Spunti di riflessione – Il meglio per l’uomo? Stare in equilibrio sul filo della vita

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio devi muoverti.

Albert Einstein

A volte ti serve un passo falso per capire come si cammina e dopo prendi il via. Ti serve un inciampo, poi metti un piede dietro l’altro e non cadi, no, stavolta no, hai trovato equilibrio. Ed è una gran conquista.

Giulia Carcasi

Il significato tutto positivo dei contrasti della vita risalta dalla possibilità che essi offrono all’uomo di riequilibrarsi sempre con arte e con inventiva.

Pietro Archiati

 

Chi di noi può dire in tutta franchezza di non sentirsi spesso lacerato, combattuto  o demoralizzato  per le continue sfide, difficoltà, problemi e dolori di ogni sorta  che l’esistenza ci porta incontro? Si può semmai affermare il contrario e cioè che i momenti in cui ci sentiamo veramente rilassati e in un accettabile equilibrio interiore sono abbastanza rari. Per rendersene conto non occorre pensare ai casi estremi di scontento o di disperazione esistenziale che spingono tragicamente troppe persone a togliersi la vita. Basta riflettere semplicemente su quanti psicofarmaci la gente consuma, per assicurarsi un minimo di stabilità emotiva che altrimenti non riuscirebbe a trovare durante il giorno, o per poter dormire allontanando i fantasmi della notte.

Che la vita ci sbilanci in continuazione, non dovrebbe però stupirci: è proprio questo il suo compito. Il compito nostro, invece, è quello di ribilanciarci con arte e fantasia, ogni volta che qualche forza contraria ci fa allontanare dal punto di equilibrio. Senza gli sbilanciamenti che la vita ci impone, vivremmo in un perenne stato di quiete, non avremmo alcuna conquista da compiere e non ci sarebbe per l’uomo alcun progresso evolutivo. E’ indubbio però che  fare gli equilibristi a vita costa molta fatica; richiede una mobilitazione di forze che non sempre riusciamo a trovare in noi stessi. Una riflessione sulle dinamiche che sono coinvolte in questo continuo alternarsi di sbilanciamenti e ribilanciamenti esistenziali potrà forse aiutare  a conoscerci o ri-conoscerci meglio.

Un primo chiarimento ci viene dall’origine stessa della parola. Equilibrio, dal latino aequilibrium, composto da aequus ossia “uguale” e libra ossia “bilancia”, si riferisce al fatto che i bracci della bilancia – quando sono in equilibrio – si trovano in posizione di parità: quindi “equilibrio” significa appunto “bilanciamento”. Nella vita dell’uomo il bilanciamento deve compiersi tra poli opposti, tra forze che si contrastano, e che egli, volendo, può riuscire a poco a poco  ad armonizzare sempre meglio come diremo tra poco.

Ci sono molte paia di opposti, di polarità, che interagiscono sul palcoscenico della nostra vita. Elenchiamone una piccola serie, tanto per farcene una rappresentazione: pessimismo/ottimismo, egoismo/altruismo, mascolinità/femminilità, conservatorismo/progressismo, emotività/pensare logico, idealismo/praticità, introversione/estroversione, amore/volontà e così via.

Per dare un’idea del loro funzionamento, soffermiamoci sull’ultima polarità citata, amore/volontà, che è ben presente nella vita di molte persone. L’amore spesso è associato alla tenerezza, alla dolcezza, all’accoglienza. Volontà, invece, può esprimere durezza, potenza e concentrazione. La volontà dà fermezza e aiuta un individuo a oltrepassare tutti gli ostacoli che si frappongono tra lui e il suo scopo, fino al punto, talvolta, di portarlo a danneggiare altri per arrivare dove vuole lui; l’amore invece rende le persone meno interessate agli scopi e molto più ai sentimenti e alla realtà delle relazioni. Questa polarità si evidenzia ad esempio nel dilemma di molti genitori ed educatori: la scelta fra l’essere severi e il dare invece piena libertà ai desideri del bambino, e spesso anche ai suoi capricci. Un simile dilemma si può presentare anche in un tribunale con l’alternativa tra il rispetto rigido della legge che conduce a condanne senza appello e l’empatia con chi è sotto processo che può indurre i giudici a dubbiose assoluzioni o ad alleggerimenti di pena. Ogni polo di per sé è incompleto. L’amore del tutto privo della volontà rischia di essere debole e controproducente. Molte persone “amorevoli” tendono a essere timide, irresolute o troppo indulgenti. La volontà priva di amore, invece, può essere spietata. Può significare durezza, distruttività, ricerca del potere o del prestigio e in quanto tale portare all’isolamento. Se invece amore e volontà diventano complementari – grazie al lavoro del pensiero e  alla generosità del cuore – il contrasto tra le due forze sarà superato. La volontà nei suoi aspetti più puri si armonizzerà con tutto l’amore dell’universo e l’amore accoglierà in sé qualità volitive di persistenza e di fermezza.

Quindi, se l’uomo non ce la fa ad armonizzare tra loro queste coppie di forze, va  quasi sempre incontro a dolorosi conflitti interiori. Abbiamo appena visto con l’esempio precedente – ma ora dettaglieremo meglio altri particolari – che quando  una polarità prevale a totale scapito dell’altra, la persona si identifica esclusivamente con quel polo; resta prigioniera di ciò che ha scelto e soccombe alle sue limitazioni diventando  unilaterale e rigida. Le conseguenze di questo atteggiamento sono spesso aspri conflitti interpersonali: fra il padre pratico e il figlio idealista, fra moralisti e libertini, fra realisti e utopisti, tanto per fare degli esempi.

A questo punto però qualcuno potrebbe osservare che molti grandi della storia o del nostro presente, lungi dal presentarsi come modelli di equilibrio, forniscono esempi clamorosi di eccessi unilaterali. Einstein, decisamente sbilanciato verso la scienza, affermò di aver rasentato la pazzia dopo essersi barricato in casa qualche anno tentando di formulare la teoria della relatività. Francesco d’Assisi, completamente assorbito dall’amore per Cristo, espose il proprio corpo – frate asino, come lui lo chiamava – a ingiurie e strapazzi d’ogni genere. E che dire di persone meno celebri ma non meno animate da grandi ideali come ad esempio i “medici senza frontiere” che presenti su tutti i campi di guerra, spendono anni delle loro esistenze a salvare vite umane senza guardare, giorno e notte i giri delle lancette dell’orologio? Questi sono, per nostra grande fortuna, geni del progresso e della crescita di tutta l’umanità che vanno avanti con passi spediti per favorire l’avanzare della media dei più, a cui anche noi apparteniamo, e che si stanno arrabattando per risvegliare in se stessi quelle stesse forze spirituali di fantasia morale, di creatività, di dedizione e di sacrificio per il bene comune.

Tornando ora alla descrizione di come le polarità possano ostacolare l’equilibrio dell’uomo, dobbiamo prendere in conto anche casi di persone del tutto estranee al gioco degli opposti e che sembrano definite da un solo aspetto: ad esempio non conoscono altro che il lavoro, e non sanno giocare o concedersi un minimo di distrazioni; sono del tutto mentali e la loro vita emotiva è azzerata. Alla lunga questa unilateralità porta alla fossilizzazione e alla chiusura mentale: la negazione di qualunque forma di crescita umana, che si fonda, come si è già detto all’inizio,  sul contrasto e sul dinamismo.

Invece in altri casi  si può essere attratti  da entrambi i poli senza tuttavia riuscire a metterli d’accordo tra loro: perciò si va altalenando tra l’uno e l’altro estremo e  questa oscillazione sfocia in una specie di schizofrenia. Un caso tipico è quello dell’uomo dell’alta finanza o più generalmente di un VIP, che  nella sua frenetica attività tutta dedita a fare soldi, si comporta da persona senza scrupoli  ma che nell’ora di pranzo o alla domenica  si ritrova con il tal gruppo di preghiera per assecondare qualche slancio mistico.

Resta ancora da considerare che in tutti noi sono svariate le coppie di polarità con cui dobbiamo confrontarci, sia simultaneamente che a intermittenza. Queste sono le sfide più  complesse ed affascinanti che si offrono all’uomo nel proprio percorso esistenziale: quando egli riesce a far convergere in una sintesi armonica tutti gli opposti, allora fioriscono  personalità veramente libere e integrate che da esperti equilibristi si muovono sul filo della vita in maniera agile, ritmica, quasi musicale, da un opposto all’altro. Sono queste personalità, che si ha talvolta la fortuna di incontrare, a farci scoprire che è possibile diventare artisti della mediazione: essere forti e al contempo amorevoli; avere ordine e libertà; essere pratici e utopisti; essere ragionevoli e illogici; essere saggi e temerari. Ma perché le persone capaci di queste sintesi stupende sono ancora troppo poche mentre incontriamo in questa nostra epoca moltitudini di uomini in lacerante sofferenza, scissi e frantumati, lontani da una vita armoniosa alla quale peraltro tutti anelano?  Da dove nascono  tipologie di esistenza così diverse?

Fin qui abbiamo visto, a grandi linee, alcune dinamiche e polarità che entrano in gioco lungo il cammino della vita di ogni uomo e  da quanto detto  si può anche intuire che l’equilibrio di cui tutti siamo in ricerca è molto personale (perché ognuno deve trovarselo da solo) e molto labile (perché è un gioco sempre da ricominciare). Ma su quali forze interiori l’uomo deve far leva per diventare un buon equilibrista? Su forze che tutti possediamo ma di cui il materialismo dilagante ha fatto perdere ogni consapevolezza, occultando l’idea – oggi derisa o commiserata- che nell’uomo fisico e perituro, fatto di carne e ossa e dotato di intelligenza, viva uno spirito eterno che è la sua vera essenza. E’ proprio con la polarità spirito/ materia che l’uomo occidentale di oggi deve fare i conti in prima istanza, recuperando in pienezza il polo dello spirituale che si è molto attutito a tutto vantaggio del polo materiale divenuto ipertrofico. Qualcuno obietterà: “Ma io a messa ci vado e dico anche le preghiere”. Va bene, ma ciò non toglie che anche andando a messa si sia schizofrenici come il VIP di cui sopra,  che fa i propri comodi materialistici alla grande e poi va al gruppo di preghiera. Anche fare volontariato rischia di essere un’alternativa laica ai rituali desueti della religione. Ad esempio, dedichiamo tre ore del nostro tempo per ascoltare e confortare gli ammalati e questo ci dà buona coscienza: ma poi che succede, nel resto del giorno e della settimana? come vanno le nostre relazioni in famiglia, coi vicini, coi figli degli altri? Non a meraviglia? ecco allora un’altra schizofrenia. Abbiamo detto che ogni polarità si supera quando gli estremi si compenetrano diventando uno il complemento dell’altro. Ecco, in questa nostra epoca troppo avvinghiata alla materia o alla spiritualità campata in aria, c’è bisogno urgente che materia e spirito si incontrino di nuovo in un grande abbraccio,  scoprendo di essere fatti l’uno per l’altra come due innamorati. Allora la materia, la componente indispensabile che permette lo svolgersi della nostra vita terrena, recupera tutta la sua importanza e dignità: è da  essa che  lo spirito eterno e libero  dell’uomo riesce a trarre le più belle melodie, espressioni di amore e di saggezza. Lo spirito ritrovato è il segreto dell’equilibrio interiore dell’uomo.

Spunti di riflessione – Prigionieri delle cose

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

C’è qualcosa di immensamente terapeutico nel fatto di liberarsi della roba vecchia. La ragione è che mentre eliminate le cose inutili a livello esteriore, si verifica un cambiamento corrispondente a livello interiore. Ciò che è fuori di noi è anche dentro di noi e viceversa.

http://cliccandoci.blogspot.it

Liberarsi dalle cose inutili non è un esercizio ascetico di rinuncia, è un atto creativo nei confronti del nostro territorio, della nostra mente e delle nostre relazioni.

dal blog di Lorenzo Manfredini

Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano…Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

Mt. 6,19-21

Qualche tempo fa, chiedendo notizie ad un’amica di certi vecchi contadini  suoi vicini di casa, che qualche volta avevano fornito anche a me delle  uova di giornata, prodotte dalle loro felici galline ruspanti, appresi che stavano attraversando una seria crisi esistenziale. All’origine di quel dramma stava la necessità di lasciar libere alcune stanze della loro grande casa che, una volta ristrutturate, avrebbero accolto un loro nipote che stava per convolare a nozze. Sul momento avevo pensato che la loro ansia nascesse dall’idea di dover affrontare per qualche tempo la presenza in casa dei muratori. Ma ero fuori strada. La loro vera tragedia era di dover sgomberare quei locali dalla montagna di cianfrusaglie che i due nonnetti vi avevano ammassato nel corso degli anni: vecchie sedie traballanti con l’impagliatura sfondata, un lavandino e un bidet sbrecciati e ingialliti dal tempo, scatoloni di vecchie pentole ammaccate, di piatti e bicchieri spaiati. Oggetti ormai inutilizzabili ma lasciati lì ad invecchiare in disordinati accumuli, perché «non si sa mai, potrebbero sempre tornare utili…». Ho poi saputo che dopo estenuanti sforzi di convinzione da parte dei familiari, e altrettanti pianti notturni del nonno e della nonna, lo sgombero dei locali aveva potuto infine aver luogo.

