo/ottimismo, egoismo/altruismo, mascolinità/femminilità, conservatorismo/progressismo, emotività/pensare logico, idealismo/praticità, introversione/estroversione, amore/volontà e così via.

Per dare un’idea del loro funzionamento, soffermiamoci sull’ultima polarità citata, amore/volontà, che è ben presente nella vita di molte persone. L’amore spesso è associato alla tenerezza, alla dolcezza, all’accoglienza. Volontà, invece, può esprimere durezza, potenza e concentrazione. La volontà dà fermezza e aiuta un individuo a oltrepassare tutti gli ostacoli che si frappongono tra lui e il suo scopo, fino al punto, talvolta, di portarlo a danneggiare altri per arrivare dove vuole lui; l’amore invece rende le persone meno interessate agli scopi e molto più ai sentimenti e alla realtà delle relazioni. Questa polarità si evidenzia ad esempio nel dilemma di molti genitori ed educatori: la scelta fra l’essere severi e il dare invece piena libertà ai desideri del bambino, e spesso anche ai suoi capricci. Un simile dilemma si può presentare anche in un tribunale con l’alternativa tra il rispetto rigido della legge che conduce a condanne senza appello e l’empatia con chi è sotto processo che può indurre i giudici a dubbiose assoluzioni o ad alleggerimenti di pena. Ogni polo di per sé è incompleto. L’amore del tutto privo della volontà rischia di essere debole e controproducente. Molte persone “amorevoli” tendono a essere timide, irresolute o troppo indulgenti. La volontà priva di amore, invece, può essere spietata. Può significare durezza, distruttività, ricerca del potere o del prestigio e in quanto tale portare all’isolamento. Se invece amore e volontà diventano complementari – grazie al lavoro del pensiero e  alla generosità del cuore – il contrasto tra le due forze sarà superato. La volontà nei suoi aspetti più puri si armonizzerà con tutto l’amore dell’universo e l’amore accoglierà in sé qualità volitive di persistenza e di fermezza.

Quindi, se l’uomo non ce la fa ad armonizzare tra loro queste coppie di forze, va  quasi sempre incontro a dolorosi conflitti interiori. Abbiamo appena visto con l’esempio precedente – ma ora dettaglieremo meglio altri particolari – che quando  una polarità prevale a totale scapito dell’altra, la persona si identifica esclusivamente con quel polo; resta prigioniera di ciò che ha scelto e soccombe alle sue limitazioni diventando  unilaterale e rigida. Le conseguenze di questo atteggiamento sono spesso aspri conflitti interpersonali: fra il padre pratico e il figlio idealista, fra moralisti e libertini, fra realisti e utopisti, tanto per fare degli esempi.

A questo punto però qualcuno potrebbe osservare che molti grandi della storia o del nostro presente, lungi dal presentarsi come modelli di equilibrio, forniscono esempi clamorosi di eccessi unilaterali. Einstein, decisamente sbilanciato verso la scienza, affermò di aver rasentato la pazzia dopo essersi barricato in casa qualche anno tentando di formulare la teoria della relatività. Francesco d’Assisi, completamente assorbito dall’amore per Cristo, espose il proprio corpo – frate asino, come lui lo chiamava – a ingiurie e strapazzi d’ogni genere. E che dire di persone meno celebri ma non meno animate da grandi ideali come ad esempio i “medici senza frontiere” che presenti su tutti i campi di guerra, spendono anni delle loro esistenze a salvare vite umane senza guardare, giorno e notte i giri delle lancette dell’orologio? Questi sono, per nostra grande fortuna, geni del progresso e della crescita di tutta l’umanità che vanno avanti con passi spediti per favorire l’avanzare della media dei più, a cui anche noi apparteniamo, e che si stanno arrabattando per risvegliare in se stessi quelle stesse forze spirituali di fantasia morale, di creatività, di dedizione e di sacrificio per il bene comune.

Tornando ora alla descrizione di come le polarità possano ostacolare l’equilibrio dell’uomo, dobbiamo prendere in conto anche casi di persone del tutto estranee al gioco degli opposti e che sembrano definite da un solo aspetto: ad esempio non conoscono altro che il lavoro, e non sanno giocare o concedersi un minimo di distrazioni; sono del tutto mentali e la loro vita emotiva è azzerata. Alla lunga questa unilateralità porta alla fossilizzazione e alla chiusura mentale: la negazione di qualunque forma di crescita umana, che si fonda, come si è già detto all’inizio,  sul contrasto e sul dinamismo.

Invece in altri casi  si può essere attratti  da entrambi i poli senza tuttavia riuscire a metterli d’accordo tra loro: perciò si va altalenando tra l’uno e l’altro estremo e  questa oscillazione sfocia in una specie di schizofrenia. Un caso tipico è quello dell’uomo dell’alta finanza o più generalmente di un VIP, che  nella sua frenetica attività tutta dedita a fare soldi, si comporta da persona senza scrupoli  ma che nell’ora di pranzo o alla domenica  si ritrova con il tal gruppo di preghiera per assecondare qualche slancio mistico.

Resta ancora da considerare che in tutti noi sono svariate le coppie di polarità con cui dobbiamo confrontarci, sia simultaneamente che a intermittenza. Queste sono le sfide più  complesse ed affascinanti che si offrono all’uomo nel proprio percorso esistenziale: quando egli riesce a far convergere in una sintesi armonica tutti gli opposti, allora fioriscono  personalità veramente libere e integrate che da esperti equilibristi si muovono sul filo della vita in maniera agile, ritmica, quasi musicale, da un opposto all’altro. Sono queste personalità, che si ha talvolta la fortuna di incontrare, a farci scoprire che è possibile diventare artisti della mediazione: essere forti e al contempo amorevoli; avere ordine e libertà; essere pratici e utopisti; essere ragionevoli e illogici; essere saggi e temerari. Ma perché le persone capaci di queste sintesi stupende sono ancora troppo poche mentre incontriamo in questa nostra epoca moltitudini di uomini in lacerante sofferenza, scissi e frantumati, lontani da una vita armoniosa alla quale peraltro tutti anelano?  Da dove nascono  tipologie di esistenza così diverse?

Fin qui abbiamo visto, a grandi linee, alcune dinamiche e polarità che entrano in gioco lungo il cammino della vita di ogni uomo e  da quanto detto  si può anche intuire che l’equilibrio di cui tutti siamo in ricerca è molto personale (perché ognuno deve trovarselo da solo) e molto labile (perché è un gioco sempre da ricominciare). Ma su quali forze interiori l’uomo deve far leva per diventare un buon equilibrista? Su forze che tutti possediamo ma di cui il materialismo dilagante ha fatto perdere ogni consapevolezza, occultando l’idea – oggi derisa o commiserata- che nell’uomo fisico e perituro, fatto di carne e ossa e dotato di intelligenza, viva uno spirito eterno che è la sua vera essenza. E’ proprio con la polarità spirito/ materia che l’uomo occidentale di oggi deve fare i conti in prima istanza, recuperando in pienezza il polo dello spirituale che si è molto attutito a tutto vantaggio del polo materiale divenuto ipertrofico. Qualcuno obietterà: “Ma io a messa ci vado e dico anche le preghiere”. Va bene, ma ciò non toglie che anche andando a messa si sia schizofrenici come il VIP di cui sopra,  che fa i propri comodi materialistici alla grande e poi va al gruppo di preghiera. Anche fare volontariato rischia di essere un’alternativa laica ai rituali desueti della religione. Ad esempio, dedichiamo tre ore del nostro tempo per ascoltare e confortare gli ammalati e questo ci dà buona coscienza: ma poi che succede, nel resto del giorno e della settimana? come vanno le nostre relazioni in famiglia, coi vicini, coi figli degli altri? Non a meraviglia? ecco allora un’altra schizofrenia. Abbiamo detto che ogni polarità si supera quando gli estremi si compenetrano diventando uno il complemento dell’altro. Ecco, in questa nostra epoca troppo avvinghiata alla materia o alla spiritualità campata in aria, c’è bisogno urgente che materia e spirito si incontrino di nuovo in un grande abbraccio,  scoprendo di essere fatti l’uno per l’altra come due innamorati. Allora la materia, la componente indispensabile che permette lo svolgersi della nostra vita terrena, recupera tutta la sua importanza e dignità: è da  essa che  lo spirito eterno e libero  dell’uomo riesce a trarre le più belle melodie, espressioni di amore e di saggezza. Lo spirito ritrovato è il segreto dell’equilibrio interiore dell’uomo.

Il Vangelo di Giovanni: l’adultera – il cieco nato

Dal quarto seminario del ciclo sul Vangelo di Giovanni, tenuto da Pietro Archiati a Rimini (RN) dal 26 al 30 Dicembre 2002

… Il vangelo di Giovanni è un testo nel quale il fattore religione diventa un fattore di conoscenza e di coscienza, e soltanto come conseguenza di ciò che avviene nella testa si accende il cuore; il cuore vive una gioia senza fine e l’assunto che sta alla base di questo tipo di esercizio è che l’essere umano gode nel cuore, gode nel sentimento la metà, quando il cuore e il sentimento non vengono accompagnati dalla conoscenza. Quando invece, come dire, precede la conoscenza, precede la scienza e quindi l’attività pensante della testa, il cuore ed il sentimento vengono raddoppiati. Quindi una religione senza testa è una mezza religione, e una religione come conseguenza di un cammino di coscienza e conoscitivo è una religione che raddoppia anche la gioia, il calore.…

… Il vangelo di Giovanni è quindi, per eccellenza, il testo fondamentale della conoscenza, del Logos. Il vangelo di Giovanni è un esercizio di pensiero dall’inizio alla fine. E quello che io faccio qui in italiano, un po’ balbettando, se volete, perché soffro un po’ del fatto di non esserci dentro in questa bella lingua – sono decenni che sono fuori e la mia conferenza autobiografica ve ne dà un’idea – però a parte questo, avendo fatto studi classici in Italia bene o male me la cavo, quello che io faccio qui davanti a voi -ripeto, per quanto modestamente magari arrabattandomi – per quanto mi riguarda sono sempre esercizi di pensiero, di conoscenza, di pulizia intellettuale.…

E la pulizia intellettuale sta nel fatto che ci si rimette in tutto e per tutto all’autorevolezza intellettiva di chi ascolta; in altre parole, ogni ascoltatore viene trattato come essere umano capace di prendere posizione conoscitiva in proprio nei confronti di ciò che si dice; quindi io non tollero che qui ci sia qualcuno che mi crede, che crede soltanto perché l’ho detto io; sarebbe una distruzione dell’esercizio che si fa. Parto da questo presupposto e mi aspetto che ci siano persone che bene o male capiscano quello che io dico – e sto parlando italiano non tedesco – e nel momento in cui lo capiscono lo facciano proprio e lo gestiscano.

Ognuno a modo suo. Questo mi interessa, e questo è bello.

8,4 – Gli dicono: «Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. 8,5 – Nella legge Mosè ci ha comandato di lapidare cotali donne. Tu dunque cosa dici? 8,6 – Ciò dissero per metterlo alla prova affinché avessero un capo di accusa per accusarlo, Gesù invece chinandosi verso il basso scriveva nella terra col dito…

… È il tranello attraverso cui ognuno di noi potrebbe convincersi che la libertà non è possibile: se fai così ti tagliano la testa, se fai colà ti tagliano la testa. Se dice: «Sì, uccidetela», lo accusano. Se dice: «No, non uccidetela», lo accusano.