La vicenda di quei contadini m’era parsa inizialmente come emblematica di certe persone anziane che avendo vissuto in tempi  lontani la fame e la miseria, hanno conservato anche nel presente la convinzione che tutto quello di cui si gode oggi  potrebbe non esserci più da un momento all’altro. Da qui un attaccamento morboso alle cose. Avevo anche ipotizzato che il fatto di aggrapparsi a oggetti vetusti del loro passato fosse un modo illusorio di trattenere la vita che inesorabilmente volge al termine. Ma pur confermando la validità di queste ipotesi, in seguito ad approfondimenti che ho fatto sul tema del giusto rapporto tra l’uomo e le cose, mi sono resa conto che i casi di accumulo compulsivo di grandi quantità di oggetti, al di là di ogni ragionevole necessità e al punto di ridurre o azzerare lo spazio vitale in casa e nei posti di lavoro, stanno dilagando in tutti i cosiddetti paesi del benessere e che inoltre persone di tutte le età possono essere coinvolte in questo fenomeno.

La psicologia annovera questo disturbo tra le forme del “disagio mentale”. E in un’era scientifica e supertecnologica come la nostra, non stupirà che queste manie aberranti siano indicate con  due nomi tanto dotti quanto stravaganti: disposofobia o sillogomania che dir si voglia! Comunque, chi ha familiarità con la rete, digitando su un motore di ricerca uno di questi due nomi, avrà modo di verificare l’estensione di questo recente fenomeno, attraverso l’alto numero di siti specialistici che  ne descrivono le caratteristiche suggerendo rimedi e cure per contrastarlo.

Pur essendo del tutto ignorante nel campo di queste allarmanti patologie, il tratto più evidente che da queste  mi pare emergere è il vano e forse inconscio tentativo, da parte di chi ne è afflitto, di colmare con oggetti materiali, le voragini interiori che le nostre società consumistiche, svuotate dei valori dello spirito, hanno contribuito a creare nell’uomo. Infatti la casa, come Jung insegna, è simbolo per eccellenza dell’interiorità umana.

Ma vorrei ora riportare la riflessione sul rapporto che le cosiddette persone normali, tutte quelle cioè che possono dirsi estranee agli eccessi a cui abbiamo appena accennato, intrattengono con le cose. Se da un lato si deve dare per scontato che molti di noi conservino devotamente qualche feticcio del passato – non vorremmo mai disfarci del mazzo di rose secche che lui ci regalò in quella bella occasione, o non butteremmo mai via il primo bigliettino d’amore delle medie e figuriamoci poi il cedolino del primo stipendio o le pagelle della scuola elementare! – dall’altro, è bene chiarirci la  questione delle proporzioni delle nostre “idolatrie” per le cose del tempo che fu.

Da uno a cento, quanto siamo intasati di cose inutili? (per cose “inutili” intendo quelle che non vengono utilizzate da molto tempo). Proviamo a farne una ricognizione, cominciando col verificare quanti indumenti di dieci o quindici chili fa, giacciono stipati in armadi, cassetti, scatoloni, o nei vari sgabuzzini di casa, nella cantina o in soffitta, in attesa del felice giorno di San MAI in cui avremo ritrovato la taglia dei nostri vent’anni!  Passando alle scarpiere, luoghi sacri di culto per molte donne (ma neppure gli uomini sono immuni da queste pratiche devozionali), quante sono le scarpe che indossiamo abitualmente? E tutte le altre, nelle quali abbiamo investito forse cifre da capogiro, che abbiamo messo solo una volta e che mai più indosseremo, a cosa servono all’infuori dei sussulti di  compiaciuta vanità che ci possono provocare?

Sempre aiutandosi col pensiero, qualora non trovassimo il coraggio di perlustrare dal vivo tutti gli angoli della nostra abitazione, ognuno potrà valutare a naso quanti metri cubi di spazio richiedono riviste, vecchi giornali, libri mai letti ma comprati sull’onda di qualche suggestione, incartamenti che non hanno più alcun legame col presente. Poi proviamo a contare le scatoline e scatolette ammucchiate nei cassetti per raccogliere i più svariati… reperti: biglietti della metro di Londra o di New York, quelli d’ingresso al Louvre o al Prado, il vecchio posacenere sottratto al bar dell’albergo durante il viaggio ai castelli della Loira… la bijotteria annerita, con qualche brillantino che non c’è più, ma che con qualche accortezza potrebbe essere ancora utilizzabile… .

Resta infine da inventariare un’altra grande quantità di oggetti che dietro le molteplici spinte emozionali succedutesi nel tempo: viaggi, campagne pubblicitarie in tv, saldi strabilianti, momenti di scontento o di depressione compensati con qualche acquisto tanto carino quanto… inutile, si sono progressivamente ammucchiati ingombrando   i pochi spazi che magari guadagnerebbero a restare liberi…

Se, giunti alla fine di questa ipotetica ispezione della propria casa il quoziente d’ingombro risultasse piuttosto elevato, sarebbe utile prima di tutto  domandarsi che cosa frena dall’eliminare le cose diventate inutili o inservibili. Una prima risposta potrebbe essere la mancanza di capacità decisionale: non si ha la forza di decidere che cosa può essere utile e che cosa può essere eliminato. Ma la risposta più difficile da dare, quella più veritiera, sarebbe probabilmente un’altra: l’eccessivo attaccamento alle cose. Il pensiero di fondo è che, nel momento in cui si getta via quell’oggetto, è come eliminare una parte di sé. Abbiamo bisogno di essere attraverso l’avere. Più ho, più sono. Se non ho, se non tengo, temo di non esistere. Pensiamo di trarre dalle cose un senso di identità e di appartenenza. Eliminando le cose temiamo di perdere il nostro legame di continuità con il passato. Ma questi sono i modelli che la società consumistica dell’avere ci ha inculcato, tentando di spossessarci della nostra vera essenza di uomini pensanti, liberi e creativi il cui valore è del tutto indipendente dalle cose che si possiedono.  Non è neppure vero che sono le cose a mantenere vivi i legami col passato: l’unica traccia del passato è nella nostra memoria. Si possono dimenticare dei dettagli, ma quello che riusciamo a ricordare è ciò che è veramente importante per noi.

Finché si resta avvinghiati alla modalità dell’avere, sono gli oggetti a governarci, a possederci.

Potrebbe essere un ottimo avvio verso la ricerca della modalità dell’essere, la decisione di far piazza pulita di tutte le cose inutili o superflue da cui siamo tuttora circondati, regalando, riciclando. Il Feng Shui, teoria orientale sulla disposizione armonica degli oggetti nell’ambiente, sostiene che gli spazi riflettono il mondo psichico, parlano di noi stessi. Pertanto una casa sgombera e lineare rappresenterebbe chiarezza di pensiero e armonia interiore. Diventa perciò salutare impegnarsi a rimuovere il di più che non serve.

 

Spunti di riflessione – Stare nel qui e ora: come non perdersi il meglio della vita

Non ci accontentiamo mai del presente. Anticipiamo il futuro perché tarda a venire, come per affrettarne il corso, o richiamiamo il passato per fermarlo, come fosse troppo veloce; così, imprudentemente, ci perdiamo in tempi che non ci appartengono e non pensiamo al solo che è il nostro, e siamo tanto vani da occuparci di quelli che non sono nulla, fuggendo senza riflettere il solo che esiste.

Blaise Pascal, Pensieri

La mente è uno strumento eccezionale se utilizzata nel modo giusto. Usata nel modo sbagliato diventa però molto distruttiva. Per essere più precisi, il punto non è tanto che voi utilizzate la mente in modo sbagliato, quanto che non la usate affatto. È la mente che vi usa. Questa è la malattia. Voi credete di essere la vostra mente. Questa è l’illusione. Lo strumento si è impadronito di voi. È quasi come foste posseduti senza saperlo, per cui scambiate per voi stessi l’entità che vi possiede.

Eckart Tolle, Il potere di adesso.

Ieri è storia, domani è mistero, oggi è un dono e per questo si chiama presente.

Kung Fu Panda

 

Quante volte ci è già capitato  di impazzire nella ricerca affannosa di qualche oggetto che ci serve nell’immediato, come ad esempio gli  occhiali o le chiavi della macchina, per non aver fatto attenzione a dove li abbiamo lasciati? O di dover uscire di nuovo in tutta fretta per comprare l’unica cosa veramente urgente che abbiamo dimenticato di inserire nella spesa appena portata a casa, di ritorno dal supermercato?  «Ma dove avevo la testa?», ci chiediamo allora con un moto di stizza. Fin qui, a parte incresciose perdite di tempo, i danni della nostra deconcentrazione non sono poi così gravi. Ma quanti incidenti drammatici o addirittura mortali, avvengono ogni giorno nel mondo, imputabili a momenti di distrazione di qualcuno? Le cronache ce ne forniscono immancabilmente delle liste da incubo: bambini morti in automobile, dimenticati per ore e ore al caldo cocente da qualche adulto che non ci stava con la testa, disastrosi scontri frontali fra automobili, treni deragliati con centinaia di vittime, bisturi dimenticati nel corpo di qualche paziente in sala operatoria… Tutto questo e molto altro ancora può accadere se invece di stare concentrati su quello che si sta facendo, si innesca  il pilota automatico lasciando vagare altrove i propri pensieri.

Ma anche senza doverci riferire a casi estremi come quelli appena evocati e focalizzandoci semplicemente sul grado di consapevolezza che dovrebbe accompagnare tutte le azioni che compiamo nello stato di veglia, dobbiamo riconoscere con un po’ di allarme che la nostra mente  è  in continua fuga da ciò che andrebbe svolto con attenzione.

In una recente ricerca, applicata a più di mille persone e apparsa su una prestigiosa rivista internazionale, Science, gli esperti  hanno tracciato una mappa delle divagazioni della nostra mente: ne risulta che ben oltre la metà del tempo in cui siamo svegli, la trascorriamo pensando ad altro rispetto all’attività a cui – apparentemente – ci stiamo dedicando.

Sono veramente poche le occasioni in cui siamo concentrati sul qui e ora, su quello cioè che stiamo vivendo nel presente: tali occasioni si verificano in genere  per momenti di intensa emozione, nel caso di certi incontri particolari o quando si è di fronte a un pericolo. Assai più spesso per molti di noi, la divagazione è il modo operativo dominante del cervello e si instaura in automatico quando proprio non siamo costretti a impegnarci: mentre lavoriamo, mentre conversiamo, mentre   ci spostiamo da un luogo ad un altro.

Dove ci conduce la mente? Le piace molto vagare sulla nostra linea del tempo e così ci proietta sul passato, su ciò che ormai è accaduto e compiuto, o sul futuro, cioè su quello che potrebbe accadere ma di cui non vi è alcuna certezza, facendoci  perdere, perversamente, la capacità di vivere e di goderci il presente che è invece l’unico tempo reale e certo.

È così che, distogliendo la nostra attenzione da quello che stiamo facendo in un preciso momento, il tiranno spietato di cui siamo preda – la mente appunto – ci sballotta tra processi di pensiero meccanici e compulsivi. E se talvolta ci induce a rimuginare su qualche fatto o emozione gradevole ormai conclusi, o a sognare eventi idilliaci che forse non accadranno mai, molto più spesso i suoi andirivieni tra passato e futuro ci inquinano i pensieri di spazzatura psichica: malinconie, sospetti, pettegolezzi, criticismi, paure, ossessioni, rancori, gelosie, invidie, rabbie, bramosie, insensate disperazioni.

Finché restiamo dei “posseduti” dalla nostra mente, per usare l’espressione di Eckart Tolle (che cito nel riquadro e dei cui libri raccomando vigorosamente una lettura meditativa), non solo saremo esposti al rischio di pericolose distrazioni, ma ci perderemo il meglio della vita.

Vivendo in una vallata alpina, ho la gioia di godere la bellezza, la maestosità, la sacralità della natura che mi circonda. Conosco bene ormai tutte le sfumature di suono del torrente che scorre a due passi da casa mia, il chiacchiericcio degli uccelli all’alba e al tramonto di tranquille giornate estive, la festa di colori e di profumi del bosco in autunno. Per godere queste cose la mente deve essere in quiete. Altrimenti si guarda ma non si vede, si ascolta ma non si ode, si annusa ma non si sente. Vengono a volte amici di città a trovarmi, ma sono talmente prigionieri della loro mente, invasi da pensieri vecchi, morti, da non riuscire a percepire questa bellezza. La verifica deludente avviene ogni volta che chiedo a qualcuno di loro se sia rimasto colpito dal tale o tal altro particolare ben evidente, durante una visita del territorio. La risposta ormai scontata è quasi sempre: «A dire il vero non l’ho notato!».

Volendo, le risorse non mancano per non essere più tenuti in ostaggio dalla nostra mente e per disattivare i pensieri automatici che ci tengono lontani da tutto quello che stiamo compiendo. Fra le varie strategie da mettere in atto, la più semplice è quella di correggere a poco a poco i nostri automatismi più comuni. Ad esempio, al mattino, la cattiva abitudine di trangugiare in fretta e furia il caffè, con la mente che è già arrivata al luogo di parcheggio della macchina o fors’anche sul posto di lavoro, può essere modificata decidendo di riservarsi dieci minuti per fare colazione seduti al tavolo. In tal modo prendiamo consapevolezza di sensazioni non ben analizzate in passato. Ci concentriamo sui colori, le forme, i sapori, i profumi, i suoni che percepiamo nella stanza, sulle sensazioni che ci provoca l’assunzione del cibo e della bevanda. Relativamente agli altri pasti che assumiamo nella giornata, si può decidere di lasciare la tv spenta, facendo a meno delle ultime notizie. Quello che è accaduto non si può cambiare; quindi ci si può concentrare sul gusto del cibo, sulla gratitudine per chi ha preparato la mensa, sulla comunicazione con i familiari o, se si è soli, sulla fortuna di potersi nutrire secondo i propri gusti e il proprio appetito.

Un’altra strategia, da attuare in qualunque momento della giornata e per pochissimi istanti, consiste nell’imparare ad ascoltare le nostre sensazioni corporee che cambiano e ci danno gli elementi per sentire le nostre emozioni e trasformarle in pensieri: il mio respiro è calmo, mi sento bene, sono in pace col mondo intero; ho una stretta allo stomaco, sento rabbia, questa situazione mi ha stancato.

Chissà quante volte abbiamo percorso a piedi quel certo tratto di strada che conduce a casa nostra, probabilmente assorti in mille pensieri, dai più impegnativi ai più superficiali. Dalla prossima volta decidiamo di portare l’attenzione su tutto quello che ci sta intorno. Proviamo a descriverlo mentalmente come se parlassimo a un compagno di strada non vedente. Gli diciamo i colori, la tipologia dei negozi, gli descriviamo il giornalaio o la signora che ci ha venduto il pane.

Ho lasciato per ultimo un esercizio di concentrazione che io sperimento già da lungo tempo, con effetti molto benefici sul mio pensiero, e che fa parte di una serie di cinque esercizi per la crescita interiore, ideati da un grande maestro dello spirito: Rudolf Steiner. Scopo fondamentale dell’esercizio, che avremmo tutto l’interesse a far diventare una consuetudine quotidiana, è di aiutare a farsi padroni del proprio pensiero. Questo è del resto anche il mio auspicio, che formulo in chiusura della presente riflessione.

Proporsi cinque minuti al giorno (non di più, anzi, all’inizio possono essere anche solo tre minuti), durante i quali si prende un oggetto di uso quotidiano, il più semplice possibile (un bicchiere, un chiodo, una matita…) e per quei pochissimi minuti ci si sforza di pensare soltanto pensieri inerenti a quest’oggetto. (p. e.: pensieri inerenti alla forma, al materiale di cui è fatto, all’utilità, agli usi che se ne possono fare, ecc. ecc.). 




Spunti di riflessione – Lussuria: il grande vuoto dell’amore

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

Il concetto di amore implica l’idea di volere il massimo bene per la persona amata. La lussuria, invece, cerca solamente il proprio massimo piacere personale. Se questo piacere non è ottenuto, l’altra persona cessa di essere amata. Non si ama la persona, bensì il piacere che si ottiene da essa. Una vita sensoriale è vana, è animale e non lascia ricchezza interna.

[Srila Atulananda Acarya, maestro induista]

L’amore è paziente, l’amore è benevolo, l’amore non invidia, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L’amore non verrà mai meno.

[1 Cor., 13, 4–10]

Ama, e fa quel che vuoi.

[Sant’Agostino]

 

Ci vuol coraggio di questi tempi a parlare di lussuria: il rischio è di apparire bigotti e antimoderni in quanto le nostre società occidentali, del tutto impregnate di materialismo, ritengono ormai normalmente accettabili tutti i comportamenti sessuali che coinvolgono adulti consenzienti. Ma la liberalizzazione e la cosiddetta rivoluzione dei sessi fanno forse diventare ordine ciò che di per sé è e resta un disordine? È un po’ come chiedersi se l’innalzamento del limite di tolleranza delle sostanze inquinanti presenti nell’acqua da bere  – imposto dal Ministero della Sanità  per non dover chiudere gli acquedotti (oppure le fabbriche che inquinano le sorgenti) –  renda l’acqua delle nostre case meno avvelenata. No, l’acqua resta piena di sostanze inquinanti e le garanzie sulla sua purezza, certificate dalle istituzioni, non sono altro che una bella bugia legalizzata.

Un’altra obbiezione a cui dobbiamo rispondere prima di affrontare senza più  remore il tema odierno, è quella molto diffusa  che tende ad assolvere il dilagare attuale della licenziosità con l’argomento trito del «Si è sempre fatto così». È vero che la lussuria, da Adamo ed Eva in poi, ha sempre avuto il vento in poppa – la storia delle civiltà che ci hanno preceduto e tutta la Scrittura Sacra (chi di noi non ricorda le clamorose vicende di Sodoma e Gomorra?) pullulano di storie  e di costumi assolutamente depravati. Ma questo argomento non giustifica nulla: serve solo a mostrare che col succedersi dei millenni, nonostante  l’evoluzione poderosa dei cervelli e dei frutti del pensiero,  gli uomini continuano alla grande a perdere punti in fatto di umanizzazione.

Veniamo dunque alla lussuria. Tutte le definizioni correnti del termine, che partono dall’etimologia latina, luxus – luxuria, cioè “lusso”, “esuberanza”, “sfrenatezza”, concordano nel presentare questo vizio come un eccesso: l’uso smodato o deviato della sessualità.

Per parte mia sarei più propensa, in alternativa all’etimologia e alle definizioni correnti, a vedere invece la lussuria, in tutte le sue molteplici manifestazioni che qui non è necessario elencare perché tutti le conosciamo, come una carenza, come un’enorme carenza di “umano”. Tutti i cosiddetti “vizi” del resto, non solo la lussuria, sono indici dello stesso tipo di carenza. Cercherò di spiegarmi, anche se, per non scrivere un trattato, dovrò essere estremamente schematica e forzatamente riduttiva.

Secondo la mentalità e le ideologie materialistiche vigenti, l’uomo viene definito dalla scienza  antropologica come “animale superiore” dotato di un’intelligenza e di una psiche – psiche che sarebbe comunque il prodotto di  attività e funzioni puramente biologiche. Visto invece con l’occhio della nostra medicina meccanicistica, lo stesso uomo diventa essenzialmente una macchina, o se si preferisce, un pupazzo meccanico; si cura infatti un organo ammalato ma si perde di vista l’uomo intero;  si sostituisce un organo che non funziona più con un organo nuovo  e così via.

Quali sono le prospettive di durata che il materialismo attribuisce a quest’uomo, per metà animale e per metà macchina? Pochi decenni: se tutto va bene, con l’allungamento della vita prodottosi in questi ultimi cinquant’anni, i decenni saranno otto, nove o forse anche dieci. Gli scienziati però stanno provando in tutti i modi a strappare alla morte qualche lustro supplementare e promettono  per un futuro non lontano una vita arzilla almeno fino a centoventi anni. Dopodiché tuttavia, concluso il suo ciclo biologico, questo essere sparirà inesorabilmente  nel nulla. C’è da stupirsi che con una simile prospettiva quest’uomo cerchi di arraffare dalla vita, in qualsiasi campo dell’esistenza, tutto l’arraffabile, tutto il godibile?  Perciò, la scelta che molti fanno attualmente di assecondare tutte le pulsioni naturali, fino a scadere nel peggior degrado, va di pari passo con i limiti strutturali che questo tipo di uomo è convinto di possedere.

Ora si dà il caso che l’attrattiva verso il corpo dell’altro sesso, concepita in origine con lo scopo di perpetuare la specie, sia in assoluto l’istinto di natura più irresistibile di cui tutti i mammiferi sono dotati. È un impulso non meno travolgente di quello dell’autoconservazione, che si manifesta nel bisogno di mangiare, bere, dormire. Inoltre, e qui sta il punto interessante, l’esercizio della sessualità è maledettamente attraente essendo fonte di grande piacere.

Come ho appena detto, adeguarsi più o meno consapevolmente alla concezione materialistica dell’uomo, significa farsi fagocitare dalla dinamica degli impulsi e desideri che non si debbono né possono reprimere (ne va del buon funzionamento di quest’uomo, ridotto per metà a “meccanismo” e per l’altra metà ad “animale”: ce lo dicono perfino molti psichiatri e psicologi che vedono nell’attività sessuale un toccasana liberatorio per molti malesseri esistenziali!); vuol dire inoltre  crearsi delle dipendenze ossessive dalle proprie brame giungendo a “cosificare”, a ridurre a  semplice oggetto, quell’essere umano che di volta in volta verrà “usato” per soddisfarle.

La lussuria va letta in questa chiave di “animalità” e di “cosificazione” dell’altro, così come lo sottolineano le citazioni nel  riquadro.

Le grandi bulimie, le grandi abbuffate di sesso che caratterizzano massimamente la nostra epoca, sono il prodotto della logica che riduce l’uomo a pura corporeità. Emblema di questi eccessi e istigazione continua ad imitarne i modelli, sono tutti i mass media tra cui primeggia la televisione con i sui elevatissimi indici di ascolto. Penso a tutti i programmi spazzatura, ma penso anche a programmi televisivi più seri, spesso conditi in salsa sessuale. Come se il vero senso del successo di un’operazione chirurgica finora ritenuta impossibile, o della costruzione di un’opera particolarmente ardita, traessero il loro vero significato dal titillamento sessuale derivato dalle grazie di qualche svestita signora che partecipa alla trasmissione. Il sesso è ormai inevitabile sottofondo di qualunque argomento, di qualunque pubblicità, fosse anche quella di un veleno per topi.

Penso ancora a tutte le mercificazioni del sesso e non solo a quelle più antiche come la prostituzione  che oggi alimenta profitti miliardari di mafie e di mercanti di carne umana; penso anche all’uso distorto e morboso che tanti giornalisti fanno delle notizie di cronaca nera, pretesto per enfatizzare, a fini di lucro e di scoop, le peggiori forme di perversione: pedofilia, necrofilia, incesti, stupri e quant’altro. Siamo in presenza di un marketing astuto e spregiudicato, che obbedisce a ragioni perverse di potere, intese come dominio del corpo sottomesso, in cui la donna, a dispetto di tutte le sue lotte per emanciparsi, viene tuttora relegata al ruolo di oggetto passivo e come tale valorizzata. Ci si deve allora sorprendere che un’avvenente ragazza intervistata pochi giorni fa alla televisione su quali fossero i suoi valori, abbia risposto testualmente: «La bellezza è un valore. Quindi io la posso vendere e comprare come più mi piace.»?

Fin qui la riflessione mi ha permesso di mostrare, prendendo spunto dalla lussuria in cui sguazza alla grande la nostra società, i guasti enormi che sta producendo il materialismo sempre più esasperato, sempre più pervasivo  da cui una grossa fetta di umanità sembra non riuscire a liberarsi, almeno per ora. Quello che è certo, e che ci deve allarmare, è che l’uomo si perderà a meno che non recuperi la sua vera identità smarrita di uomo intero     (nel corpo del quale convivono e interagiscono un’anima e uno spirito)  e che non recuperi altresì il senso vero della sua esistenza e del suo destino di eternità.

Agli antipodi dell’uomo materialistico, ridotto, come abbiamo visto fin qui, ad un essere racchiuso nella finitezza della propria corporeità  –  fortemente condizionato dalle pulsioni e dagli istinti  di natura –  si colloca l’uomo “intero”, non amputato cioè delle sue componenti spirituali e del suo destino ultraterreno  di immortalità, così come tutte le correnti spirituali – non solo quella cristiana –  da sempre  ce lo descrivono.