Perché l’essere umano trova sempre nuovi tranelli, nuove tentazioni, nuovi tentativi per screditare la forza del Cristo dentro di sé? Per poter poltrire, per aver la scusa di non esercitare la libertà individuale. Quindi è importante che noi terminiamo di sentirci migliori di quegli scribi e di quei farisei, perché se noi pensiamo: «Quegli scribi e quei farisei sono quella gente là di allora», non abbiamo capito nulla del testo! Il testo è fatto apposta per farmi capire dove sta in me lo scriba, e dove sta in me il fariseo. Perché se io penso di non avere dentro di me lo scriba, di non avere dentro di me il fariseo, non ho capito nulla di me stesso! Perché non avrei né l’uno né l’altro da superare, non avrei nulla da fare e non sarei nulla!

Quindi la domanda è: dove e come faccio io il fariseo, continuamente, nella società in cui vivo, nel mondo del lavoro, in famiglia? E come e dove faccio io lo scriba, continuamente? Allora il testo funziona.
Perché questi scribi e questi farisei chi sono?
Ogni essere umano… ogni essere umano.

Come può la forza del Cristo venire coltivata, sorgere, diventar sempre più forte, senza che questa forza del Cristo dentro di me, una forza di mediazione – la forza del centro, di rifare sempre l’equilibrio tra unilateralità – come può questa forza di equilibrio tra unilateralità in me venire esercitata senza che ci siano in me tutte e due le unilateralità?

Quindi si tratta di conoscerle in me, non in quegli scribi, non in quei farisei…

Il download integrale del Quarto fascicolo sul Vangelo di Giovanni (Dal seminario sul Vangelo di Giovanni tenuto da Pietro Archiati a Rimini dal 26 al 30 Dicembre 2002) è disponibile a questo collegamento.

 

Sono io libero oppure schiavo?

Riflettendo sui paradossi della nostra economia con un collega, un discorso tira l’altro, si è venuti a parlare di Götz W. Werner, rinomato imprenditore tedesco e fondatore della catena dm-drogerie markt… di cui io stesso sono assiduo cliente da quando vivo qui in Germania, in quanto, tra le altre cose, vende anche prodotti biologici a prezzi accessibili a tutti. Questo personaggio, a quanto pare, sarebbe una sorta di moderno Olivetti: anch’egli promotore di attività culturali ricreative e soprattutto formative per i propri dipendenti, anch’egli acceso sostenitore di idee rivoluzionarie per guarire la nostra economia e, detto tra parentesi, anch’egli antroposofo non dichiarato.

Incuriosito, ho deciso di documentarmi sul suo conto… ora sto leggendo un suo articolo on-line («Bin ich frei oder bin ich Knecht?») del gennaio di quest’anno, che ho deciso di tradurre per voi:

 

Cara lettrice, caro lettore,

in quanto imprenditore ho esperienza diretta dei diversi modi in cui i collaboratori lavorano, anche presso dm: molte colleghe e colleghi ci mettono impegno. Ci sono altri invece che agiscono secondo il principio «Una cosa è il dovere, un’altra il piacere». Le persone che ragionano in questo modo non sono una specie rara nella nostra società, essi rappresentano una posizione assai diffusa: «Ciò che faccio in campo lavorativo è deciso da altri, ciò che faccio nella mia vita privata lo decido io». È pur comprensibile che si ritenga la separazione tra lavoro e tempo libero un’importante conquista.

Dov’è dunque il problema? Il problema lo ha mostrato la pubblicista Hannah Arendt con l’esempio di Adolf Eichmann, ufficiale delle SS. A causa della separazione tra lavoro deciso da altri, per il quale non ci si sente responsabili, ma puri esecutori, e tempo libero in cui siamo noi a decidere e ad agire, possono venir compiute le peggiori nefandezze.

Chi non è pronto ad assumersi la responsabilità per le azioni che compie non vive appieno. In questo modo non è possibile venire a capo della vita in modo fecondo. Dobbiamo invece porci tutti, imprenditori e impiegati, ogni giorno la “domanda fondamentale”: se stiamo dando un senso alla nostra vita al punto da poterci identificare con tutto ciò che facciamo, sia in campo lavorativo che nel nostro tempo libero. Perché non basta affatto essere comprensivi e amorevoli coi nostri simili, dobbiamo anche poter rendere conto delle nostre azioni di fronte a noi stessi. Come disse Cristo – o come fu a lui attribuito – è evidente che è possibile amare il prossimo solo se si ama se stessi. Amare se stessi però, così come amare il prossimo, non è una passeggiata, ma richiede molta fatica. Immaginatevi la vostra coscienza come il vostro doppio, una persona identica a voi che vi chiede se siete in grado di assumervi la responsabilità delle vostre azioni, se veramente state assolvendo lo scopo della vostra esistenza sulla Terra. Allora non potreste più addurre come scusa il fatto che qualcun altro vi ha detto di svolgere questa o quell’inutile attività. Noi esseri umani non siamo mai puri automi nelle mani altrui, altrimenti falliremmo completamente la nostra missione. Dovremmo avere costantemente la consapevolezza del fatto che noi di ciascun secondo della nostra vita, sia durante il lavoro che nel tempo libero, dobbiamo rendere conto di fronte a noi stessi. E senza alcuna pietà.

Per i credenti è di aiuto il fatto di scegliere non se stessi, ma un Dio come istanza di fronte alla quale rispondere dell’adempimento della propria vita. Maggiormente diretto ed efficace sarebbe rivolgere a se stessi in prima persona la domanda: «Sono io libero oppure schiavo?». E se mi sento schiavo, allora vuol dire che ne ho ancora di strada da fare.

Coltivate amore per voi stessi in questo nuovo anno.

Cordialmente vostro,

Götz W. Werner

(articolo tratto dal sito http://www.unternimm-die-zukunft.de/de/goetz-werner/. Traduzione di Emanuele Banchio)

Spunti di riflessione – Prigionieri delle cose

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

C’è qualcosa di immensamente terapeutico nel fatto di liberarsi della roba vecchia. La ragione è che mentre eliminate le cose inutili a livello esteriore, si verifica un cambiamento corrispondente a livello interiore. Ciò che è fuori di noi è anche dentro di noi e viceversa.

http://cliccandoci.blogspot.it

Liberarsi dalle cose inutili non è un esercizio ascetico di rinuncia, è un atto creativo nei confronti del nostro territorio, della nostra mente e delle nostre relazioni.

dal blog di Lorenzo Manfredini

Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano…Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

Mt. 6,19-21

Qualche tempo fa, chiedendo notizie ad un’amica di certi vecchi contadini  suoi vicini di casa, che qualche volta avevano fornito anche a me delle  uova di giornata, prodotte dalle loro felici galline ruspanti, appresi che stavano attraversando una seria crisi esistenziale. All’origine di quel dramma stava la necessità di lasciar libere alcune stanze della loro grande casa che, una volta ristrutturate, avrebbero accolto un loro nipote che stava per convolare a nozze. Sul momento avevo pensato che la loro ansia nascesse dall’idea di dover affrontare per qualche tempo la presenza in casa dei muratori. Ma ero fuori strada. La loro vera tragedia era di dover sgomberare quei locali dalla montagna di cianfrusaglie che i due nonnetti vi avevano ammassato nel corso degli anni: vecchie sedie traballanti con l’impagliatura sfondata, un lavandino e un bidet sbrecciati e ingialliti dal tempo, scatoloni di vecchie pentole ammaccate, di piatti e bicchieri spaiati. Oggetti ormai inutilizzabili ma lasciati lì ad invecchiare in disordinati accumuli, perché «non si sa mai, potrebbero sempre tornare utili…». Ho poi saputo che dopo estenuanti sforzi di convinzione da parte dei familiari, e altrettanti pianti notturni del nonno e della nonna, lo sgombero dei locali aveva potuto infine aver luogo.

La vicenda di quei contadini m’era parsa inizialmente come emblematica di certe persone anziane che avendo vissuto in tempi  lontani la fame e la miseria, hanno conservato anche nel presente la convinzione che tutto quello di cui si gode oggi  potrebbe non esserci più da un momento all’altro. Da qui un attaccamento morboso alle cose. Avevo anche ipotizzato che il fatto di aggrapparsi a oggetti vetusti del loro passato fosse un modo illusorio di trattenere la vita che inesorabilmente volge al termine. Ma pur confermando la validità di queste ipotesi, in seguito ad approfondimenti che ho fatto sul tema del giusto rapporto tra l’uomo e le cose, mi sono resa conto che i casi di accumulo compulsivo di grandi quantità di oggetti, al di là di ogni ragionevole necessità e al punto di ridurre o azzerare lo spazio vitale in casa e nei posti di lavoro, stanno dilagando in tutti i cosiddetti paesi del benessere e che inoltre persone di tutte le età possono essere coinvolte in questo fenomeno.

La psicologia annovera questo disturbo tra le forme del “disagio mentale”. E in un’era scientifica e supertecnologica come la nostra, non stupirà che queste manie aberranti siano indicate con  due nomi tanto dotti quanto stravaganti: disposofobia o sillogomania che dir si voglia! Comunque, chi ha familiarità con la rete, digitando su un motore di ricerca uno di questi due nomi, avrà modo di verificare l’estensione di questo recente fenomeno, attraverso l’alto numero di siti specialistici che  ne descrivono le caratteristiche suggerendo rimedi e cure per contrastarlo.

Pur essendo del tutto ignorante nel campo di queste allarmanti patologie, il tratto più evidente che da queste  mi pare emergere è il vano e forse inconscio tentativo, da parte di chi ne è afflitto, di colmare con oggetti materiali, le voragini interiori che le nostre società consumistiche, svuotate dei valori dello spirito, hanno contribuito a creare nell’uomo. Infatti la casa, come Jung insegna, è simbolo per eccellenza dell’interiorità umana.

Ma vorrei ora riportare la riflessione sul rapporto che le cosiddette persone normali, tutte quelle cioè che possono dirsi estranee agli eccessi a cui abbiamo appena accennato, intrattengono con le cose. Se da un lato si deve dare per scontato che molti di noi conservino devotamente qualche feticcio del passato – non vorremmo mai disfarci del mazzo di rose secche che lui ci regalò in quella bella occasione, o non butteremmo mai via il primo bigliettino d’amore delle medie e figuriamoci poi il cedolino del primo stipendio o le pagelle della scuola elementare! – dall’altro, è bene chiarirci la  questione delle proporzioni delle nostre “idolatrie” per le cose del tempo che fu.

Da uno a cento, quanto siamo intasati di cose inutili? (per cose “inutili” intendo quelle che non vengono utilizzate da molto tempo). Proviamo a farne una ricognizione, cominciando col verificare quanti indumenti di dieci o quindici chili fa, giacciono stipati in armadi, cassetti, scatoloni, o nei vari sgabuzzini di casa, nella cantina o in soffitta, in attesa del felice giorno di San MAI in cui avremo ritrovato la taglia dei nostri vent’anni!  Passando alle scarpiere, luoghi sacri di culto per molte donne (ma neppure gli uomini sono immuni da queste pratiche devozionali), quante sono le scarpe che indossiamo abitualmente? E tutte le altre, nelle quali abbiamo investito forse cifre da capogiro, che abbiamo messo solo una volta e che mai più indosseremo, a cosa servono all’infuori dei sussulti di  compiaciuta vanità che ci possono provocare?