In una prospettiva spirituale ritrovano il loro vero significato due concetti fondamentali che il materialismo ha completamente travisato. Il primo è il concetto di libertà che nel comune sentire materialistico è recepito come facoltà di scegliere e di fare quel che pare e piace, ossia i propri comodi ad ogni livello. In altri termini, la libertà di stampo materialistico spiana la strada all’arbitrio e agli egoismi di ognuno. Al contrario, in ogni concezione spirituale, la libertà, correttamente intesa, è la facoltà propria dell’uomo di scegliere tra ciò che è bene e ciò che è male.  Che cosa è bene e che cosa è male per l’uomo? È bene tutto ciò che lo rende sempre più umano, è male tutto ciò che impoverisce e degrada la sua umanità. Ora, se l’uomo è fatto di corpo, anima e spirito, è bene tutto ciò che favorisce l’integrità e l’armonia di queste tre sfere. Quindi  l’uomo ha la possibilità di decidere  come orientare le forze che gli dà la natura: se verso la crescita equilibrata di tutte le sue componenti – mettendo in conto anche le difficoltà di questo percorso – oppure verso la propria disumanizzazione, raggiungibile invece senza tanti sforzi:  basta andar dietro a tutti gli istinti che la natura gli fornisce.

Il secondo concetto su cui si equivoca facilmente è quello di amore. Infatti su questo termine c’è un fraintendimento ricorrente: in italiano – e in molte altre lingue – viene chiamato “amore” sia l’istinto sessuale, come lo dimostra l’espressione “fare l’amore”, sia l’espressione più alta della libertà che si traduce nel verbo “amare”. Dov’è l’equivoco? Sta nel fatto che non si distingue più tra amore e amore, al punto da mettere sullo stesso piano l’amore di natura e l’amore che ognuno, se vuole, deve conquistarsi con la propria libertà. Nel “fare l’amore” sono le forze di natura in noi ad assumere un ruolo di guida; viceversa, quando si tratta di amare un’altra persona mettendo in secondo piano i nostri interessi, l’istinto di natura non ci soccorre più: bisogna agire in base alla conoscenza dell’altro e alla libera decisione della nostra volontà.

Non c’è bisogno, credo, di dilungarsi sulle definizioni che si possono dare del verbo “amare”, che in estrema sintesi significa “essere l’uno per l’altro” ma, volendo, ci si può rinfrescare la memoria meditando le parole dell’apostolo Paolo che ho riportato nel riquadro. Quelle parole valgono per tutti, perché l’amore è uno; sono pertanto un riferimento fondamentale anche nel rapporto uomo-donna  uniti in un progetto di vita comune.

Qualcuno potrà chiedersi se la riflessione condotta sin qui non sottenda in qualche modo una svalutazione se non addirittura una demonizzazione della sessualità. Ci mancherebbe altro! Senza l’irruenza dell’istinto sessuale il genere umano si sarebbe estinto da lunga pezza. La sessualità è una possente risorsa della natura che ci accompagna lungo tutto l’arco della vita.

Tuttavia una considerazione va fatta ed è questa: la sessualità, in quanto realtà biologica, rappresenta una sfera che l’uomo ha in comune con gli animali, ma, a differenza degli animali, l’essere umano, come  è stato ricordato più su,  ha un corpo abitato da un’anima che nulla ha a che fare con la zoologia e da uno spirito individualizzato, che chiamiamo “io”, che gli animali non possiedono. La vita non è stata data all’uomo per uguagliare l’animale.  La finalità del Creatore era un’altra: darci la possibilità di scoprire che genere di felicità si può trovare nell’anima e più ancora nello spirito, facendo un saggio uso della libertà. Il godimento del corpo era in origine un generoso sovrappiù, annesso alla necessità di conservazione della specie. Oggi è diventato, in concorrenza col denaro, uno dei massimi obbiettivi della vita.

Ecco perché la nostra cultura materialista che limita e concentra la capacità di godimento dell’uomo alla sola sfera corporea, è animalesca e pertanto disumana. E nel proporre ossessivamente attraverso uno sconfinato bombardamento mediatico questo esclusivo modello  di edonismo, il materialismo produce una vera e propria castrazione dell’uomo a livello della mente, del cuore e dello spirito che andrebbero invece incoraggiati verso la scoperta di ben più esaltanti godimenti  se solo si esplorassero le infinite risorse dell’umano.

L’uomo “intero” è chiamato a tramutare l’amore che dà la natura, in un amore che sia l’opera d’arte della sua libertà. Questa trasformazione interiore è una lunga e faticosa “conversione” che rappresenta una vera e propria inversione di marcia nel cammino di ogni uomo verso l’umano. È una conversione lenta e tutta in salita che richiede una grande forza di volontà perché si realizza solo vincendo gli istinti di natura. Si tratta di decidere se il mio corpo è il mio padrone o il mio servo. La sessualità vissuta come puro turbinio di sensazioni corporee è il gioco di due esseri ognuno chiuso in sé, è l’incontro di due egoismi che a conti fatti sfociano in un senso di grande solitudine.

L’amore, pur non escludendo la sessualità, è attenzione verso l’altro, è rispetto della sua dignità, della sua libertà, è dono, è capacità di non fare solo le cose che piacciono, di regalare il proprio tempo, di permettere all’altro di sviluppare i propri talenti, è volontà di creare assieme mondi sempre più ampi di gioia, di bellezza, di armonia. L’amore fa fare le cose giuste e non solo quelle che piacciono: il suo scopo è di renderci tutti migliori, tutti più umani, ad ogni livello. L’amore non conosce le mezze misure: queste sono le scappatoie dei mezzi amori.

Gli istinti di natura regalano piccole gioie. L’amore conquistato per libertà, con fatica, spesso con dolore e sofferenza, ripaga sempre con gioie immense. Le grandi gioie nascono sempre da enormi fatiche. Sono tanti oggi a pensare di poter vivere da uomini senza rimetterci niente. Non hanno ancora capito che pagare per i propri ideali è il privilegio e la gioia dei forti. Lo aveva capito invece molto bene Agostino che ci ha lasciato il suo messaggio: «Ama e fa quello che vuoi». Intendeva dire che l’amore apre spazi infiniti alla libertà creativa di ogni uomo.

Spunti di riflessione – GOLA: mangio perché… ho fame di Amore

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

L’ingordigia è un rifugio emotivo: è il segno che qualcosa ci sta divorando

( Peter De Vries)

C’è nell’uomo una fame, un desiderio, una ricerca che non si ferma al cibo: il cibo è assolutamente necessario, ma non è sufficiente perché un uomo si umanizzi. Ognuno cerca un senso nella vita, perché è abitato da una fame, la fame di divenire essere umano.

                                                                                                                                                                                                            (Enzo Bianchi)

Considerate la vostra semenza:/ Fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e conoscenza.

(Dante Alighieri, Inferno, canto XXVI)

Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete: la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?                                                                                                                                     

(Mt 6, 25)

 

Se ho scelto di trattare in successione i temi della lussuria e della gola, è perché sono due passioni strettamente apparentate. Sono parenti in quanto l’una e l’altra si innestano su due bisogni primari per eccellenza, entrambi legati alla nostra corporeità. Le derive della lussuria prendono origine, come si è già detto, dalla necessità naturale di perpetuare la specie; analogamente gli eccessi della gola nascono dal nostro connaturato bisogno di nutrirci. Infatti senza nutrimento si muore e dunque il piacere collegato all’assunzione del cibo ha il compito precipuo di tener viva e desiderabile la funzione vitale della nostra nutrizione. Chi mangerebbe più se la necessità di nutrirsi non fosse abbinata a una gradevole attività?

Ma altro è il naturale soddisfacimento di questo bisogno, o il piacere che proviamo assaporando cibi gustosi e preparati con cura, altro è l’ingordigia. L’ingordigia è l’uso smodato del cibo, è una brama disordinata pronta a sfociare ora nella golosità, che è l’eccesso nella ricerca della qualità del cibo, ora nella voracità, che consiste nell’incapacità di rispettare tempi e modi nel mangiare.

Tutte le malattie dello spirito che nei primi secoli di cristianesimo vennero chiamate vizi capitali, si perpetuano purtroppo senza soluzione di continuità dal lontano passato. Infatti, a proposito delle derive della Gola, tanto per attenerci al nostro tema odierno, la storia ci tramanda dati impressionanti sulle orge, le grandi abbuffate, gli eccessi di ogni genere, praticati in tutte le civiltà che ci hanno preceduto. Anche nella Bibbia, del resto, troviamo una molteplicità di esempi di voracità. Chi è andato a catechismo da bambino ne ricorda almeno due o tre fra i più noti, come il caso di Noè che sperimenta gli effetti inebrianti del vino fino a mostrare ai figli la propria nudità o quello di Esaù che per un piatto di lenticchie cede la primogenitura a Giacobbe. E neppure avrà scordato l’episodio del popolo d’Israele che in marcia nel deserto verso la Terra promessa, stanco per la monotonia del cibo inviato dal cielo, la manna, insorge minaccioso contro Mosè mostrando di preferire alla libertà ormai prossima, il ritorno alla schiavitù egiziana, attratto dalle delizie delle famose cipolle.

Tornando ora al presente, notiamo che nel comune sentire, sia la golosità che la voracità godono di un’ indulgenza illimitata. Al riguardo, i forum che abbondano sulla rete sono molto istruttivi. In uno di questi che poneva il quesito: «Essere golosi… vizio o virtù?» si possono leggere una quindicina di risposte che propendono tutte per l’assoluzione del vizio. Fra queste ne riporto una particolarmente rivelatrice di una mentalità diffusa: «Secondo me sarà anche un vizio, ma la virtù è accettare che siamo umani e che i vizi ci fanno star bene! Io sono la golosità fatta persona e guai a chi me la toglie. Sono fatta così e so che se cerco di cambiare me ne viene solo male».  Quello che dovrebbe stupire in affermazioni del genere, ma che invece non desta grande sorpresa in chi è imprigionato in una concezione materialistica della vita,  è la povertà  del concetto di uomo che ne emerge. La dipendenza dai vizi “che fanno star bene” diventa addirittura il parametro dell’uomo “virtuoso”, il che equivale ad affermare che l’essenza dell’umano consiste nei comportamenti di un’animalità irriflessa, non ragionata .

Neppure l’esperienza di quanto la voracità sia dannosa per la nostra salute, riesce a convincerci della utilità di tenerla a bada. È incredibile eppure reale: preferiamo accettare gli inconvenienti che derivano dagli abusi del nostro rapporto col cibo – obesità allarmanti (il 50% degli italiani è attualmente afflitto dai chili di troppo), ipertensione,  diabete, colesterolo e trigliceridi alle stelle –  piuttosto che adattarci al suo uso corretto che richiederebbe qualche moderata rinuncia e uno stile di vita sobrio, per tutelare la sanità del nostro corpo. Un altro fatto che fa riflettere è che la medicina e le scienze della nutrizione del nostro tempo reintroducono, talvolta con restrizioni ancora più pesanti, le stesse discipline alimentari che un tempo erano soltanto patrimonio di tutte le tradizioni religiose: diete, digiuni, esercizi di sobrietà. La sola differenza è che mentre le tradizioni religiose proponevano la frugalità e l’astinenza  come mezzo di purificazione e di ascesi, la nostra società, allergica alle battaglie spirituali, mira essenzialmente all’estetica e al prolungamento della vita biologica di ognuno.

Ma, in quest’era consumistica  in cui l’industria alimentare usa di enormi mezzi mediatici di convinzione per farci desiderare e ingurgitare sempre più cibo – e pazienza se questo cibo di cui ci ammaliamo è  sottratto a popoli interi denutriti e affamati – persino i richiami dei nutrizionisti o i canoni dell’estetica vengono vanificati dalla nostra voracità. Si immette cibo nella nostra macchina-corpo alla stregua del carburante che finisce nell’automobile.

Questo degrado nei rapporti col cibo investe anche l’ambito della preparazione degli alimenti e della loro consumazione. Con i ritmi frenetici della nostra epoca sono quasi scomparsi i” riti” della preparazione del cibo cari alle nostre mamme e nonne e dello stare a tavola tutti insieme in famiglia. Oggi si cucina poco perché il fast food provvede per noi, si mangia velocemente, con le mani, in piedi, spesso in solitudine. Eppure ci rendiamo ben conto di come l’ingordigia ci abbrutisca in tutti i sensi: dopo un pasto smodato ci ritroviamo intontiti, avvolti da un torpore che offusca l’intelligenza e la lucidità; oppure, e quasi sempre le due cose si assommano, cadiamo preda dell’eccitazione, della sfrenatezza dei gesti e della lingua, che si abbandona alle scurrilità, all’oscenità. Vengono in mente certe grandi abbuffate ricorrenti tra parenti o amici in cui la tavola, che dovrebbe essere il luogo della condivisione, dello scambio della parola, dell’effusione dell’affetto tra commensali, si trasforma in focolaio di liti, di sfogo delle nostre aggressività, di cedimento ai toni più bassi e volgari.

Il cibo riveste anche funzioni compensatorie come ho voluto evidenziare  riportando nel riquadro la prima citazione che interpreta la voracità come un rifugio emotivo. È innegabile infatti che i figli della nostra epoca, ricolmi di cose ma vuoti di tensione morale e di valori esaltanti che diano senso alla vita, sono tutti malati di ansia, portati alla depressione, insicuri delle loro amicizie, affamati di amore, di relazioni autentiche e appaganti . Queste frustrazioni che segnano in profondità il nostro inconscio, possono generare fami divoranti o altrettanto divoranti astensioni dal cibo. Si cercano soluzioni al proprio malessere nel rapporto col nutrimento: bisogno di ingurgitare grandi quantità di cibo o di bevande, fino alla bulimia, per soddisfare un’irrefrenabile pulsione orale; oppure, al contrario, rifiuto di ingerire il nutrimento necessario, fino all’anoressia. Anoressia e bulimia sono modi molto evidenti per esprimere uno stato di sofferenza affettiva e il cibo e il corpo sono gli strumenti utilizzati. E così il cibo  finisce per sostituirsi all’amore e il rapporto con esso diventa un mezzo per tamponare le voragini create dalla sofferenza. L’amore è irraggiungibile mentre il cibo è a portata di frigorifero.  La voracità e la golosità provocano lo stravolgimento del mezzo in fine. Il cibo, da strumento per vivere, per condividere, per fare festa, diventa fine a se stesso.

Finché si resta abbarbicati alla mentalità carnale che domina il nostro tempo, le vie d’uscita da tutte le forme di schiavitù che legano l’uomo ai suoi istinti di natura, sono molto aleatorie. Solo la presa di coscienza che egli, se vuole, ha facoltà di scelta tra il cammino della carne – quello dell’animalità – e quello dello spirito – l’unico che possa condurlo alla pienezza e alla grandezza dell’Umano, potrà muoverlo a mettere ordine nei suoi appetiti, a partire da quello fondamentale del cibo. La decisione da prendere è tutta nella sua libertà.

Spunti di riflessione – Accidia: la scelta del disimpegno

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa.

 

Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.

Apocalisse 3, 15-16

Questa è la storia di quattro individui: Ognuno, Qualcuno, Chiunque e Nessuno. Bisognava fare un lavoro importante e si chiese a Ognuno di occuparsene. Ognuno si assicurò che Qualcuno lo facesse. Chiunque avrebbe potuto occuparsene, ma Nessuno non fece mai niente. Qualcuno s’arrabbiò perché considerava che per questo lavoro Ognuno fosse responsabile. Ognuno credeva che Chiunque potesse farlo, ma Nessuno mai si rese conto che Ognuno non avrebbe fatto niente. Alla fine Ognuno rimproverò Qualcuno per il fatto che Nessuno non fece mai quello che Chiunque avrebbe dovuto fare.

Anonimo

Credo che nel corso dell’esistenza di ognuno debba avvenire un passaggio indispensabile: bisogna farsi carico della propria vita e delle proprie responsabilità. Risulta incredibilmente facile attribuire la colpa del nostro disagio a qualcun altro, perché si tratta della soluzione più a portata di mano: di volta in volta vengono accusati i propri genitori, la propria scuola o la società in cui si vive. In tal modo, però, la nostra stessa vita viene espropriata del suo significato più profondo.

Marco Lodoli, giornalista e scrittore contemporaneo

 

A meno che qualcuno conosca un poco La Divina Commedia e i versi severi che Dante riserva agli accidiosi (Questi sciagurati, che mai non fur vivi, Inferno, Canto III) o che ricordi ancora, grazie a una solida memoria , l’elenco dei sette peccati capitali che finiva con l’accidia, imparati a catechismo, molti non hanno un’idea precisa del significato di questo termine perché di accidia si è sempre parlato poco anche se le svariate modalità in cui essa si manifesta sono piaghe molto presenti da sempre nel contesto umano. Attualmente però questo vocabolo inusuale sta guadagnando velocemente terreno sulla rete: di accidia si discute in una gran quantità di forum e il più noto motore di ricerca, Google, per la voce “accidia” sforna un’enorme quantità di risultati (qualcuno ne ha contato svariate decine di migliaia!), che rimandano a siti di ogni genere: religiosi, medici, psicologici, psichiatrici, grafologici, politici, sindacali, pubblicistici e via elencando. Segno che, da punti di vista diversi e lontani tra loro, l’accidia appare sempre più come un fenomeno diffuso e inquietante della nostra epoca.

Che cos’è l’accidia? L’uso iniziale di questo termine, che deriva dal greco [akedìa], e significa incuria, indifferenza , tedio, mancanza di interesse per qualcosa, risale alla tradizione religiosa. Nel IV secolo d.C. un famoso Padre del Deserto, Evagrio Pontico, definì l’accidia “il demone di mezzogiorno”, perché era la tentazione che assaliva i religiosi a metà della giornata, quando, dopo la fatica delle veglie di preghiera notturna e mattutina e quella delle varie attività di lavoro svolte dai monaci, l’entusiasmo e l’ardore per la vita spirituale scemavano drasticamente. Più tardi, nel medioevo, Tommaso d’Aquino definisce l’accidia come un particolare tipo di tristezza, di malessere interiore, per cui l’uomo diventa lento e pigro nell’esercizio delle cose spirituali, a causa della fatica psico-fisica ad essi congiunta. Da allora l’accidia entrò a far parte dei vizi capitali e in tale veste venne considerata un grande nemico da combattere.

Dante Alighieri mostra nell’accidia l’aspetto più terribile della disumanizzazione; gli accidiosi, collocati nell’antinferno, non meritano neppure l’inferno perché , non avendo  combinato nulla nella vita, indifferenti a tutto, senza mai scegliere da che parte stare, rinunciando a tutte le responsabilità, si identificano con coloro che nell’Apocalisse vengono definiti né freddi né caldi. Per questo il poeta fa pronunciare a Virgilio, sua guida e maestro, la sdegnosa frase: «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa». Di loro, che nessuna traccia hanno lasciato nel mondo, non vale neppure la pena di parlare.

Il disimpegno che contraddistingue l’accidia ha mille facce e darne un quadro esauriente sarebbe impossibile. Ma anche una tipologia limitata di casi può illuminarci sul fatto che, se non abitualmente, almeno di quando in quando capita a tutti di non riuscire a sfuggire al comodo richiamo dell’accidia, particolarmente quando si manifesta sotto forma di apatia verso tutto e tutti oppure come estraniamento da richiami morali elementari o ancora come rifiuto della responsabilità o indifferenza per qualcosa di importante. Ecco una breve lista, costruita sul noto modello lanciato da Fabio Fazio nelle sue serate su Raitre, che elenca una tipologia del disimpegno, con cui poterci confrontare:

quelli che… non prendono mai posizione per paura del rischio;

quelli che… rifiutandosi di pensare, seguono per comodità le opinioni di questo o di quello;

quelli che… davanti a un ostacolo da rimuovere o a una iniziativa da prendere, si fermano dicendo: “ci penserà qualcun altro”;

quelli che… davanti al pestaggio di una persona restano impassibili o voltano la faccia dall’altra parte;

quelli che… passano le loro giornate vuote e inutili perché niente per loro è interessante: né quanto potrebbero fare, né dove potrebbero andare, né con chi potrebbero incontrarsi;

quelli che… si lamentano del proprio paese, del proprio governo, del proprio futuro incerto e che invece di chiedersi come attivarsi per far progredire le cose, dicono: “non è un problema mio”;

quelli che… per indolenza, mai hanno scelto né mai sceglieranno;

quelli che… nei sondaggi di opinione figurano sotto la voce: “senza opinione” .

L’elenco che precede si allungherebbe in modo impressionante se si dettagliassero ulteriormente le svariate forme di omissioni che ogni enunciato sottintende. Già avere presenti una serie di sinonimi di “accidia”, tra i quali mi limito a inserire l’ignavia (che significa mancanza di volontà e di forza morale), l’inerzia, la negligenza, l’incuria, la poltroneria, l’immobilismo, il disinteresse verso ogni iniziativa, aiuta a richiamare alla nostra memoria una serie interminabile di inadempienze: perché, ad esempio, quella garza o quel bisturi dimenticati dal chirurgo nella pancia del paziente? Perché quelle merendine stracolme di grassi idrogenati, invece di una sana torta preparata in casa per i nostri figli? Perché tutti quei rifiuti nel cassonetto dell’indifferenziato, quando il comune o il quartiere ha disposto la raccolta distinta per generi diversi? Perché quell’ora preziosa sottratta ai giochi coi bambini per passare l’intera domenica a guardare lo sport in TV.?

L’accidia collettiva sta minando paurosamente l’assetto delle nostre società. Nel nostro mondo frenetico e indaffarato che vorrebbe imporre a tutti ritmi rapidi e dinamici, l’accidia si allea sempre più spesso col lasciar fare o l’abborracciare. Tanto, si pensa, il mondo è uno sfascio, sono tutti uguali e migliorare è impossibile. Con questo modo di ragionare tranquillizziamo la nostra coscienza e giustifichiamo la nostra condotta quotidiana fatta più di omissioni che di azioni costruttive. Non ci piace come vanno le cose; allora, anziché rompere le regole del gioco, contrapporsi, o resistere, si sceglie il disimpegno e si punta sul disfattismo come se fosse il surrogato della virtù. Viviamo nel mondo del fare, ma l’agire è spesso accompagnato dal fastidio, dalla noia, dalla disaffezione: la smania di distrazione, di evasione dai nostri compiti ( anche perché sovente non sono stati scelti da noi), prevale sulla capacità di attenzione e di esecuzione accurata delle cose. L’attenzione e l’accuratezza richiedono fatica; l’accidioso non sa o non vuole faticare. Soprattutto non si sa dedicare. Nel nostro tempo molti non sanno coltivare a lungo neppure un amore, la cui custodia richiederebbe sforzo creativo, capacità di immaginazione, voglia di condivisione con l’altro. Invece dicono: che noia! L’accidioso non riesce a portare a compimento l’opera: è solo capace di divagazione. Allo stesso modo abbiamo genitori distratti, maestri svogliati, medici che visitano i pazienti al telefono, funzionari poco o nulla funzionanti, politici pieni di zelo per la loro poltrona e…giovani vuoti, demotivati, spenti nei confronti della vita.

L’accidia può anche nascondersi a lungo dietro la maschera di un efficientismo esasperato con cui molti mettono a tacere le domande importanti sul senso della propria vita, sulla valorizzazione dei propri talenti, sulle responsabilità di ognuno verso gli altri e verso l’ambiente che li ospita. Ogni giorno la loro agenda appare stracolma di impegni: ufficio, pranzi di lavoro, palestra, un party di qua, un cocktail di là, shopping, serate lunghissime e sempre super-impegnate, purché non rimanga un attimo nella giornata per fermarsi a pensare. Perché se si pensa, si sente vagamente di correre il rischio che affiori il vuoto, l’assenza, il “nulla degno di nota”. È il dramma di tante esistenze che non trovano la forza morale di accogliere l’inquietudine come segnale che forse si sta conducendo una vita superficiale, priva di senso. Si pensa invece di poter colmare quel vuoto cambiando ciò che si ha con ciò che non si ha ancora. Si moltiplicano gli impegni e la ricerca di diversivi: basta con la solita abitazione, con i soliti amici, con il solito compagno/ la solita compagna, il solito club, la solita dieta, i soliti abiti. Cercare alternative, ma sempre della stessa natura, è l’espediente del proprio sopravvivere.

Giunti a questo punto, bisogna riconoscere che l’uomo, incline per natura ad adagiarsi nelle comodità, e a scansare il più possibile fatiche, sforzi e responsabilità, mai come in questa nostra epoca è stato provocato ad assecondare queste sollecitazioni. Le nostre società – pur dando segnali evidenti che l’andazzo dovrà cambiare – insistono tuttora nel proporre modelli di vita seducenti e altamente disimpegnati, basati sul conseguimento di una felicità frutto del benessere fisico e del possesso più ampio possibile di beni materiali. I mass-media che di queste società sono i portavoce, che instillano nelle menti dell’uomo i pensieri che dovrà pensare, i sentimenti che dovrà provare e le cose che dovrà fare, hanno ormai anestetizzato, in larghe fette di umanità, le tre fondamentali risorse che fanno la grandezza e la bellezza dell’uomo: il pensare, il sentire, il volere. Quanto più violenti si fanno questi attacchi alla vera essenza della nostra umanità, tanto più fortemente saremmo invitati ad opporre un rifiuto di questi modelli.