Sempre aiutandosi col pensiero, qualora non trovassimo il coraggio di perlustrare dal vivo tutti gli angoli della nostra abitazione, ognuno potrà valutare a naso quanti metri cubi di spazio richiedono riviste, vecchi giornali, libri mai letti ma comprati sull’onda di qualche suggestione, incartamenti che non hanno più alcun legame col presente. Poi proviamo a contare le scatoline e scatolette ammucchiate nei cassetti per raccogliere i più svariati… reperti: biglietti della metro di Londra o di New York, quelli d’ingresso al Louvre o al Prado, il vecchio posacenere sottratto al bar dell’albergo durante il viaggio ai castelli della Loira… la bijotteria annerita, con qualche brillantino che non c’è più, ma che con qualche accortezza potrebbe essere ancora utilizzabile… .

Resta infine da inventariare un’altra grande quantità di oggetti che dietro le molteplici spinte emozionali succedutesi nel tempo: viaggi, campagne pubblicitarie in tv, saldi strabilianti, momenti di scontento o di depressione compensati con qualche acquisto tanto carino quanto… inutile, si sono progressivamente ammucchiati ingombrando   i pochi spazi che magari guadagnerebbero a restare liberi…

Se, giunti alla fine di questa ipotetica ispezione della propria casa il quoziente d’ingombro risultasse piuttosto elevato, sarebbe utile prima di tutto  domandarsi che cosa frena dall’eliminare le cose diventate inutili o inservibili. Una prima risposta potrebbe essere la mancanza di capacità decisionale: non si ha la forza di decidere che cosa può essere utile e che cosa può essere eliminato. Ma la risposta più difficile da dare, quella più veritiera, sarebbe probabilmente un’altra: l’eccessivo attaccamento alle cose. Il pensiero di fondo è che, nel momento in cui si getta via quell’oggetto, è come eliminare una parte di sé. Abbiamo bisogno di essere attraverso l’avere. Più ho, più sono. Se non ho, se non tengo, temo di non esistere. Pensiamo di trarre dalle cose un senso di identità e di appartenenza. Eliminando le cose temiamo di perdere il nostro legame di continuità con il passato. Ma questi sono i modelli che la società consumistica dell’avere ci ha inculcato, tentando di spossessarci della nostra vera essenza di uomini pensanti, liberi e creativi il cui valore è del tutto indipendente dalle cose che si possiedono.  Non è neppure vero che sono le cose a mantenere vivi i legami col passato: l’unica traccia del passato è nella nostra memoria. Si possono dimenticare dei dettagli, ma quello che riusciamo a ricordare è ciò che è veramente importante per noi.

Finché si resta avvinghiati alla modalità dell’avere, sono gli oggetti a governarci, a possederci.

Potrebbe essere un ottimo avvio verso la ricerca della modalità dell’essere, la decisione di far piazza pulita di tutte le cose inutili o superflue da cui siamo tuttora circondati, regalando, riciclando. Il Feng Shui, teoria orientale sulla disposizione armonica degli oggetti nell’ambiente, sostiene che gli spazi riflettono il mondo psichico, parlano di noi stessi. Pertanto una casa sgombera e lineare rappresenterebbe chiarezza di pensiero e armonia interiore. Diventa perciò salutare impegnarsi a rimuovere il di più che non serve.

 

Spunti di riflessione – Stare nel qui e ora: come non perdersi il meglio della vita

Non ci accontentiamo mai del presente. Anticipiamo il futuro perché tarda a venire, come per affrettarne il corso, o richiamiamo il passato per fermarlo, come fosse troppo veloce; così, imprudentemente, ci perdiamo in tempi che non ci appartengono e non pensiamo al solo che è il nostro, e siamo tanto vani da occuparci di quelli che non sono nulla, fuggendo senza riflettere il solo che esiste.

Blaise Pascal, Pensieri

La mente è uno strumento eccezionale se utilizzata nel modo giusto. Usata nel modo sbagliato diventa però molto distruttiva. Per essere più precisi, il punto non è tanto che voi utilizzate la mente in modo sbagliato, quanto che non la usate affatto. È la mente che vi usa. Questa è la malattia. Voi credete di essere la vostra mente. Questa è l’illusione. Lo strumento si è impadronito di voi. È quasi come foste posseduti senza saperlo, per cui scambiate per voi stessi l’entità che vi possiede.

Eckart Tolle, Il potere di adesso.

Ieri è storia, domani è mistero, oggi è un dono e per questo si chiama presente.

Kung Fu Panda

 

Quante volte ci è già capitato  di impazzire nella ricerca affannosa di qualche oggetto che ci serve nell’immediato, come ad esempio gli  occhiali o le chiavi della macchina, per non aver fatto attenzione a dove li abbiamo lasciati? O di dover uscire di nuovo in tutta fretta per comprare l’unica cosa veramente urgente che abbiamo dimenticato di inserire nella spesa appena portata a casa, di ritorno dal supermercato?  «Ma dove avevo la testa?», ci chiediamo allora con un moto di stizza. Fin qui, a parte incresciose perdite di tempo, i danni della nostra deconcentrazione non sono poi così gravi. Ma quanti incidenti drammatici o addirittura mortali, avvengono ogni giorno nel mondo, imputabili a momenti di distrazione di qualcuno? Le cronache ce ne forniscono immancabilmente delle liste da incubo: bambini morti in automobile, dimenticati per ore e ore al caldo cocente da qualche adulto che non ci stava con la testa, disastrosi scontri frontali fra automobili, treni deragliati con centinaia di vittime, bisturi dimenticati nel corpo di qualche paziente in sala operatoria… Tutto questo e molto altro ancora può accadere se invece di stare concentrati su quello che si sta facendo, si innesca  il pilota automatico lasciando vagare altrove i propri pensieri.

Ma anche senza doverci riferire a casi estremi come quelli appena evocati e focalizzandoci semplicemente sul grado di consapevolezza che dovrebbe accompagnare tutte le azioni che compiamo nello stato di veglia, dobbiamo riconoscere con un po’ di allarme che la nostra mente  è  in continua fuga da ciò che andrebbe svolto con attenzione.

In una recente ricerca, applicata a più di mille persone e apparsa su una prestigiosa rivista internazionale, Science, gli esperti  hanno tracciato una mappa delle divagazioni della nostra mente: ne risulta che ben oltre la metà del tempo in cui siamo svegli, la trascorriamo pensando ad altro rispetto all’attività a cui – apparentemente – ci stiamo dedicando.

Sono veramente poche le occasioni in cui siamo concentrati sul qui e ora, su quello cioè che stiamo vivendo nel presente: tali occasioni si verificano in genere  per momenti di intensa emozione, nel caso di certi incontri particolari o quando si è di fronte a un pericolo. Assai più spesso per molti di noi, la divagazione è il modo operativo dominante del cervello e si instaura in automatico quando proprio non siamo costretti a impegnarci: mentre lavoriamo, mentre conversiamo, mentre   ci spostiamo da un luogo ad un altro.

Dove ci conduce la mente? Le piace molto vagare sulla nostra linea del tempo e così ci proietta sul passato, su ciò che ormai è accaduto e compiuto, o sul futuro, cioè su quello che potrebbe accadere ma di cui non vi è alcuna certezza, facendoci  perdere, perversamente, la capacità di vivere e di goderci il presente che è invece l’unico tempo reale e certo.

È così che, distogliendo la nostra attenzione da quello che stiamo facendo in un preciso momento, il tiranno spietato di cui siamo preda – la mente appunto – ci sballotta tra processi di pensiero meccanici e compulsivi. E se talvolta ci induce a rimuginare su qualche fatto o emozione gradevole ormai conclusi, o a sognare eventi idilliaci che forse non accadranno mai, molto più spesso i suoi andirivieni tra passato e futuro ci inquinano i pensieri di spazzatura psichica: malinconie, sospetti, pettegolezzi, criticismi, paure, ossessioni, rancori, gelosie, invidie, rabbie, bramosie, insensate disperazioni.

Finché restiamo dei “posseduti” dalla nostra mente, per usare l’espressione di Eckart Tolle (che cito nel riquadro e dei cui libri raccomando vigorosamente una lettura meditativa), non solo saremo esposti al rischio di pericolose distrazioni, ma ci perderemo il meglio della vita.

Vivendo in una vallata alpina, ho la gioia di godere la bellezza, la maestosità, la sacralità della natura che mi circonda. Conosco bene ormai tutte le sfumature di suono del torrente che scorre a due passi da casa mia, il chiacchiericcio degli uccelli all’alba e al tramonto di tranquille giornate estive, la festa di colori e di profumi del bosco in autunno. Per godere queste cose la mente deve essere in quiete. Altrimenti si guarda ma non si vede, si ascolta ma non si ode, si annusa ma non si sente. Vengono a volte amici di città a trovarmi, ma sono talmente prigionieri della loro mente, invasi da pensieri vecchi, morti, da non riuscire a percepire questa bellezza. La verifica deludente avviene ogni volta che chiedo a qualcuno di loro se sia rimasto colpito dal tale o tal altro particolare ben evidente, durante una visita del territorio. La risposta ormai scontata è quasi sempre: «A dire il vero non l’ho notato!».

Volendo, le risorse non mancano per non essere più tenuti in ostaggio dalla nostra mente e per disattivare i pensieri automatici che ci tengono lontani da tutto quello che stiamo compiendo. Fra le varie strategie da mettere in atto, la più semplice è quella di correggere a poco a poco i nostri automatismi più comuni. Ad esempio, al mattino, la cattiva abitudine di trangugiare in fretta e furia il caffè, con la mente che è già arrivata al luogo di parcheggio della macchina o fors’anche sul posto di lavoro, può essere modificata decidendo di riservarsi dieci minuti per fare colazione seduti al tavolo. In tal modo prendiamo consapevolezza di sensazioni non ben analizzate in passato. Ci concentriamo sui colori, le forme, i sapori, i profumi, i suoni che percepiamo nella stanza, sulle sensazioni che ci provoca l’assunzione del cibo e della bevanda. Relativamente agli altri pasti che assumiamo nella giornata, si può decidere di lasciare la tv spenta, facendo a meno delle ultime notizie. Quello che è accaduto non si può cambiare; quindi ci si può concentrare sul gusto del cibo, sulla gratitudine per chi ha preparato la mensa, sulla comunicazione con i familiari o, se si è soli, sulla fortuna di potersi nutrire secondo i propri gusti e il proprio appetito.

Un’altra strategia, da attuare in qualunque momento della giornata e per pochissimi istanti, consiste nell’imparare ad ascoltare le nostre sensazioni corporee che cambiano e ci danno gli elementi per sentire le nostre emozioni e trasformarle in pensieri: il mio respiro è calmo, mi sento bene, sono in pace col mondo intero; ho una stretta allo stomaco, sento rabbia, questa situazione mi ha stancato.

Chissà quante volte abbiamo percorso a piedi quel certo tratto di strada che conduce a casa nostra, probabilmente assorti in mille pensieri, dai più impegnativi ai più superficiali. Dalla prossima volta decidiamo di portare l’attenzione su tutto quello che ci sta intorno. Proviamo a descriverlo mentalmente come se parlassimo a un compagno di strada non vedente. Gli diciamo i colori, la tipologia dei negozi, gli descriviamo il giornalaio o la signora che ci ha venduto il pane.

Ho lasciato per ultimo un esercizio di concentrazione che io sperimento già da lungo tempo, con effetti molto benefici sul mio pensiero, e che fa parte di una serie di cinque esercizi per la crescita interiore, ideati da un grande maestro dello spirito: Rudolf Steiner. Scopo fondamentale dell’esercizio, che avremmo tutto l’interesse a far diventare una consuetudine quotidiana, è di aiutare a farsi padroni del proprio pensiero. Questo è del resto anche il mio auspicio, che formulo in chiusura della presente riflessione.