Molti purtroppo, allettati e sedotti dalle facilità del disimpegno e dalle gratificazioni della materia, hanno dimenticato che l’uomo è stato pensato come essere dotato di spirito, di pensiero libero, creativo, fantasioso. Siamo al mondo per rendere abitabili i deserti, vivibili gli spazi, per far fiorire meraviglie con l’opera del nostro ingegno, della nostra volontà, delle nostre mani laboriose. Siamo al mondo soprattutto per rendere significative tutte le nostre esistenze, perché tutti abbiamo ricevuto il nostro talento da far fruttare.

L’accidioso, la cui volontà è inattiva, oscillante, instabile, rinuncia a progettare, tantomeno a migliorare, ad abbellire, a costruire.

Non esistono ricette utili per guarire l’accidia. Non sono mai i suggerimenti e i consigli che provengono dall’esterno che possono modificare le scelte libere dell’uomo. L’unico mezzo per cambiare, è quello di rendersi conto di come l’accidia disumanizzi l’uomo uccidendo in lui la grandezza di cui sarebbe capace.

 

Spunti di riflessione – IRA: la passione a due facce

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

 

 

L’ira è un vizio quando diviene una presenza costante nei nostri rapporti con gli altri, quando è il segno del disprezzo e dell’odio nutriti verso l’altro, quando contiene l’intenzione dell’annientamento e della distruzione dell’altro. La collera è in tal caso la negazione della relazione e della responsabilità.

(Enzo Bianchi)

Pensi di avere la “miccia” troppo corta? Allora l’ira fa parte della tua vita. Se così fosse, dovresti riconoscere che giustificazioni del tipo:”Fa parte della natura umana” oppure ” Se non mi sfogo mi viene l’ulcera”, sono solo scuse, perché, nel profondo, sai bene che non sei affatto contento che l’ira sia una parte di te. Se non piace a te, tantomeno piace agli altri.

(www.procaduceo.org.)

È da tutti e facile adirarsi: ma farlo con chi si deve, nella misura giusta, al momento opportuno, con lo scopo e nel modo convenienti, non è più da tutti, né facile. Ed è per questo che il farlo bene è cosa rara, degna di lode e bella.

(Aristotele, Etica nicomachea, IV secolo A.C.)

Di solito gli uomini quando sono tristi non fanno niente: si limitano  a piangere sulla propria situazione. Ma quando si arrabbiano, allora si danno da fare per cambiare le cose.

(Philip Roth)

 

 

Ira, collera e rabbia, sono termini che rinviano allo stesso concetto: un moto impetuoso dell’anima, un violento bisogno di reazione, con parole o atti, contro ciò che contrasta con le proprie aspettative e desideri e procura sofferenze e contrarietà fisiche e morali.

 

L’ira è una forza oscura e potente che all’improvviso può impadronirsi di noi e che non conosce la misura: ci invade, si dilata, si gonfia, finché esplode improvvisa, come un fiume in piena. Sappiamo dalla storia che nei momenti più bui, l’ira attecchisce e divampa in furenti esplosioni di popolo, portando con sé la vendetta e la violenza che si scaricano sui potenti e sugli inermi . Pensiamo a tutte le ribellioni dei poveri e degli oppressi di ogni epoca contro le vessazioni dei padroni o dei tiranni, alle rivoluzioni sanguinose che si sono succedute da noi in Europa o negli altri continenti, ai fanatismi civili o religiosi, carichi di violenza, di odio e di vendetta. L’ira infatti, per la sua natura contagiosa e dirompente, ha sempre avuto una grande incidenza sociale, politica e religiosa riuscendo a mobilitare folle, partiti, popoli interi. L’ira però non è solo una passione collettiva che a volte può mutare il corso della storia; è anche una collera individuale che si accumula e poi esplode, in reazione a una serie infinita di cause scatenanti.

L’ira fa parte delle emozioni primordiali, come la paura, la tristezza, o la gioia. In origine la sua funzione era di proteggere l’uomo dalle aggressioni al proprio territorio e di salvaguardare la sua sopravvivenza o quella del gruppo. Perciò appartiene agli istinti di natura di cui l’uomo è dotato ed è una costante che ritroviamo in tutte le civiltà, primitive o evolute che siano.

Nella tradizione religiosa cristiana questa passione è classificata tra i sette vizi capitali in quanto impulso disordinato che si sfoga con i più bassi sentimenti fino alla vendetta. Ma anche nell’ambito della laicità nessuno oserebbe smentire gli effetti deleteri e mortiferi dell’ira incontrollata.

Purtroppo il momento storico-sociale che stiamo attraversando predispone di continuo all’aggressività e all’allarme: di giorno in giorno si accresce la percezione di insicurezza personale, di conflitti sociali esasperati, di devastanti crisi finanziarie, di enorme precarietà del lavoro. Quando l’esistenza perde dignità e valore, l’ira si riaffaccia prepotentemente e sostenuta dal vittimismo, spinge alla ricerca di capri espiatori su cui riversare i suoi sfoghi selvaggi. Non passa giorno senza che le cronache ci segnalino episodi di violenza estrema, spesso generati da motivi futili o del tutto sproporzionati rispetto alla furia che scatenano. Ci si accoltella per un posto macchina al parcheggio, che il prepotente di turno ha soffiato ad un guidatore meno veloce di lui nella manovra. Si uccide la pensionata che tenta di resistere allo scippo della sua misera pensione appena ritirata alla posta. Il figlio ammazza con furia bestiale il padre che gli nega i soldi per la discoteca dopo tante elargizioni ricevute in passato. Si sevizia fino alla morte un bambino per l’esasperazione che provoca il suo pianto prolungato.

 

Ma anche quando non ci scappano morti, la rabbia può uccidere semplicemente con parole e gesti ferali, incancellabili, definitivi, che mortificano e logorano le relazioni umane e affettive più importanti. Davanti ai problemi che sorgono di continuo nella relazione con gli altri e che andrebbero affrontati con pacatezza e serenità di giudizio, ci abbandoniamo invece allo sfogo collerico che, proprio per l’irrazionalità e la perdita di autocontrollo in cui ci precipita, aggrava il problema invece di risolverlo. Tutto il nostro essere si scompone nell’ira: il volto arrossisce, gli occhi si accendono di animosità, i muscoli facciali si tendono, le labbra si schiudono facendo apparire i denti serrati e compressi gli uni sugli altri; la voce si fa urlo, le braccia si agitano in gesti di minaccia, il corpo è proteso verso l’attacco di chi ci fronteggia. La ragione si annebbia, perde la lucidità, offuscata dagli istinti più brutali lasciati allo sbaraglio. Ecco come l’ira incontrollata degrada l’uomo allo stato bestiale. Anche la lingua, che è fedele specchio dei nostri comportamenti, ci rimanda, tra locuzioni e frasi idiomatiche, il poco lusinghiero ritratto dell’uomo che scade al livello bestiale. Ognuno potrà integrare a memoria questo limitatissimo campionario: essere fuori di sé, fuori di testa, perdere il lume della ragione, non vederci più dalla rabbia, uscire dai gangheri, perdere le staffe, andare in bestia, imbestialirsi, imbufalirsi, inviperirsi, andare su tutte le furie, essere inferocito, diventare una belva, ecc. ecc.

Dicevamo all’inizio che la grande prosperità attuale della collera cattiva di cui si è cercato di tratteggiare i contorni, è in relazione col difficile momento storico che stiamo attraversando. A questo dato bisogna aggiungerne però un altro molto importante: la nostra è l’epoca di un diffuso individualismo di massa in cui ognuno mette al centro il proprio io, considerando tutti gli altri come semplici satelliti. Finché si resta abbarbicati a quest’ottica, ogni io si sentirà vittima di soprusi, di provocazioni, di attentati alla propria indipendenza, allontanando da sé colpe e responsabilità. La messa in discussione di “sua maestà l’io” risulta insopportabile. È questa, in definitiva, la ragione dell’aumento esponenziale dell’aggressività verbale e fisica anche di fronte a piccolissime, trascurabili offese.

Gli psicologi e i vari maestri elaborano apposite terapie dell’anima per tenere sotto controllo l’impeto dell’ira. Basterà cliccare su Google per vedersi aprire offerte illimitate e talvolta molto interessanti. Possiamo anche ricordare le antiche ricette di saggezza che suggeriscono di contare fino a dieci o di fare un respiro profondo prima di aprire la bocca, che funzionano nella misura in cui lasciano il tempo alla ragione di prendere il controllo sull’impulsività sfrenata.

Ma la strada maestra per tenere a bada l’ira distruttiva, è come sempre la strada più lunga e difficile perché punta a sconfiggere il proprio narcisismo, le proprie rivendicazioni troppo egocentriche, mediante la presa in conto, paritetica, egualitaria, esente da giudizi di valore, degli altri ” io” che stanno intorno a noi. La psicologia parla in questo caso di acquisizione di comportamenti assertivi che consistono nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni, senza tuttavia offendere né aggredire l’interlocutore.

Il discorso sull’ira, già lungo, non è ancora completo in quanto sarebbe troppo unilaterale fermarsi a considerare questa passione come una delle tante forme del male. Basti pensare che i padri della filosofia hanno dedicato all’ira riflessioni molto profonde. Platone la considerava una qualità dell’anima. Quanto ad Aristotele, autore di un importante testo di etica, l’Etica Nichomachea appunto, si possono leggere nel riquadro di apertura due righe provenienti da quel suo trattato, a conferma dell’idea che l’ira, sapientemente dosata e diretta, può essere una passione giusta e nobile.

In concreto l’ira diventa una sana reazione di fronte a situazioni eticamente inaccettabili. L’ideale morale non consiste allora nel farla tacere, ma nel darle la giusta direzione. La causa della pace, della giustizia, della salvaguardia del pianeta ha bisogno di persone che si appassionino, si sdegnino, protestino quando questi valori sono violati o disprezzati. E infatti, mentre deprechiamo tutti la rabbia civile che si trasforma in violenza fanatica e indiscriminata o le rivendicazioni in cui si inseriscono frange criminali, normalmente diamo volentieri l’avallo alla collera della gente quando si rivolge contro l’oppressione o il degrado, quando è mossa dalla speranza di modificare assetti sociali o politici ingiusti e intollerabili. A questo riguardo si può osservare che le mobilitazioni di massa finalizzate a questi scopi sono frequenti e numerose perché costituiscono l’unica risorsa dei poveri o degli oppressi per far sentire la loro voce. Invece, e questo dovrebbe farci riflettere, non capita quasi mai di veder esplodere la rabbia o la giusta indignazione o l’auspicabile denuncia quando si è in pochi ad assistere a soprusi, a gesti di violenza o di immoralità che si consumano davanti ai nostri occhi a danno di una persona inerme. Quando riusciremo ad adirarci e a indignarci in difesa di quel nostro simile in difficoltà, senza voltare il viso dall’altra parte per non vedere quel che gli accade, avremo compiuto, come decreta Aristotele, un’azione “rara, degna di lode e bella”.

Spunti di riflessione: LA SUPERBIA: «Lei non sa chi sono io!»

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino informa

 

La lumachella de la vanagloria/ Ch’era strisciata sopra un obbelisco/Guardò la bava e disse: – Già capisco/Che lascerò un’impronta ne la storia.         (Trilussa)

Dovunque egli arrivi, il superbo si mette a sedere e tira fuori dalla valigia la sua superiorità.         (Elias Canetti)

«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, và a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».         (Lc,14,  8 –11)

 

La frase di cui sopra, di altezzosa protesta – Lei non sa chi sono io – attribuita non si sa bene se ad un politico o ad un facoltoso industriale fermato dalla polizia e multato per aver commesso un’infrazione del codice stradale, è diventata proverbiale. Essa addita emblematicamente la protervia di chi, godendo di una vera o presunta posizione di prestigio nella società, pretenda l’esonero dal rispetto delle leggi o da qualsiasi altro obbligo che incomba ai comuni  mortali. L’arroganza e la prevaricazione, la presunzione di essere superiori agli altri, di avere sempre ragione, di non mettersi mai in dubbio, così frequenti nel nostro tempo, fanno parte dell’uomo da sempre. Associandosi ad una qualsiasi forma di potere, la superbia  degenera addirittura nelle forme più oscure del dominio, della sopraffazione, della tirannia. Viene da pensare al mondo della politica, o a quello della finanza, dello spettacolo, dello sport.  Ma è sufficiente guardare dentro di sé o giusto intorno, per rendersi conto che l’innalzare se stessi al grado di «io non sbaglio mai, io sono il più forte, il più intelligente, il più, il più, il più»… è una tendenza molto diffusa. La superbia, come una piovra dai mille tentacoli, si insinua dappertutto, in ogni angolo dell’esistenza umana: cresce nei corridoi del potere come nel più sperduto villaggio del nostro paese, fra ricchi e poveri indifferentemente: in famiglia, nei luoghi di lavoro, a scuola, nello sport.