Proporsi cinque minuti al giorno (non di più, anzi, all’inizio possono essere anche solo tre minuti), durante i quali si prende un oggetto di uso quotidiano, il più semplice possibile (un bicchiere, un chiodo, una matita…) e per quei pochissimi minuti ci si sforza di pensare soltanto pensieri inerenti a quest’oggetto. (p. e.: pensieri inerenti alla forma, al materiale di cui è fatto, all’utilità, agli usi che se ne possono fare, ecc. ecc.). 




Spunti di riflessione – Lussuria: il grande vuoto dell’amore

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

Il concetto di amore implica l’idea di volere il massimo bene per la persona amata. La lussuria, invece, cerca solamente il proprio massimo piacere personale. Se questo piacere non è ottenuto, l’altra persona cessa di essere amata. Non si ama la persona, bensì il piacere che si ottiene da essa. Una vita sensoriale è vana, è animale e non lascia ricchezza interna.

[Srila Atulananda Acarya, maestro induista]

L’amore è paziente, l’amore è benevolo, l’amore non invidia, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L’amore non verrà mai meno.

[1 Cor., 13, 4–10]

Ama, e fa quel che vuoi.

[Sant’Agostino]

 

Ci vuol coraggio di questi tempi a parlare di lussuria: il rischio è di apparire bigotti e antimoderni in quanto le nostre società occidentali, del tutto impregnate di materialismo, ritengono ormai normalmente accettabili tutti i comportamenti sessuali che coinvolgono adulti consenzienti. Ma la liberalizzazione e la cosiddetta rivoluzione dei sessi fanno forse diventare ordine ciò che di per sé è e resta un disordine? È un po’ come chiedersi se l’innalzamento del limite di tolleranza delle sostanze inquinanti presenti nell’acqua da bere  – imposto dal Ministero della Sanità  per non dover chiudere gli acquedotti (oppure le fabbriche che inquinano le sorgenti) –  renda l’acqua delle nostre case meno avvelenata. No, l’acqua resta piena di sostanze inquinanti e le garanzie sulla sua purezza, certificate dalle istituzioni, non sono altro che una bella bugia legalizzata.

Un’altra obbiezione a cui dobbiamo rispondere prima di affrontare senza più  remore il tema odierno, è quella molto diffusa  che tende ad assolvere il dilagare attuale della licenziosità con l’argomento trito del «Si è sempre fatto così». È vero che la lussuria, da Adamo ed Eva in poi, ha sempre avuto il vento in poppa – la storia delle civiltà che ci hanno preceduto e tutta la Scrittura Sacra (chi di noi non ricorda le clamorose vicende di Sodoma e Gomorra?) pullulano di storie  e di costumi assolutamente depravati. Ma questo argomento non giustifica nulla: serve solo a mostrare che col succedersi dei millenni, nonostante  l’evoluzione poderosa dei cervelli e dei frutti del pensiero,  gli uomini continuano alla grande a perdere punti in fatto di umanizzazione.

Veniamo dunque alla lussuria. Tutte le definizioni correnti del termine, che partono dall’etimologia latina, luxus – luxuria, cioè “lusso”, “esuberanza”, “sfrenatezza”, concordano nel presentare questo vizio come un eccesso: l’uso smodato o deviato della sessualità.

Per parte mia sarei più propensa, in alternativa all’etimologia e alle definizioni correnti, a vedere invece la lussuria, in tutte le sue molteplici manifestazioni che qui non è necessario elencare perché tutti le conosciamo, come una carenza, come un’enorme carenza di “umano”. Tutti i cosiddetti “vizi” del resto, non solo la lussuria, sono indici dello stesso tipo di carenza. Cercherò di spiegarmi, anche se, per non scrivere un trattato, dovrò essere estremamente schematica e forzatamente riduttiva.

Secondo la mentalità e le ideologie materialistiche vigenti, l’uomo viene definito dalla scienza  antropologica come “animale superiore” dotato di un’intelligenza e di una psiche – psiche che sarebbe comunque il prodotto di  attività e funzioni puramente biologiche. Visto invece con l’occhio della nostra medicina meccanicistica, lo stesso uomo diventa essenzialmente una macchina, o se si preferisce, un pupazzo meccanico; si cura infatti un organo ammalato ma si perde di vista l’uomo intero;  si sostituisce un organo che non funziona più con un organo nuovo  e così via.

Quali sono le prospettive di durata che il materialismo attribuisce a quest’uomo, per metà animale e per metà macchina? Pochi decenni: se tutto va bene, con l’allungamento della vita prodottosi in questi ultimi cinquant’anni, i decenni saranno otto, nove o forse anche dieci. Gli scienziati però stanno provando in tutti i modi a strappare alla morte qualche lustro supplementare e promettono  per un futuro non lontano una vita arzilla almeno fino a centoventi anni. Dopodiché tuttavia, concluso il suo ciclo biologico, questo essere sparirà inesorabilmente  nel nulla. C’è da stupirsi che con una simile prospettiva quest’uomo cerchi di arraffare dalla vita, in qualsiasi campo dell’esistenza, tutto l’arraffabile, tutto il godibile?  Perciò, la scelta che molti fanno attualmente di assecondare tutte le pulsioni naturali, fino a scadere nel peggior degrado, va di pari passo con i limiti strutturali che questo tipo di uomo è convinto di possedere.

Ora si dà il caso che l’attrattiva verso il corpo dell’altro sesso, concepita in origine con lo scopo di perpetuare la specie, sia in assoluto l’istinto di natura più irresistibile di cui tutti i mammiferi sono dotati. È un impulso non meno travolgente di quello dell’autoconservazione, che si manifesta nel bisogno di mangiare, bere, dormire. Inoltre, e qui sta il punto interessante, l’esercizio della sessualità è maledettamente attraente essendo fonte di grande piacere.

Come ho appena detto, adeguarsi più o meno consapevolmente alla concezione materialistica dell’uomo, significa farsi fagocitare dalla dinamica degli impulsi e desideri che non si debbono né possono reprimere (ne va del buon funzionamento di quest’uomo, ridotto per metà a “meccanismo” e per l’altra metà ad “animale”: ce lo dicono perfino molti psichiatri e psicologi che vedono nell’attività sessuale un toccasana liberatorio per molti malesseri esistenziali!); vuol dire inoltre  crearsi delle dipendenze ossessive dalle proprie brame giungendo a “cosificare”, a ridurre a  semplice oggetto, quell’essere umano che di volta in volta verrà “usato” per soddisfarle.

La lussuria va letta in questa chiave di “animalità” e di “cosificazione” dell’altro, così come lo sottolineano le citazioni nel  riquadro.

Le grandi bulimie, le grandi abbuffate di sesso che caratterizzano massimamente la nostra epoca, sono il prodotto della logica che riduce l’uomo a pura corporeità. Emblema di questi eccessi e istigazione continua ad imitarne i modelli, sono tutti i mass media tra cui primeggia la televisione con i sui elevatissimi indici di ascolto. Penso a tutti i programmi spazzatura, ma penso anche a programmi televisivi più seri, spesso conditi in salsa sessuale. Come se il vero senso del successo di un’operazione chirurgica finora ritenuta impossibile, o della costruzione di un’opera particolarmente ardita, traessero il loro vero significato dal titillamento sessuale derivato dalle grazie di qualche svestita signora che partecipa alla trasmissione. Il sesso è ormai inevitabile sottofondo di qualunque argomento, di qualunque pubblicità, fosse anche quella di un veleno per topi.

Penso ancora a tutte le mercificazioni del sesso e non solo a quelle più antiche come la prostituzione  che oggi alimenta profitti miliardari di mafie e di mercanti di carne umana; penso anche all’uso distorto e morboso che tanti giornalisti fanno delle notizie di cronaca nera, pretesto per enfatizzare, a fini di lucro e di scoop, le peggiori forme di perversione: pedofilia, necrofilia, incesti, stupri e quant’altro. Siamo in presenza di un marketing astuto e spregiudicato, che obbedisce a ragioni perverse di potere, intese come dominio del corpo sottomesso, in cui la donna, a dispetto di tutte le sue lotte per emanciparsi, viene tuttora relegata al ruolo di oggetto passivo e come tale valorizzata. Ci si deve allora sorprendere che un’avvenente ragazza intervistata pochi giorni fa alla televisione su quali fossero i suoi valori, abbia risposto testualmente: «La bellezza è un valore. Quindi io la posso vendere e comprare come più mi piace.»?

Fin qui la riflessione mi ha permesso di mostrare, prendendo spunto dalla lussuria in cui sguazza alla grande la nostra società, i guasti enormi che sta producendo il materialismo sempre più esasperato, sempre più pervasivo  da cui una grossa fetta di umanità sembra non riuscire a liberarsi, almeno per ora. Quello che è certo, e che ci deve allarmare, è che l’uomo si perderà a meno che non recuperi la sua vera identità smarrita di uomo intero     (nel corpo del quale convivono e interagiscono un’anima e uno spirito)  e che non recuperi altresì il senso vero della sua esistenza e del suo destino di eternità.

Agli antipodi dell’uomo materialistico, ridotto, come abbiamo visto fin qui, ad un essere racchiuso nella finitezza della propria corporeità  –  fortemente condizionato dalle pulsioni e dagli istinti  di natura –  si colloca l’uomo “intero”, non amputato cioè delle sue componenti spirituali e del suo destino ultraterreno  di immortalità, così come tutte le correnti spirituali – non solo quella cristiana –  da sempre  ce lo descrivono.

In una prospettiva spirituale ritrovano il loro vero significato due concetti fondamentali che il materialismo ha completamente travisato. Il primo è il concetto di libertà che nel comune sentire materialistico è recepito come facoltà di scegliere e di fare quel che pare e piace, ossia i propri comodi ad ogni livello. In altri termini, la libertà di stampo materialistico spiana la strada all’arbitrio e agli egoismi di ognuno. Al contrario, in ogni concezione spirituale, la libertà, correttamente intesa, è la facoltà propria dell’uomo di scegliere tra ciò che è bene e ciò che è male.  Che cosa è bene e che cosa è male per l’uomo? È bene tutto ciò che lo rende sempre più umano, è male tutto ciò che impoverisce e degrada la sua umanità. Ora, se l’uomo è fatto di corpo, anima e spirito, è bene tutto ciò che favorisce l’integrità e l’armonia di queste tre sfere. Quindi  l’uomo ha la possibilità di decidere  come orientare le forze che gli dà la natura: se verso la crescita equilibrata di tutte le sue componenti – mettendo in conto anche le difficoltà di questo percorso – oppure verso la propria disumanizzazione, raggiungibile invece senza tanti sforzi:  basta andar dietro a tutti gli istinti che la natura gli fornisce.

Il secondo concetto su cui si equivoca facilmente è quello di amore. Infatti su questo termine c’è un fraintendimento ricorrente: in italiano – e in molte altre lingue – viene chiamato “amore” sia l’istinto sessuale, come lo dimostra l’espressione “fare l’amore”, sia l’espressione più alta della libertà che si traduce nel verbo “amare”. Dov’è l’equivoco? Sta nel fatto che non si distingue più tra amore e amore, al punto da mettere sullo stesso piano l’amore di natura e l’amore che ognuno, se vuole, deve conquistarsi con la propria libertà. Nel “fare l’amore” sono le forze di natura in noi ad assumere un ruolo di guida; viceversa, quando si tratta di amare un’altra persona mettendo in secondo piano i nostri interessi, l’istinto di natura non ci soccorre più: bisogna agire in base alla conoscenza dell’altro e alla libera decisione della nostra volontà.