In tutte le definizioni che vengono date di questo vizio troviamo lo stesso elemento ricorrente: l’amore smodato della propria eccellenza. Infatti il termine che viene dal latino, ha come radice la preposizione super, che indica lo stare sopra, l’incombere sul resto come superiore, eccezionale, straordinario. 

Di per sé, il fatto che esista in ciascuno di noi il legittimo desiderio di primeggiare, di migliorare noi stessi, di giungere alla perfezione, talvolta fino al limite di quella divina, può essere l’effetto di uno stimolo positivo e potente a cercare di dare il meglio di sé nelle diverse situazioni e campi in cui siamo chiamati a operare. Questo impulso è persino avallato dal Cristo che invita l’uomo ad uguagliare la perfezione del Padre: «Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 6, 48).

Ben altra cosa è la superbia. È il bisogno smodato di dimostrare a se stessi la propria eccellenza che porta all’esaltazione esasperata del proprio io e al disprezzo degli altri. È una malattia perniciosa che ci impedisce di considerare chi ci sta di fronte come persona avente diritto al  rispetto e alla stima, esattamente  come noi. Assume nomi diversi a seconda delle forme in cui si manifesta o dei suoi livelli di dannosità, ma sempre di superbia si tratta.

Cominciamo con le manifestazioni della vanità e della vanagloria: vengono in mente la megalomania, il pavoneggiarsi di tutti i narcisisti, la richiesta esplicita o indiretta di elogi, il bisogno di un palcoscenico, il desiderio incontenibile di raccontarsi perché noi, solo noi, pensiamo di avere doti eccezionali o di aver compiuto imprese non comuni. Parlando ci elogiamo da soli, infiorettiamo la realtà a nostro favore, ci attribuiamo meriti che non abbiamo. Oppure, nella convinzione di essere noi gli intelligenti, gli esperti, (mentre tutti gli altri non valgono niente), eccoci in ricerca di spazi per sfoggiare la propria competenza, sempre in agguato dell’ultima parola da dire, del consiglio più saggio da sciorinare.

Ricordiamo inoltre, come atteggiamento deprecabile, la falsa umiltà, detta con più colore, umiltà pelosa (qui la superbia si coniuga tristemente con la falsità). Se ne fa uso ogni volta che sollecitiamo complimenti o riconoscimenti  simulando l’autodenigrazione: «Per carità, io non valgo niente, io non sono la persona adatta per…, io sono l’ultima ruota del carro…». Guai se dall’altra parte non ci piovono di rimando i riconoscimenti agognati: «Ma cosa dici! Tu sei il migliore di tutti noi, tu hai tutti i numeri per…» ecc. ecc.

Sebbene il termine “orgoglio” possa avere anche un significato positivo (è allora la legittima coscienza dei propri meriti o talenti, oppure una ragione di compiacimento: sono orgoglioso di questo lavoro; essere l’orgoglio della famiglia, della patria, ecc.), il suo primo significato coincide con quello di “superbia”. La lingua lo ha poi specializzato per designare determinati atteggiamenti o comportamenti. Tutti conosciamo molto bene i disastri che si compiono per orgoglio. Per orgoglio non si ammettono i propri errori e si schiacciano i deboli e gli indifesi. Per orgoglio ci si chiude in se stessi rifiutando l’aiuto degli altri. Per orgoglio si nega il perdono…

E l’ambizione che cos’è, se non un’altra faccia temibile della superbia?Non occorre andare col pensiero agli imperatori, ai duci, ai tiranni della storia. Pensiamo più modestamente agli arrampicatori sociali, agli usurpatori che incontriamo a ogni piè sospinto, che vediamo e magari ammiriamo in televisione; pensiamo infine alle nostre piccole ambizioni che possono indurci talvolta a strumentalizzare il nostro impegno sociale al fine di apparire buoni, bravi, generosi agli occhi del mondo.

Il disprezzo è il diretto accompagnatore della superbia e in materia si potrebbe scrivere un trattato. Limitiamoci a evocare il disprezzo del debole, del diverso, dello straniero. Il razzismo ne è un’altra manifestazione – non solo quello tristemente registrato dalla storia dei popoli – ma quello coltivato in casa nostra, quello che ci fa dire: «Io razzista? Ma per carità, per me  gli uomini sono tutti uguali e tutti degni di rispetto», e che ci fa urlare, cinque minuti dopo: «Ti rendi conto che mia figlia vuole sposare quello sporco negro?». Viene infine da pensare , chiudendo questa scarna e insufficiente rassegna, alla puzza sotto il naso di tanti giovani senza lavoro (e di tanti genitori che li assecondano), che disprezzano, anche in via transitoria, lavori cosiddetti umili, giudicati  inadeguati al loro livello di istruzione.

Per concludere, vogliamo ricapitolare queste annotazioni riportando in sintesi quello che la psicologia ha da dire intorno alla superbia. In quest’ottica, che mi sembra del tutto condivisibile, la superbia risulta essere un paradossale meccanismo di difesa. Emerge quando il dolore è troppo forte, quando il confronto con l’altro ci fa sentire tutta la nostra fragilità. La sensazione di essere deboli, impotenti, incapaci di agire efficacemente dentro una relazione, spaventati dal rischio di essere travolti e divorati dall’altro, è un dolore talmente intenso che diventa insopportabile. Questa sensazione di fragilità e di inadeguatezza viene quindi rimossa e sostituita con una sorta di maschera che ha lo scopo di comunicare l’esatto contrario. Attraverso la superbia, l’individuo traveste il proprio senso di vuoto e di paura dell’altro, nasconde efficacemente la propria vergogna di sentirsi inadeguato e si presta a recitare il personaggio del “superiore”.

Come se ne può uscire? Il processo di guarigione passa necessariamente da una profonda presa di coscienza di essere superbi. Purtroppo questa presa di coscienza è ostacolata dalla superbia stessa. Chi ne è gravemente colpito pensa di esserne immune o solo parzialmente e minimamente sfiorato. L’illusione è che la superbia affligga la società, i politici, i vicini di casa, ma che la nostra casa e la nostra famiglia ne sia rimasta incolume. Il secondo passaggio di guarigione consiste nel riconoscere la verità profonda che risiede nel nostro animo: abbiamo bisogno dell’amore degli altri. Noi esistiamo grazie all’amore di qualcun altro: genitori, amici, colleghi, partners. Praticare l’umiltà a dosi massicce (come viene consigliato nell’ottica moraleggiante) non servirà a nulla se prima non riconosciamo questa banalissima ma fondamentale verità: abbiamo bisogno di amore! La superbia non è altro che il puerile tentativo di nascondere il pudore del nostro irrinunciabile bisogno. Infine, sempre secondo la psicologia, bisogna anche imparare a perdonare, che è l’unico modo di elaborare la rabbia di non essere stati accolti, riconosciuti e autenticamente compresi. Ecco allora che la vera umiltà rappresenta il risultato della coscienza di avere necessità del calore, del conforto, del sostegno, della cooperazione degli altri. L’umiltà e la semplicità non vanno confuse con la sottomissione, ma vanno intese come straordinarie forze d’animo, come manifestazioni di  consapevolezza, armonia interiore e autentica saggezza.


Spunti di riflessione: INVIDIA: se lui/ lei sì, perché io no?


Di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Informa Torino

 

Un cuore calmo è la vita del corpo, ma l’invidia è la carie delle ossa.

Proverbi, 14, 30

 Ciò che desideriamo e non possiamo conseguire ci è più caro di quello che abbiamo già conseguito.

Kahalil Gibran

L’invidia è il sentimento di chi dice tra sé e sé: «Voglio essere ciò che tu sei, avere ciò che hai», senza rendersi conto che ognuno è speciale per ciò che ha e per ciò che è, nella misura in cui è capace di amare.

Stephen Littleword

 

L’invidia, sentimento pernicioso da cui pochi possono ritenersi completamente indenni, ha in sé qualcosa di paradossale. Il paradosso sta in questo: ognuno di noi può riconoscersi come un “io” solo vedendosi attraverso gli occhi di un altro. Infatti è proprio attraverso la relazione che ognuno riesce a percepirsi come individuo: io sono in quanto tu esisti e sei altro da me. Per questo ognuno è debitore verso l’altro della propria identità. Eppure accade sovente che io non riesca a sopportare la vista delle sue virtù, dei suoi desideri, delle sue capacità, dei suoi successi. Il nuovo, l’inedito, ciò che l’altro è, crea, produce o raggiunge di diverso e di distintivo rispetto a me, mi è intollerabile.

L’invidia, che consiste nell’annientare le qualità altrui, nasce proprio dalla relazione e dal confronto con l’altro, tant’è vero che qualcuno la definisce, a ragione, un vizio sociale. Nei contatti lavorativi e professionali, nei rapporti tra amici, a scuola, in famiglia, ogni volta che la comparazione con l’altro fa emergere qualcosa che a me manca, scatta d’istinto il bisogno di ridimensionare, di svilire, di criticare, di annullare. Fin quando è possibile, le frecce avvelenate a chi ci procura disagio e sofferenza per qualcosa di cui questi gode e che noi non abbiamo, le lanciamo solo col pensiero, perché finché taccio, sono libero di annientare l’altro senza scoprirmi e incorrere in censure esteriori. Qualche esempio fornito da casistiche correnti? La ragazza bruttina e introversa, insofferente per la sua collega bella e ammirata, rileva in cuor suo qualche difetto dell’invidiata del tipo: «Ha un fiato che appesta», oppure: «Di certo non ama lavarsi» o ancora: «Sarà carina ma non si sa vestire», e così via. Magari in tutto questo qualcosa di vero c’è, ma l’intento del pensiero, carico di astio, è di azzerare il positivo dell’altro. Similmente, il tipo piccoletto e complessato che si misura col suo simile alto un metro e novanta, di quella ragguardevole statura vede solo i difetti: «Che magro! un manico di scopa! E il cervello gli è finito tutto in altezza!». E della persona da cui ci sentiamo offuscati per la  troppo brillante intelligenza, si è pronti a pensare: «Però le sue belle cantonate se le prende anche lei, eccome!».

Ma non sempre l’invidia ce la fa a rimanere nascosta nel pensiero e allora si manifesta pubblicamente sotto le spoglie della critica malevola, del pettegolezzo, della calunnia, della diffamazione. Il mondo è infestato dall’uso diffusissimo di queste armi e nessun ambiente è al riparo dai loro malefici. L’invidia serpeggia alla grande persino nelle comunità spirituali, negli ambienti ecclesiastici. Per invidia tante persone buone vengono distrutte nella loro fama; per invidia professionisti e intellettuali eccellenti devono cedere il passo, in posti di grande responsabilità sociale, a personaggi avidi e incapaci che mandano tutto in malora; sempre per invidia franano immensi progetti di bene e si compiono delitti efferati.  Del resto, Cristo stesso finì nelle mani di chi l’avrebbe mandato a morte, per invidia: «Pilato sapeva che i sommi sacerdoti gli avevano consegnato Gesù per invidia» (Mc 15, 10).

A questo vizio mortifero non sfuggono neppure i minori: poco tempo fa una mamma di mia conoscenza si è vista  costretta  a cambiare la scuola della sua bambina di dieci anni, perseguitata dall’odio dei compagni di classe perché era troppo brava.  E dai ritagli di giornale di qualche anno fa, che talvolta conservo, recupero due fatti di cronaca estremi che forse ricorderete anche voi. Il primo risale al settembre 2006, quando a Settimo Torinese, una banda di ragazzine, invidiose della bellezza di una coetanea quindicenne, organizzano una spedizione punitiva contro di lei, la picchiano e la sfregiano. L’altro riporta all’aprile del 2007: uno studente di sedici anni, bravo e impegnato, si suicida, stanco delle vessazioni dei bulli della scuola che frequentava.