Non c’è bisogno, credo, di dilungarsi sulle definizioni che si possono dare del verbo “amare”, che in estrema sintesi significa “essere l’uno per l’altro” ma, volendo, ci si può rinfrescare la memoria meditando le parole dell’apostolo Paolo che ho riportato nel riquadro. Quelle parole valgono per tutti, perché l’amore è uno; sono pertanto un riferimento fondamentale anche nel rapporto uomo-donna  uniti in un progetto di vita comune.

Qualcuno potrà chiedersi se la riflessione condotta sin qui non sottenda in qualche modo una svalutazione se non addirittura una demonizzazione della sessualità. Ci mancherebbe altro! Senza l’irruenza dell’istinto sessuale il genere umano si sarebbe estinto da lunga pezza. La sessualità è una possente risorsa della natura che ci accompagna lungo tutto l’arco della vita.

Tuttavia una considerazione va fatta ed è questa: la sessualità, in quanto realtà biologica, rappresenta una sfera che l’uomo ha in comune con gli animali, ma, a differenza degli animali, l’essere umano, come  è stato ricordato più su,  ha un corpo abitato da un’anima che nulla ha a che fare con la zoologia e da uno spirito individualizzato, che chiamiamo “io”, che gli animali non possiedono. La vita non è stata data all’uomo per uguagliare l’animale.  La finalità del Creatore era un’altra: darci la possibilità di scoprire che genere di felicità si può trovare nell’anima e più ancora nello spirito, facendo un saggio uso della libertà. Il godimento del corpo era in origine un generoso sovrappiù, annesso alla necessità di conservazione della specie. Oggi è diventato, in concorrenza col denaro, uno dei massimi obbiettivi della vita.

Ecco perché la nostra cultura materialista che limita e concentra la capacità di godimento dell’uomo alla sola sfera corporea, è animalesca e pertanto disumana. E nel proporre ossessivamente attraverso uno sconfinato bombardamento mediatico questo esclusivo modello  di edonismo, il materialismo produce una vera e propria castrazione dell’uomo a livello della mente, del cuore e dello spirito che andrebbero invece incoraggiati verso la scoperta di ben più esaltanti godimenti  se solo si esplorassero le infinite risorse dell’umano.

L’uomo “intero” è chiamato a tramutare l’amore che dà la natura, in un amore che sia l’opera d’arte della sua libertà. Questa trasformazione interiore è una lunga e faticosa “conversione” che rappresenta una vera e propria inversione di marcia nel cammino di ogni uomo verso l’umano. È una conversione lenta e tutta in salita che richiede una grande forza di volontà perché si realizza solo vincendo gli istinti di natura. Si tratta di decidere se il mio corpo è il mio padrone o il mio servo. La sessualità vissuta come puro turbinio di sensazioni corporee è il gioco di due esseri ognuno chiuso in sé, è l’incontro di due egoismi che a conti fatti sfociano in un senso di grande solitudine.

L’amore, pur non escludendo la sessualità, è attenzione verso l’altro, è rispetto della sua dignità, della sua libertà, è dono, è capacità di non fare solo le cose che piacciono, di regalare il proprio tempo, di permettere all’altro di sviluppare i propri talenti, è volontà di creare assieme mondi sempre più ampi di gioia, di bellezza, di armonia. L’amore fa fare le cose giuste e non solo quelle che piacciono: il suo scopo è di renderci tutti migliori, tutti più umani, ad ogni livello. L’amore non conosce le mezze misure: queste sono le scappatoie dei mezzi amori.

Gli istinti di natura regalano piccole gioie. L’amore conquistato per libertà, con fatica, spesso con dolore e sofferenza, ripaga sempre con gioie immense. Le grandi gioie nascono sempre da enormi fatiche. Sono tanti oggi a pensare di poter vivere da uomini senza rimetterci niente. Non hanno ancora capito che pagare per i propri ideali è il privilegio e la gioia dei forti. Lo aveva capito invece molto bene Agostino che ci ha lasciato il suo messaggio: «Ama e fa quello che vuoi». Intendeva dire che l’amore apre spazi infiniti alla libertà creativa di ogni uomo.

Spunti di riflessione – GOLA: mangio perché… ho fame di Amore

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

L’ingordigia è un rifugio emotivo: è il segno che qualcosa ci sta divorando

( Peter De Vries)

C’è nell’uomo una fame, un desiderio, una ricerca che non si ferma al cibo: il cibo è assolutamente necessario, ma non è sufficiente perché un uomo si umanizzi. Ognuno cerca un senso nella vita, perché è abitato da una fame, la fame di divenire essere umano.

                                                                                                                                                                                                            (Enzo Bianchi)

Considerate la vostra semenza:/ Fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e conoscenza.

(Dante Alighieri, Inferno, canto XXVI)

Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete: la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?                                                                                                                                     

(Mt 6, 25)

 

Se ho scelto di trattare in successione i temi della lussuria e della gola, è perché sono due passioni strettamente apparentate. Sono parenti in quanto l’una e l’altra si innestano su due bisogni primari per eccellenza, entrambi legati alla nostra corporeità. Le derive della lussuria prendono origine, come si è già detto, dalla necessità naturale di perpetuare la specie; analogamente gli eccessi della gola nascono dal nostro connaturato bisogno di nutrirci. Infatti senza nutrimento si muore e dunque il piacere collegato all’assunzione del cibo ha il compito precipuo di tener viva e desiderabile la funzione vitale della nostra nutrizione. Chi mangerebbe più se la necessità di nutrirsi non fosse abbinata a una gradevole attività?

Ma altro è il naturale soddisfacimento di questo bisogno, o il piacere che proviamo assaporando cibi gustosi e preparati con cura, altro è l’ingordigia. L’ingordigia è l’uso smodato del cibo, è una brama disordinata pronta a sfociare ora nella golosità, che è l’eccesso nella ricerca della qualità del cibo, ora nella voracità, che consiste nell’incapacità di rispettare tempi e modi nel mangiare.

Tutte le malattie dello spirito che nei primi secoli di cristianesimo vennero chiamate vizi capitali, si perpetuano purtroppo senza soluzione di continuità dal lontano passato. Infatti, a proposito delle derive della Gola, tanto per attenerci al nostro tema odierno, la storia ci tramanda dati impressionanti sulle orge, le grandi abbuffate, gli eccessi di ogni genere, praticati in tutte le civiltà che ci hanno preceduto. Anche nella Bibbia, del resto, troviamo una molteplicità di esempi di voracità. Chi è andato a catechismo da bambino ne ricorda almeno due o tre fra i più noti, come il caso di Noè che sperimenta gli effetti inebrianti del vino fino a mostrare ai figli la propria nudità o quello di Esaù che per un piatto di lenticchie cede la primogenitura a Giacobbe. E neppure avrà scordato l’episodio del popolo d’Israele che in marcia nel deserto verso la Terra promessa, stanco per la monotonia del cibo inviato dal cielo, la manna, insorge minaccioso contro Mosè mostrando di preferire alla libertà ormai prossima, il ritorno alla schiavitù egiziana, attratto dalle delizie delle famose cipolle.

Tornando ora al presente, notiamo che nel comune sentire, sia la golosità che la voracità godono di un’ indulgenza illimitata. Al riguardo, i forum che abbondano sulla rete sono molto istruttivi. In uno di questi che poneva il quesito: «Essere golosi… vizio o virtù?» si possono leggere una quindicina di risposte che propendono tutte per l’assoluzione del vizio. Fra queste ne riporto una particolarmente rivelatrice di una mentalità diffusa: «Secondo me sarà anche un vizio, ma la virtù è accettare che siamo umani e che i vizi ci fanno star bene! Io sono la golosità fatta persona e guai a chi me la toglie. Sono fatta così e so che se cerco di cambiare me ne viene solo male».  Quello che dovrebbe stupire in affermazioni del genere, ma che invece non desta grande sorpresa in chi è imprigionato in una concezione materialistica della vita,  è la povertà  del concetto di uomo che ne emerge. La dipendenza dai vizi “che fanno star bene” diventa addirittura il parametro dell’uomo “virtuoso”, il che equivale ad affermare che l’essenza dell’umano consiste nei comportamenti di un’animalità irriflessa, non ragionata .

Neppure l’esperienza di quanto la voracità sia dannosa per la nostra salute, riesce a convincerci della utilità di tenerla a bada. È incredibile eppure reale: preferiamo accettare gli inconvenienti che derivano dagli abusi del nostro rapporto col cibo – obesità allarmanti (il 50% degli italiani è attualmente afflitto dai chili di troppo), ipertensione,  diabete, colesterolo e trigliceridi alle stelle –  piuttosto che adattarci al suo uso corretto che richiederebbe qualche moderata rinuncia e uno stile di vita sobrio, per tutelare la sanità del nostro corpo. Un altro fatto che fa riflettere è che la medicina e le scienze della nutrizione del nostro tempo reintroducono, talvolta con restrizioni ancora più pesanti, le stesse discipline alimentari che un tempo erano soltanto patrimonio di tutte le tradizioni religiose: diete, digiuni, esercizi di sobrietà. La sola differenza è che mentre le tradizioni religiose proponevano la frugalità e l’astinenza  come mezzo di purificazione e di ascesi, la nostra società, allergica alle battaglie spirituali, mira essenzialmente all’estetica e al prolungamento della vita biologica di ognuno.

Ma, in quest’era consumistica  in cui l’industria alimentare usa di enormi mezzi mediatici di convinzione per farci desiderare e ingurgitare sempre più cibo – e pazienza se questo cibo di cui ci ammaliamo è  sottratto a popoli interi denutriti e affamati – persino i richiami dei nutrizionisti o i canoni dell’estetica vengono vanificati dalla nostra voracità. Si immette cibo nella nostra macchina-corpo alla stregua del carburante che finisce nell’automobile.

Questo degrado nei rapporti col cibo investe anche l’ambito della preparazione degli alimenti e della loro consumazione. Con i ritmi frenetici della nostra epoca sono quasi scomparsi i” riti” della preparazione del cibo cari alle nostre mamme e nonne e dello stare a tavola tutti insieme in famiglia. Oggi si cucina poco perché il fast food provvede per noi, si mangia velocemente, con le mani, in piedi, spesso in solitudine. Eppure ci rendiamo ben conto di come l’ingordigia ci abbrutisca in tutti i sensi: dopo un pasto smodato ci ritroviamo intontiti, avvolti da un torpore che offusca l’intelligenza e la lucidità; oppure, e quasi sempre le due cose si assommano, cadiamo preda dell’eccitazione, della sfrenatezza dei gesti e della lingua, che si abbandona alle scurrilità, all’oscenità. Vengono in mente certe grandi abbuffate ricorrenti tra parenti o amici in cui la tavola, che dovrebbe essere il luogo della condivisione, dello scambio della parola, dell’effusione dell’affetto tra commensali, si trasforma in focolaio di liti, di sfogo delle nostre aggressività, di cedimento ai toni più bassi e volgari.

Il cibo riveste anche funzioni compensatorie come ho voluto evidenziare  riportando nel riquadro la prima citazione che interpreta la voracità come un rifugio emotivo. È innegabile infatti che i figli della nostra epoca, ricolmi di cose ma vuoti di tensione morale e di valori esaltanti che diano senso alla vita, sono tutti malati di ansia, portati alla depressione, insicuri delle loro amicizie, affamati di amore, di relazioni autentiche e appaganti . Queste frustrazioni che segnano in profondità il nostro inconscio, possono generare fami divoranti o altrettanto divoranti astensioni dal cibo. Si cercano soluzioni al proprio malessere nel rapporto col nutrimento: bisogno di ingurgitare grandi quantità di cibo o di bevande, fino alla bulimia, per soddisfare un’irrefrenabile pulsione orale; oppure, al contrario, rifiuto di ingerire il nutrimento necessario, fino all’anoressia. Anoressia e bulimia sono modi molto evidenti per esprimere uno stato di sofferenza affettiva e il cibo e il corpo sono gli strumenti utilizzati. E così il cibo  finisce per sostituirsi all’amore e il rapporto con esso diventa un mezzo per tamponare le voragini create dalla sofferenza. L’amore è irraggiungibile mentre il cibo è a portata di frigorifero.  La voracità e la golosità provocano lo stravolgimento del mezzo in fine. Il cibo, da strumento per vivere, per condividere, per fare festa, diventa fine a se stesso.

Finché si resta abbarbicati alla mentalità carnale che domina il nostro tempo, le vie d’uscita da tutte le forme di schiavitù che legano l’uomo ai suoi istinti di natura, sono molto aleatorie. Solo la presa di coscienza che egli, se vuole, ha facoltà di scelta tra il cammino della carne – quello dell’animalità – e quello dello spirito – l’unico che possa condurlo alla pienezza e alla grandezza dell’Umano, potrà muoverlo a mettere ordine nei suoi appetiti, a partire da quello fondamentale del cibo. La decisione da prendere è tutta nella sua libertà.

In sintesi: IL MISTERO DEL DOPPIO – quinta conferenza

Da più parti si sente dire che le conferenze tenute da Rudolf Steiner, il fondatore della Scienza dello spirito, sono troppo complesse. E sono in tanti a desistere, rinunciando a fruire di un’opera di inestimabile valore spirituale per l’intera umanità.

Nella rubrica “In sintesi”, rendiamo disponibili i riassunti di alcuni testi come invito alla lettura e supporto per approfondimenti di studio degli stessi.

Il ciclo inizia con Il mistero del doppio, che si articola in cinque conferenze contenenti importanti rivelazioni sulle caratteristiche e l’agire di entità ben note come forze dell’ostacolo. Prenderne conoscenza permette di comprendere il loro operare entro l’essere umano e nella società. Compito precipuo dell’umanità attuale è proprio di tenere gli occhi ben aperti per riconoscere e confrontarsi con i potenti esseri spirituali che manovrano incessantemente per deviare l’uomo dalla sua meta evolutiva. Si avrà la meglio sul male solo attraversandolo coscientemente e non aggirandolo.

… Dato che inevitabilmente si verificherà una tendenza crescente a vincolare l’uomo alla macchina, è inutile combatterla; piuttosto è importante prestare attenzione a come e ad opera di chi questo si realizzerà. Il problema della relazione dell’uomo con la macchina avrà un’importanza centrale nel futuro. (Tratto da questa conferenza).

Esseri spirituali individuali e fondamento unitario dell’universo  III

Dornach, 25 novembre 1917

1-2-3-4. Nei pensieri, nelle sensazioni e negli impulsi, che attingono ancora alle saggezze del passato, non si trova più niente di utile per affrontare il prossimo futuro. Un esimio professore pluri-laureato dei nostri tempi ha le idee piuttosto confuse su come orientarsi per soddisfare le esigenze di conoscenza spirituale dell’uomo attuale. Si prodiga in apprezzamenti verbali sul movimento teosofico e si ferma lì. Crogiolarsi sull’illusorietà delle mere parole, anziché buttarsi a capofitto nello studio serio della scienza dello spirito, rappresenta un  autentico pericolo. I tempi esigono il superamento delle vecchie conoscenze – che ci hanno portato allo stato catastrofico in cui versiamo – e l’aprirsi alle conoscenze che invece toccano le nostre anime e ci spingono a evolverci.

5. Al fine di non vanificare del tutto le conoscenze del passato, dobbiamo rinnovarle e vivificarle con la scienza dello spirito che va concretamente incontro alle esigenze dei tempi; in essa si potrebbero trovare i veri nessi tra l’uomo e l’ordinamento cosmico. Alla gente manca il coraggio di affrontare una ricerca scientifico-spirituale seria ma si potrebbe partire dalla lettura di scritti semplici, come ad esempio La vita umana dal punto di vista dell’antroposofia (RA1958/258e290). Accoglierne i contenuti vale più di tutte le speculazioni prive di senso in circolazione oggi.

6. In questo nostro quinto periodo postatlantico è essenziale poter affrontare le grandi questioni della vita che la saggezza del passato ha obnubilato. Una questione riguarda il fatto di porre l’elemento eterico al servizio della vita pratica. Occorrerà capire come le varie disposizioni d’animo umane si trasmettano in moto ondulatorio alle macchine. In che rapporto l’uomo si porrà rispetto al dilagare della meccanizzazione? Gli americani stanno applicando all’uomo, con grande superficialità, gli ingiusti principi meccanicistici della selezione darwiniana.

7. Dato che inevitabilmente si verificherà una tendenza crescente a vincolare l’uomo alla macchina, è inutile combatterla; piuttosto è importante prestare attenzione a come e ad opera di chi questo si realizzerà. Il problema della relazione dell’uomo con la macchina avrà un’importanza centrale nel futuro.

8-9. Com’è noto, la coscienza dell’uomo dipende dalle forze di morte del suo sistema nervoso. Le forze di morte diventeranno talmente potenti, che si arriverà a stabilire un rapporto tra le forze di morte dentro l’uomo (affini alle forze elettriche e magnetiche) e le forze esterne alle macchine. L’uomo saprà trasmettere i propri pensieri e le proprie intenzioni alla forza motrice della macchina; egli sprigionerà forze che agiranno sull’elettricità e sul magnetismo del mondo esterno. L’unione dell’uomo con la macchina è il primo problema a farsi pressante nel prossimo futuro. Il secondo problema, che consiste nella realizzazione di qualcosa che richiederà l’aiuto di potenze spirituali, troverà soluzione solo se un numero sufficiente di uomini si sarà adeguatamente preparato. Le forze spirituali dovranno essere attivate in modo da dominare la vita in relazione a malattia e morte. La medicina sarà spiritualizzata, e anche qui occorrerà capire lo spirito di chi svolgerà questo compito.

10. Il terzo punto sta nel chiedersi se l’intelligenza umana debba o no interferire nei processi di riproduzione (procreazione e nascita); si vuole dare una formulazione materialistica dell’unione tra uomo e donna. Attualmente sono molti i fattori che impediscono di realizzare queste cose, adesso non si può fare altro che parlare di questi argomenti e attendere che l’uomo li accolga senza egoismo e si attivi, prima in piccole cerchie e poi su vasta scala, a portarle nell’umanità.

11-12. Dal sedicesimo secolo in avanti le realtà spirituali che si celavano dietro le antiche ricerche si sono oscurate e si trovano ora depositate nell’inconscio dell’uomo. Affinché l’uomo smettesse di trarre l’elemento animico dalla natura e imparasse a risvegliare la forza della propria interiorità, occorreva di necessità rimuovere quella sapienza (alchimia, astrologia ecc.) cui oggi talvolta si allude senza saperne nulla. L’uomo “progredito” blatera di alchimia, del processo di creazione dell’homunculus; se solo fosse capace di decifrare la scena dell’homunculus [Faust], capirebbe molti segreti. Certe realtà dovevano apparire astratte per poter in seguito assumere una concreta forma spirituale.

13-14-15. Nei secoli si sono andati formando tre ideali, che Kant chiamò erroneamente: Dio, Libertà, Immortalità, e Goethe chiamò correttamente: Dio, Virtù, Immortalità. Nel quindicesimo secolo, su questi ideali si compivano esperimenti alchemici concreti con l’intento di mostrare l’opera di Dio in atto. Si cercava nella pietra filosofale la possibilità di diventare virtuosi in un senso più materiale e si voleva porre l’uomo in relazione con l’universo per dargli modo di vivere in sé l’immortalità. Quelle sapienze sono indecifrabili per l’uomo d’oggi, che pensa di poter comprendere Dio con una teologia astratta o la virtù con teorie astratte. Anche sull’immortalità i filosofi speculano a vuoto.

16. Certe confraternite di iniziati tentano di porre la tradizione al servizio dell’egoismo di gruppo. Deliberatamente parlano in pubblico di Dio, Libertà e Virtù, e lo fanno di proposito in modo astratto, ben conoscendo la realtà spirituale che vi sta dietro. Con l’uso di quelle formule astratte esse hanno mire concrete. Nelle loro scuole iniziatiche, quelle parole subiscono una trasformazione: Dio diventa Oro. L’elemento che sul piano materiale è l’oro (elemento solare entro la crosta terrestre), ha con le altre sostanze metalliche la stessa relazione che, sul piano del pensare, il pensare divino ha con gli altri pensieri.

 17-18-19. La comprensione del cosmo è stata sostituita con quella della Terra. Si indaga il mistero della nascita mettendo le cellule embrionali sotto la lente d’ingrandimento. In un processo di fecondazione è importante portare alla luce quali forze cosmiche vi siano attive. Il biologo crede di poter vedere al microscopio quali forze partecipino allo sviluppo di una cellula uovo. Non sa che quel processo dipende dalle forze stellari che agiscono insieme secondo una certa costellazione. Solo capendolo, si giungerà alla verità che il mistero della nascita è principalmente legato al segreto del Sole, e in senso terrestre al segreto dell’Oro.

 

20-21.  Nelle scuole iniziatiche la Virtù diventa Salute e in quelle sedi vengono effettuate delle ricerche per scoprire quali costellazioni cosmiche stiano in rapporto con la guarigione e la malattia dell’essere umano; s’impara a distinguere le singole sostanze terrestri, i succhi vegetali ecc. Una certa corrente darà una forma sempre più materiale alla medicina, che pure conserverà a monte il suo fondamento spirituale. Essa diffonderà l’opinione che l’uomo non diventerà buono imparando a memoria i principi etici, ma lo diventerà solo assumendo, per esempio, del rame sotto una data costellazione. Attraverso una diffusione calcolata di queste conoscenze si effettuano manovre di potere. Si potrà fare in modo che esse vengano recepite solo in senso materialistico e il gioco è fatto. Unicamente chi sa per certo che non vi è nulla di esclusivamente materiale, andrà oltre i segreti della vita.

22.  Facendo un uso strumentale delle costellazioni, quelle logge inseriscono anche l’Immortalità (che diventa Prolungamento della vita) nella corrente materialistica e ne fanno una sorta di preparazione per sottoporre la propria anima a esperienze che le consentiranno, dopo la morte, di restare asservite alle forze della loggia.

23.  Nella letteratura contemporanea (cfr. L’inutilità della morte), troviamo tracce esteriori di quelle tendenze. In questi scritti vengono rigorosamente celati gli impulsi spirituali che si muovono dietro le quinte. Nel quinto periodo postatlantico si dovrà decidere di usare le forze spirituali provenienti dal cosmo; alla dimensione cosmica la scienza, intenta a creare microscopi sempre più potenti, non ha ancora rivolto lo sguardo. Una scienza spiritualizzata (dovrà diventarlo per evitare la decadenza dell’uomo) dovrà tenere in gran conto i ritmi mattutini, serali o pomeridiani in cui portare a termine certi processi. Favorire l’influsso delle forze serali su quanto è stato preparato al mattino, oppure bloccare quell’influsso dal mattino alla sera, determinerà la qualità del risultato. I consueti metodi di ricerca di laboratorio andranno sostituiti in modo che certi processi si svolgano al mattino e vengano interrotti durante il giorno affinché la corrente cosmica possa di nuovo compenetrarli la sera, con una nuova ritmica interruzione fino al mattino. Per arrivare a un processo che segua la direzione mattino>sera occorrono delle condizioni preliminari.