Se ora analizziamo il meccanismo dell’invidia per cercare di capire come questa si scateni, ci rendiamo conto che incontrare l’altro, nel senso più profondo del termine, ci porta inevitabilmente ad incontrare noi stessi. Ci sentiamo allora così poco solidi nel nostro “io” (gli psicologi lo chiamano “sé” ma è la stessa cosa), così poco soddisfatti delle nostre qualità intrinseche, dei nostri talenti, delle nostre possibilità, su cui per insipienza, o per pigrizia non riusciamo a far leva, da alimentare in noi la convinzione erronea che le doti e le prerogative dell’altro siano quello che manca alla nostra completezza, alla nostra possibilità di realizzarci. Sono i vuoti del nostro “io” a farci sentire vittime di profonda ingiustizia per essere privati di ciò che l’altro possiede o si è duramente conquistato. Allora, l’unico modo che troviamo per sostenere questo piccolo, misero “io” affamato, (“per sostenere la propria autostima”, dicono gli psicologi) è quello di sopprimere, di negare i beni e i talenti dell’altro. L’invidia è un sentimento che a differenza di altri vizi – la lussuria, la gola, l’avarizia, ad esempio, che hanno nella goduria dei sensi o del possesso un risvolto appagante – si consuma nella sofferenza e nel rodimento interiore. L’unico premio dell’invidia, che nulla aggiunge a ciò che io sono ma che anzi mi priva di una grossa fetta di umanità, è l’esultanza per le disgrazie altrui.

Il termine “invidia” deriva dal latino in-videre che significa “vedere biecamente”, “vedere in modo distorto”. In altre parole significa non avere la visione corretta, giusta delle cose. Non per caso Dante, nel Purgatorio, presenta gli invidiosi ammucchiati su un macigno color livido e con le palpebre cucite col filo di ferro. Resi dolorosamente ciechi per purgare un vedere malato, che rovina e sfigura ogni cosa.

Conoscere l’etimologia del termine aiuta a interpretare correttamente il suo significato originale che è decisamente negativo e spiega altresì perché  nella tradizione cristiana questo sentimento sia stato classificato tra  i vizi capitali. Ecco perché mi trovo in dissenso con gli stravolgimenti che psicologi e filosofi autorevoli del nostro tempo fanno del concetto di invidia, opponendosi alla concezione troppo cupa e “unilaterale” ereditata della tradizione religiosa. Loro invece ci dicono (semplifico molto per brevità) che l’invidia ha due facce: una maligna (quella di cui abbiamo parlato fin qui) e una “benigna”. “L’invidia costruttiva” (metto tra virgolette le definizioni che attingo da un testo di psicologia dedicato alla “crescita personale”) sarebbe quella che facendo leva sullo “spiccato senso critico” dell’invidioso e sul “riconoscimento dei propri desideri”, suscita in lui una “motivazione all’azione”, una “sana competizione che stimola a raggiungere traguardi sempre più lontani”. “L’invidia allora evolve in un input ad andare avanti, ad essere fiduciosi verso se stessi ed assumersi responsabilità, a mettersi in gioco, a crescere” ( www.crescita-personale.it/ psicologia dell’invidia).

Cosa c’è di aberrante in tutto questo? Il fatto che così imbellettata (“l’invidia buona”) sia diventata il motore che fa girare il mondo dell’economia e della politica. E questo motore lo conosciamo bene tutti: se lui si è fatto una villa, io ne farò due o anche tre. Lui arriva in Mercedes, e io allora arriverò con una Ferrari. Lui ha creato una piccola azienda, io ne creerò una più grande che lo distruggerà. L’invidia non è mai buona, tanto meno negli attuali sistemi economici: distrugge sempre col favore dei suoi complici: lo spionaggio, la corruzione, la concussione, le ruberie e via dicendo.

Messo in chiaro che “l’invidia buona” è puro funambolismo linguistico che incoraggia solo la competizione, conviene ricordare, in chiusura, che altri mezzi non esistono, per vincere gli istinti di natura, al di fuori di un faticoso lavoro su se stessi che metta in gioco tutte le nostre forze volitive e di pensiero.

Riconosco di essere invidioso e voglio correggermi? Per prima cosa devo cambiare lo sguardo su me stesso e imparare a riconoscere che il segreto della mia riuscita sta tutto nei talenti che la vita mi ha dato, purché mi applichi a metterli a frutto, senza dover bramare i talenti degli altri. Dovrò anche mettere in conto una buona dose di modestia per capire che non diventerò ingegnere se sono una frana nel calcolo matematico. Il secondo passo, importante quanto il primo, mi chiede nuovamente di cambiare lo sguardo, ma questa volta sugli altri. Ora si tratta di discernere tra chi impersona valori autentici e importanti e chi invece mi si propone come modello di disvalori. Se ho capito in che consiste il mio cammino di crescita, capirò anche che fin qui ho investito in perdita le mie forze invidiando persino dei modelli sbagliati. Finalmente vedrò con occhi nuovi e pieni di gratitudine tutto il bello, il grande, il positivo che gli altri hanno realizzato, e di cui riuscirò a rallegrarmi pensando: se lui, lei ha fatto grandi cose nel suo campo, perché non dovrei riuscire anch’io altrettanto bene nel mio? Questo si chiama spirito di emulazione che a differenza dell’invidia, porta sempre a dare il meglio di sé.

Il Perdono

Di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

 

 

Volete essere felici per un attimo? Vendicatevi. Volete esserlo per sempre? Perdonate.

Henri Lacordaire

 Perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu.

        Sacre scritture

 Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte»? E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette».

Matteo 19, 21-22

 

 

In una pagina autobiografica un noto psicoterapeuta racconta che una sua cara amica aveva l’abitudine di chiedere a chi incontrava: qual è la cosa più importante di tutte? Le risposte erano quasi sempre le stesse: la salute, volersi bene, la sicurezza economica. Venne il giorno in cui quest’amica curiosa pose la stessa domanda a suo padre. La risposta fu immediata, semplice e tranquilla: il perdono. Il valore di quella risposta può essere capito pienamente solo conoscendo la storia di quel padre. Era ebreo e tutta la sua famiglia era stata sterminata nell’Olocausto. Lui, unico scampato, ce l’aveva fatta a ricominciare: sposatosi, era nata lei, quell’amica tanto curiosa.

Tutti abbiamo presenti gli orrori dell’Olocausto e possiamo dunque immaginare lo strazio provato da quel padre: un dolore immane, da impazzire. Eppure lui è stato capace di perdonare come altri del resto l’hanno fatto.

Alcune dirette televisive, nel corso di questi anni, ci hanno rimandato le immagini di mogli, di figli, di padri, privati dei loro cari dalla furia omicida di spietati assassini, nell’atto di  concedere il perdono agli uccisori, davanti alla bara dei propri congiunti. Gesti come questi attutiscono in parte  la fosca impressione che l’umanità stia  sprofondando a poco a poco nella barbarie e ci dimostrano che perdonare non è un’impresa impossibile.

Vogliamo provare a sognare per un momento? Domani, svegliandoci, apprendiamo la notizia che tutti hanno perdonato quello che c’era da perdonare e tutti hanno avuto il coraggio di chiedere scusa per le ingiustizie commesse. Finite le guerre tra popoli, le nazioni in conflitto tra loro hanno riconosciuto le une alle altre il diritto di esistere, senza paura e in libertà, dimenticando torti fatti e ricevuti, che avvelenavano la vita di tutti! Il sogno continua: scopriamo inoltre che anche i singoli individui hanno perdonato gli uni agli altri ogni ingiustizia, smettendola di rimuginare sul passato e creando un presente di più armoniosa convivenza. Non sarebbe meraviglioso? Tireremmo tutti un gran sospiro di sollievo. Chissà quanti scoprirebbero per la prima volta la meraviglia di non dover rivivere di continuo eventi morti e sepolti da un pezzo. Quanti malanni in meno! Meno ulcere gastriche, meno tumori, meno depressioni. E che risparmio di energie! Quanto veniva investito in odi, recriminazioni, vendette, pregiudizi, tornerebbe in circolazione e sarebbe impiegato in mille progetti creativi, pieni di fantasia.

Tutto questo però accade di rado. C’è molta riluttanza a perdonare. Si pensa che il perdono sia un segno di debolezza; sembra di avallare un’ingiustizia e di perdere una partita. È ancora ben viva in molti la legge degli antichi che recitava: occhio per occhio, dente per dente. Persino Freud, il padre della psicanalisi, si era mostrato contrario al perdono. Lo riteneva una pretesa assurda e incomprensibile, dannosa per la salute psichica dell’individuo in quanto l’Io di ogni persona scontrandosi con pulsioni interne troppo forti, avrebbe provocato o una rivolta o la nevrosi. Del resto, come si fa a perdonare un sopruso che è andato avanti per anni, una calunnia che ci ha rovinato la vita, un tradimento che ha disintegrato una famiglia? Quale parola, quale somma di denaro possono ripagare la morte di un bambino investito da un guidatore ubriaco? Il risentimento, la rabbia, il desiderio di vendetta o di punizione della persona che ha perpetrato l’offesa, sono reazioni istintive del tutto inevitabili.

Eppure, per quanto sorprendente  possa sembrare, la moderna psicologia si interessa sempre di più al perdono,  avendo constatato che il successo di una terapia è spesso favorito dalla capacità di perdonare di un paziente.   Il perdono infatti implica la liberazione da un nemico interno, costituito dall’odio. L’odio, come l’amore, è un sentimento molto forte, che può legare indissolubilmente ad una persona e che dunque fa sì che l’offensore sia sempre nei pensieri dell’offeso, nei suoi ricordi, nei suoi progetti. L’odio imprigiona, crea dipendenza e ossessione. Per questo, dal punto di vista psicologico, il perdono viene considerato un valido strumento terapeutico: lenisce la sofferenza, permette di riguadagnare fiducia in se stessi e talvolta ricostruisce su basi nuove relazioni spezzate.

Ma  va chiarito che perdono non significa condono. Perdonare significa solo non voler continuare a nutrire rabbia o odio per il torto subìto molto tempo fa e smettere di rovinarsi la vita. Perdonare sì, ma avendo ben chiaro il danno che ci è stato fatto e premunendoci affinché non si ripeta.

Dal punto di vista razionale ed emotivo il perdono richiede tempo: può avvenire solo dopo l’intervento di un processo mentale capace di far tacere il risentimento, la rabbia, il desiderio di vendetta o di punizione della persona che ha inflitto l’offesa. Ecco perché molte persone hanno difficoltà a perdonare. Il gesto del perdono è solo l’ultimo atto di un lungo processo.  Il perdono non comporta neppure l’obbligo della riconciliazione: se ci sarà, tanto meglio, ma vi possono essere valide ragioni per scegliere di non vedere più il proprio offensore (che, tra l’altro, potrebbe anche non essere più in vita).

Ma allora, il perdono in cosa consiste? Il perdono è l’atto interiore di fare la pace con il passato e di chiudere finalmente i conti. Dal punto di vista etimologico, “perdonare” significa concedere un dono: è così in tutte le lingue europee, dall’inglese forgive al francese pardonner al tedesco vergeben. Certo, il processo del perdono richiede meno sforzi affettivi e di pensiero se l’offesa non è grave, se non è intenzionale, se l’offensore mostra rammarico e chiede scusa. Comunque, in ogni caso,  entrare nella logica del perdono vuol dire immergersi nella sfera della pura gratuità , del puro amore. Per poterci arrivare, due sono le tappe fondamentali da percorrere. In primo luogo si tratta di vincere i propri  istinti reattivi di natura e sappiamo bene quanto sia difficile far sbollire la rabbia se abbiamo subìto un’ingiustizia, se qualcuno ha parlato male di noi, o ci ha truffati, o non ha mantenuto una promessa, o ci ha fatto una prepotenza.

L’altro fattore che aiuta a perdonare è lo sforzo di prendere in conto la logica di chi ha perpetrato l’offesa. Riuscire a mettersi nei suoi panni, cercare di capire le sue traversie evolutive, comprendere la sua sofferenza – non solo la nostra – è l’unico mezzo per poter intendere perché l’offensore ha fatto ciò che ha fatto.

Il gesto del perdono diventerebbe più facile se anziché restare ancorati alla logica di un mondo diviso in due: giudici da una parte e condannati dall’altra, ci considerassimo tutti persone che  fanno errori a volte tremendi – perché l’errore è tipico dell’essere uomini –  e se avessimo l’umiltà di non ritenerci i detentori della giustizia.

Un’ultima considerazione: sarebbe un pensiero scorretto credere che il perdono si riduca all’assenza di rancore; una specie di vuoto, di cancellazione dei sentimenti, oppure che sia il semplice sollievo per la fine di una tensione come avviene per un muscolo che si rilassa dopo un enorme sforzo. Il perdono, per chi riesce ad entrare nella sua logica paradossale, è una qualità positiva. È uno stato sublime di gioia, di fiducia negli altri, di generosità traboccante (anche in mezzo alla sofferenza più grande!), che libera da una catena di orrori. Chi non riesce a perdonare, chi trascina la propria vita in uno stato permanente di rabbia e di rancore, resta prigioniero degli istinti di natura di cui abbiamo ampiamente parlato. La capacità di perdono invece, con la pienezza della gioia che ne consegue, non ci è data dalla natura ma è una faticosa conquista della libertà dell’uomo purché egli lo voglia.