24-25-26. Le logge egoiste si muovono nella direzione opposta. Come abbiamo visto, le confraternite occidentali e quelle orientali si battono da fronti opposti e in modo diverso per far passare inosservato l’evento cruciale del ventesimo secolo: l’apparizione del Cristo nell’eterico. Le prime vogliono far penetrare le forze spirituali nella sostanza materiale, servendosi dell’elettricità (luce deteriorata esistente nel mondo subastrale>Lucifero) e del magnetismo (chimismo>armonia delle sfere deteriorata esistente nel subdevacian inferiore>Arimane) per estenderne l’azione alla Terra intera, le cui forze dal sottosuolo salgono al nostro doppio. In America si saprà come dividere il magnetismo terrestre nelle polarità Nord-Sud e come dirigerne le forze spirituali sulla Terra. Entità spirituali che agiscono da una precisa direzione celeste e possono fare da tramite per la penetrazione del magnetismo nella Terra, saranno messe al servizio dell’esistenza terrena. Questo segreto sarà strumentalizzato dalle logge che agiscono materialisticamente in rapporto alla triade: Oro, Salute, Prolungamento della vita. Le seconde scateneranno una lotta tra potenze opposte, in quanto tenteranno di porre al servizio dell’esistenza terrena le Entità spirituali che affluiscono dalla parte opposta del cosmo.

Sarà compito della scienza umana migliore il ricercare le forze spirituali che possono sorgere sulla Terra grazie all’azione congiunta di due correnti cosmiche provenienti da due direzioni diverse: dai Pesci e dalla Vergine (V. Dis. p. 120). Essa dovrà scoprire – e porre al servizio dell’umanità – il segreto del legame fra ciò che agisce come forza solare proveniente dai Pesci (mattina) e ciò che agisce dalla Vergine (sera).

 

27. Chi vuole dominare la Terra col magnetismo (positivo e negativo), ignora queste forze benefiche. Nel segno dei Gemelli – anche la scienza moderna ne è al corrente – sta la forza segreta che ha il potere di far fluire dal cosmo sulla Terra l’elemento spirituale mediante il magnetismo bipolare. Lo scopo egoistico è di usare materialisticamente le forze che fluiscono nell’umanità dai Gemelli, per bloccare ciò che di buono potrebbe nascere dalla rivelazione della duplicità proveniente dal cosmo.

28.  Altre logge orientali, perlopiù indiane, interessate a occultare il mistero del Golgota, pianificano di sfruttare la duplice forza della natura umana (il segno zodiacale del Sagittario: inferiore=animale e superiore=spirituale) per sviare l’oriente europeo dal compito di preparare il sesto periodo postatlantico.

29. L’umanità dovrà scegliere tra l’influsso cosmico dualistico e quello unitario. Si accenderanno lotte tra gli iniziati che applicheranno i ritmi mattino>sera, opposti alle logge occidentali che fruiranno dei processi del mezzogiorno e alle logge orientali che applicheranno i processi della mezzanotte. Il modo attuale di produrre sostanze basandosi sulle leggi chimiche di attrazione e repulsione cadrà in disuso; si adotteranno i processi mattino>sera e mezzogiorno>mezzanotte in virtù dei loro influssi sulla triade: Dio, Virtù, Immortalità e Oro, Salute, Longevità. Tramite le correnti Pesci-Vergine ci si impossesserà dei meccanismi senza egoismo, si produrranno macchine che, essendo dotate di alcune qualità intellettive, allevieranno il lavoro agli uomini. Ci si preoccuperà che le forti tentazioni provenienti dagli animali-macchine, cui l’uomo ha dato vita, non esercitino su di lui un influsso dannoso.

30-31. Gli uomini dovranno imparare ad applicare alla realtà le idee provenienti dalla scienza dello spirito. Inoltre, nell’esistenza terrena sarà importante il contributo dei defunti. Sarà determinante il modo in cui essi agiranno e se le loro azioni proverranno dai mondi spirituali in cui si trovano. Le logge tenteranno in tutti i modi di portare le anime dei defunti nell’esistenza terrena servendosi della via oscura che passa attraverso i Gemelli, per cui le vibrazioni umane continueranno a risuonare nel movimento meccanico delle macchine. Le anime saranno indotte a percorrere, a partire dal cosmo, la via oscura dei Gemelli.

32.  Per far fronte a questi problemi, che sorgeranno senz’altro e saranno rilevanti, occorrerà servirsi degli esseri elementari della natura e impedire di far entrare forze improprie nelle macchine: l’uomo non va inserito nel lavoro meccanico per determinare la forza lavoro, come postula la teoria darwiniana della selezione.

33-34.  La vera posta in gioco viene rigorosamente celata. Gruppi che agiscono in senso arimanico-luciferico, al fine di mantenere un assetto sociale conservatore, trattengono per sé gli impulsi che erano giusti fino alla rivoluzione francese, facendo credere all’umanità di aver superato quell’assetto a partire dal diciottesimo secolo. Questi aspetti diventeranno chiari alla luce delle rivelazioni della scienza dello spirito. Si fronteggiano essenzialmente due potenze: quella che conserva il principio ormai decaduto del diciottesimo secolo – collegata alle forze provenienti dagli egoismi di gruppo – e quella dell’epoca nuova. Per esercitare potere sugli uomini verrà usata la dipendenza economica. L’ideale economico sarà collegato alla formazione di un esercito di uomini asserviti a quel principio.

35-36.  Occorre esercitarsi a guardare bene dietro le apparenze per accorgersi che in Occidente, dietro il sorgere degli ideali democratici della rivoluzione francese, è in atto un gioco di potere pianificato da chi vuole conservare i vecchi principi del sedicesimo, diciassettesimo, diciottesimo secolo. La realtà è ben celata dietro apparenze illusorie: occorrono sforzi individuali considerevoli per farla emergere.

37-38-39. Mefistofele non avrebbe potuto rivolgere a W. Wilson la frase che rivolse al Faust: «Vedo che tu il diavolo lo conosci» [perché di fatto Wilson ne era posseduto ndr]. La realtà va considerata spregiudicatamente: c’è una bella differenza tra il vero talento individuale e le circostanze esterne. W. Wilson è stato apprezzato da chi beve tutto senza discernere, solo in quanto ricopriva la carica di presidente degli USA. Quando si penetrano i segreti del doppio si giunge alla condizione di saper attribuire a certi cervelli un peso spirituale identico a quello specifico fisico, sapendo che quei cervelli sono attivati tramite il doppio.

40.  Con le astratte ciarle – sulla religiosità cosmica e su altro ancora – dell’esimio professore, si intorpidiscono realtà su cui si deve fare chiarezza, se si vuole che entrino nell’umanità quale impulso pratico etico-morale.


In sintesi: IL MISTERO DEL DOPPIO – quarta conferenza

Da più parti si sente dire che le conferenze tenute da Rudolf Steiner, il fondatore della Scienza dello spirito, sono troppo complesse. E sono in tanti a desistere, rinunciando a fruire di un’opera di inestimabile valore spirituale per l’intera umanità.

Nella rubrica “In sintesi”, rendiamo disponibili i riassunti di alcuni testi come invito alla lettura e supporto per approfondimenti di studio degli stessi.

Il ciclo inizia con Il mistero del doppio, che si articola in cinque conferenze contenenti importanti rivelazioni sulle caratteristiche e l’agire di entità ben note come forze dell’ostacolo. Prenderne conoscenza permette di comprendere il loro operare entro l’essere umano e nella società. Compito precipuo dell’umanità attuale è proprio di tenere gli occhi ben aperti per riconoscere e confrontarsi con i potenti esseri spirituali che manovrano incessantemente per deviare l’uomo dalla sua meta evolutiva. Si avrà la meglio sul male solo attraversandolo coscientemente e non aggirandolo.

… Nel quinto periodo postatlantico, il compito centrale dell’evoluzione umana sarà particolarmente difficile e faticoso: il confronto con il male. L’uomo sarà tartassato dalle tentazioni alle quali sarà portato a cedere per evitare di intraprendere la dura lotta necessaria a mettere al servizio della giusta evoluzione le forze che operano nel luogo sbagliato e che per questo sono maligne. Senza sostenere una strenua lotta l’uomo non potrà entrare nel sesto periodo postatlantico, tempo in cui, benché ancora legato alla Terra, egli vivrà in una continua visione del mondo spirituale. (Tratto da questa conferenza)

Esseri spirituali individuali e fondamento unitario dell’universo II

Dornach, 19 novembre 1917

1.  Queste descrizioni hanno lo scopo di illustrare la realtà di affiliati a confraternite che hanno mire ben precise e di altre entità non incarnate [arimaniche ndr] che influiscono su di esse perché esse stesse lo vogliono. Nell’ambito generale delle confraternite si formano diverse correnti di pensiero: alcuni membri sono contrari alla diffusione dei segreti spirituali, altri, armati delle migliori intenzioni, sono invece favorevoli a rivelarli, seppure con le dovute cautele. Tra queste due posizioni si collocano infinite gradazioni. Infatti, ciò che delle proposte delle confraternite viene davvero inserito nell’evoluzione dell’umanità è sempre fatto oggetto di aggiustamenti, di adattamenti. Le confraternite di iniziati cui erano noti gli impulsi che agivano nell’evoluzione dell’umanità, erano consapevoli – fin dagli anni quaranta del diciannovesimo secolo – della lotta sostenuta da Michele nei mondi spirituali con gli Spiriti delle tenebre (conclusasi con la cacciata di questi ultimi sulla Terra nel 1879).

2-4. Nell’epoca in cui Michele era in lotta, sulla Terra si andava sviluppando la ragione intellettualistica rivolta esclusivamente al mondo esterno, definitivamente affermatasi nell’uomo d’oggi. I confratelli benintenzionati si convinsero che agli uomini ­– diventati ormai propensi a conoscere ogni cosa, anche lo spirituale, attraverso il fisico – si potesse insegnare il mondo spirituale con modalità e processi fisici. Allo scopo di convincere l’uomo di essere circondato da un mondo spirituale, i confratelli escogitarono un mezzo per imprimere in lui l’idea dell’esistenza dello spirito. Nell’ambito globale delle confraternite, questa corrente la spuntò su quelle che vi si opponevano e si giunse così al compromesso della sperimentazione delle sedute spiritiche.

5. I benintenzionati s’illusero che gli uomini avrebbero in un primo tempo accolto l’idea di essere circondati da un generico mondo spirituale di tipo naturale e, sulla base di questo, avrebbero successivamente accolto rivelazioni spirituali superiori. Le loro aspettative furono clamorosamente deluse: i partecipanti alle sedute medianiche capirono ben presto che nelle sedute intervenivano i defunti. Entrambe le principali correnti – sia quelle favorevoli alla rivelazione dei segreti spirituali che quelle contrarie – furono deluse dai risultati dell’esperimento medianico.  All’interno di tutte le confraternite stavano delle frange di adepti cosiddetti di sinistra (coloro che usano ogni impulso inserito nell’evoluzione dell’uomo per accrescere il proprio potere) che, come è stato detto, si servivano delle anime dei defunti per i propri fini. Costoro tennero d’occhio i risultati sorprendenti delle sedute spiritiche e si allarmarono che i loro giochi di potere potessero venire scoperti proprio grazie alle rivelazioni medianiche di quei defunti di cui loro si servivano. In virtù del fatto che i benintenzionati si vergognarono ben presto del fallimento del loro tentativo di portare lo spirito agli uomini e i contrari rivendicavano le loro ragioni, il campo dello spiritismo diventò di totale appannaggio delle confraternite di sinistra.

6-8. Occorre ricordare che i fatti del mondo spirituale concordano tra loro tanto poco quanto le azioni umane sulla Terra. Anche nel mondo spirituale le azioni scaturiscono da impulsi di individualità: le singole correnti vanno distinte le une dalle altre. Nel formarsi una concezione del mondo, l’uomo tenta di accordarne le singole parti. Spinto da un afflato monoteistico ormai consolidato nella sua tradizione, l’uomo vuole assegnare una base unitaria a tutto ciò che sperimenta nel mondo. Egli attribuisce a Dio la causa e la discendenza di tutto, ma le cose stanno diversamente: l’universo non è spiegabile senza incorrere in contraddizioni. Gli avvenimenti non hanno una causa unitaria, essi sono innescati da individualità spirituali differenti e indipendenti le une dalle altre che possono essere in accordo o in opposizione tra loro. Solo se guardiamo i fatti in quest’ottica li comprenderemo davvero (Cfr. Dis. p. 95).

9-11. Le logiche degli eventi del mondo non consistono di un’astratta consequenzialità (come ci fa credere la storia). Tale consequenzialità è impossibile in un mondo dove operano individualità che agiscono autonomamente. La totalità della realtà è abbracciabile solo se si è in grado di accoglierne le contraddizioni. La mera percezione sensoriale della natura ci porta a conferire ai suoi fenomeni un’unica discendenza divina. La natura ci appare diretta da un unico principio-guida perché i sensi ci rimandano di essa solo la parvenza. Oltre la soglia sensoriale, la natura si manifesta per quella che è: un complesso sistema in cui operano spiriti elementari (e su cui influiscono anime ancora capaci di rivolgersi a essa) che si contrastano o si sostengono a vicenda. Questi esseri [silfidi, ondine, salamandre, gnomi ndr] combattono talvolta fra loro e la natura risulta un’eterogenea combinazione di intenti di esseri che agiscono senza che vengano impartiti loro ordini specifici. Oggi, specie i filosofi, tendono a comprendere anche l’anima umana in un organismo unitario fatto di pensare, sentire e volere. Se fosse davvero così, non emergerebbero nella vita dell’uomo quelle significative discrepanze riscontrate perfino dalla psicoanalisi e che sono imputabili ora ad alcune entità che agiscono sulla vita rappresentativa, ora ad altre che operano sulla vita del sentimento e infine ad altre ancora che influiscono sulla vita della volontà dell’anima.

12. Le tre facoltà dell’anima – pensare, sentire e volere – rimandano a tre diverse sfere di esseri elementari. L’anima dell’uomo è sulla Terra per fare un’unità di ciò che nel mondo pre-umano [elementare ndr] costituisce una triade.

13. Queste verità sono rilevanti quando si entra nel merito degli impulsi che nel corso della storia si inseriscono nell’evoluzione umana.

14-15. Nel quinto periodo postatlantico, il compito centrale dell’evoluzione umana sarà particolarmente difficile e faticoso: il confronto con il male. L’uomo sarà tartassato dalle tentazioni alle quali sarà portato a cedere per evitare di intraprendere la dura lotta necessaria a mettere al servizio della giusta evoluzione le forze che operano nel luogo sbagliato e che per questo sono maligne. Senza sostenere una strenua lotta l’uomo non potrà entrare nel sesto periodo postatlantico, tempo in cui, benché ancora legato alla Terra, egli vivrà in una continua visione del mondo spirituale.

16. Dal 1879 gli Spiriti delle tenebre appartenenti al grado angelico sono presenti dentro gli impulsi umani e da lì agiscono. Essi mirano a impedire all’uomo di riconoscere con la ragione l’elemento spirituale che, dopo la loro cacciata dai mondi spirituali, può fluire liberamente nell’umanità. Dalla Terra, gli Spiriti delle tenebre non possono più ostacolare il flusso proveniente dai mondi spirituali, possono però creare disordine e offuscare l’anima dell’uomo affinché questi non accolga con la ragione l’elemento spirituale che gli consentirebbe di svolgere giustamente il suo compito evolutivo del quinto periodo postatlantico.

17. Queste notizie non devono scoraggiare, ma piuttosto rinvigorire le forze dell’anima rivolte allo spirito. Se l’uomo saprà affrontare e trasformare le potenze del male in un impulso positivo per la sua evoluzione, avrà compiuto un’opera senza precedenti. Nel quarto periodo l’uomo ha capito che grazie al Cristo la sua anima avrebbe superato la morte; solo nel quinto periodo gli sarà possibile comprendere con la ragione il mistero del Golgota e saprà che nel Cristo trova le forze per trasformare il male in bene. L’uomo d’oggi deve lottare accanitamente contro il male, deve sperimentare che le sue forze s’indeboliscono se non le domina continuamente e non le usa per conquistare il mondo spirituale. In questo periodo l’uomo non può più essere guidato come un bambino – come certe confraternite tenderebbero a fare –, ma deve poter conoscere la verità spirituale in un modo tale che egli sia libero di accettarla o di rifiutarla. Perciò determinate cose vanno dette proprio in questo periodo.

19-21. Andando indietro nel tempo, per esempio al quarto periodo, si scopre che allora non ci si poteva limitare alla semplice comunicazione delle verità. Prendendo in considerazione il caso specifico dell’Irlanda, sappiamo dell’esistenza di leggende che in tempi antichi ne esprimevano le peculiari caratteristiche. Una leggenda esoterica descriveva la natura dell’Irlanda nell’organismo terrestre, narrando come un giorno l’umanità, sedotta da Lucifero, fu cacciata dal paradiso e dispersa nel mondo che esisteva a quell’epoca. Vi fu dunque una distinzione tra il paradiso con Lucifero e il resto della Terra, dove l’umanità era stata ricacciata. All’Irlanda toccò una sorte particolare: prima che Lucifero entrasse nel paradiso, sulla Terra si formò una copia del paradiso stesso – l’Irlanda appunto – che non è stata contaminata da Lucifero. Se l’Irlanda non si fosse separata dal paradiso, Lucifero non avrebbe potuto entrare nel paradiso e mettere in atto la sua tentazione. Questa bellissima leggenda è stata utile, nel corso dei secoli, a capire quale fosse la funzione dell’Irlanda: la cristianizzazione dell’Europa per mezzo dei monaci irlandesi. Secondo un’altra leggenda, l’Irlanda era l’isola dei santi perché le forze legate al territorio che salendo dal sottosuolo terrestre influiscono sul doppio umano, là sono indiscutibilmente le migliori.

22. Naturalmente gli irlandesi sono di stampo buono e cattivo come tutti gli altri uomini, in quanto l’uomo non è solo il prodotto della terra in cui vive e le sue caratteristiche possono essere in contrasto con le forze che salgono dalla terra. Una scienza che studi la struttura dei rapporti fra l’uomo e la Terra deve però tenere in considerazione la specificità dell’Irlanda. È indispensabile che la classe politica ne venga a conoscenza e tenga conto di questi fattori geografici esoterici nelle pubbliche decisioni, se vorrà risanare il campo delle questioni socio-politiche.

23-24. Mentre in passato non era possibile prendere decisioni solo sul piano fisico in base alle comunicazioni delle verità spirituali, nel quinto periodo tali decisioni sono possibili e sono rimesse alla libertà dell’uomo. Nel terzo periodo postatlantico accadde che una cerchia di iniziati prese l’iniziativa di inviare un consistente numero di colonizzatori dall’Asia Minore in Irlanda. Quei coloni abitavano la stessa regione dell’Asia [Mileto ndr] che nel quarto periodo diede i natali a Talete. Quei coloni furono scelti perché le loro particolari disposizioni karmiche li rendevano atti ad accogliere gli influssi della terra irlandese che facevano emergere speciali qualità dell’anima ed erano invece deboli nel senso dell’intellettualità, dell’egoismo (inteso come capacità di prendere decisioni).

25-26. La pacifica diffusione del cristianesimo venne per lungo tempo preparata con l’invio in Irlanda di persone atte a diventare quei monaci (S. Patrizio) dai quali irraggiò il cristianesimo in Europa. Dietro le narrazioni storiche di antiche colonizzazioni si cela sempre l’agire di saggezze che tenevano conto delle caratteristiche dell’evoluzione nell’epoca di allora e di quanto doveva verificarsi nel futuro. Una simile gestione, anche prevaricatrice, sulle sorti dell’uomo non sarebbe possibile oggi. Chi segue il giusto cammino evolutivo dell’uomo ha il compito di limitarsi a rivelare le verità occulte.

27-34. La libertà dell’uomo è oggi ostacolata dal suo doppio. Il subire passivamente l’influsso delle forze che agiscono direttamente sul doppio impedirà all’uomo di trasformare il male in bene. Negli anni della guerra questo fenomeno è accaduto in modo eclatante. L’umanità attuale fa fatica a valutare rettamente la natura degli eventi. Non ci si rende conto del fatto che nel mondo del lavoro si applicano alla vita dell’uomo i meccanismi della teoria di Darwin: sfruttare al massimo la capacità produttiva di alcune persone e “scartare” quelle che non mantengono certi standard di produzione. L’errata applicazione delle idee scientifiche alla vita umana, sarà fonte di guai. In quelle idee esiste l’impulso che si estenderà alle verità occulte che devono emergere nel nostro periodo. Il darwinismo non contiene verità occulte e la sua applicazione sugli esseri umani può creare atrocità. Se al darwinismo si aggiungono le verità occulte che si sveleranno nel nostro periodo, si arriverà a esercitare sugli uomini un potere smisurato. La drastica selezione dei più abili, che grazie a invenzioni occulte diventeranno sempre più abili, rafforzerà il potere; perciò si andrà nella direzione opposta a quella richiesta dal compito evolutivo dell’uomo nel quinto periodo.

Nel collegare questi fatti s’intende indicare come nascano i disegni che trasformeranno il futuro e come vadano rischiarati da punti di vista più elevati.

Seminario su La filosofia della libertà: L’agire umano cosciente – Capitolo 1

Il seminario su La filosofia della libertà, il testo che per ammissione dello stesso Steiner è destinato a durare inalterato nel tempo, ha richiamato un folto pubblico anche in questa seconda edizione. Eccovi alcune foto scattate da Liberaconoscenza durante le sedute dell’incontro, condotto da Pietro Archiati, apparso in ottima forma.

Locandina di presentazione al seminario

 

Ingresso della scuola Rudolf Steiner di via Clericetti

 

Un po' di animazione all'ingresso della sala. In primo piano Salvatore, l'editore dell'Edizioni Rudolf Steiner

 

Le risposte del relatore agli interrogativi del pubblico suonano più come provocazioni per ulteriori sviluppi di pensiero che come definitive

 

I disegni alla lavagna, cui Archiati ricorre abitualmente, sono uno strumento importante per facilitare la comprensione del testo

 

L'esposizione dei libri in un momento di quiete

 

 

Qualche minuto rubato al relatore per le domande personali

 

Gli instancabili tecnici audio e tuttofare: Francesco ed Emanuele

 

La seduta è tolta… Arrivederci alla prossima volta!