Io sono la via, la verità e la vita

IL VANGELO DI GIOVANNI

Seminario tenuto da PIETRO ARCHIATI

Sasso Marconi (BO) dal 25 al 29 Agosto 2004

Fascicolo 7

dal capitolo 14,1 al capitolo 15,27

14, 1 – I discorsi dell’Ultima Cena

15, 27 – La vite e i tralci

Ultima Cena – Beato Angelico

14,6. Gli dice Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita”

“Gli dice Gesù: Io sono la via, la verità e la vita” -Egw eimi h odoV kai h alhqeia kai h zwh (egò eimi è odos kai è alètheia kai è zoè)-. Una delle frasi più famose del cristianesimo, e ringraziamo Tommaso che con questa domanda che, insomma, ha fatto a nome di tutti noi, gli ha tirato fuori quella bella risposta che commenteremo dopo la pausa.

Intervento. Volevo solo aggiungere che avevo notato che la domanda che fa Tommaso è complementare a quella di Pietro; cioè, lui presuppone la via… Pietro chiede, dove andiamo?

È la mèta, e Tommaso gli dice, se non lo sappiamo dove andiamo non possiamo neanche sapere la via, quindi è il discorso delle polarità, che in realtà sono unilaterali come domande, nel senso che una richiama l’altra ma sono staccate mentre vanno tutte e due insieme per capire quello che dice il Cristo.

Archiati. questo ci porta a riassumere il discorso, mettendo tutti e due insieme.

Pietro dice: “dove andiamo a finire?” E il Cristo cosa gli dice: “dove vai a finire lo saprai soltanto quando ci arrivi”, in fondo detto in parole povere. E allora? Ci resta soltanto la strada: la strada, i passi, cioè il pezzo di strada sulla quale ci troviamo, e Tommaso pone l’altra domanda unilaterale, e dice: “ma se non sappiamo dove andiamo, come possiamo sapere… conoscere la strada?”

In altre parole, sono due unilateralità che ci fanno perdere l’umano. L’umano è nel dinamismo, nell’interazione tra l’ideale che mi dice “dove devo arrivare” e la capacità di incarnare, di realizzare questo ideale passo per passo. Perché se io un ideale non lo realizzo passo per passo, percorrendo la strada completa che mi porta lì, non ci arriverò mai.

E, posto in altro modo: qual è il rapporto tra i passi concreti da compiere e la mèta da raggiungere?

Più compio i passi concreti e più mi si chiarisce la mèta; e più mi chiarisco la mèta, a livello di conoscenza, di anticipazione conoscitiva, e più so, e meglio so quali passi compiere; ma il rapporto è reciproco. Il rapporto è reciproco, io non posso sapere quali passi compiere senza perlomeno conoscitivamente, anticipare la mèta; ma non posso anticipare la mèta sempre meglio e a ragion veduta, non posso conoscere completamente la mèta se non percorrendo i passi.

In altre parole, l’umano è fatto di due dimensioni: -la dimensione della conoscenza, la dimensione intellettuale – anticipa conoscitivamente le mète da raggiungere – -e la dimensione morale che è la trasformazione concreta, a brano a brano, passo per passo, dell’essere per arrivare a queste mète.

La dimensione conoscitiva, che conosce a livello di pensiero le mète ultime, senza la dimensione morale, diventa vuota astrazione; e la dimensione morale, quella del fare i passi concreti, che disdegna l’impegno conoscitivo di sapere dove si deve arrivare, è puro egoismo. E’ voler essere buoni senza sapere in che cosa consiste il bene umano, perché il bene conoscitivo fa troppa fatica… si fa troppa fatica!

E l’umano consiste in tutti e due. Si capisce il discorso? Perché di persone che vorrebbero essere buone e che dicono peste e corna di ogni teoria ce ne sono tante, ma vogliono essere buoni senza sapere conoscitivamente in che cosa consista oggettivamente il bene umano! E in che cosa consista oggettivamente la pienezza dell’umano è una questione di conquista conoscitiva, di cammino intellettivo, intellettuale… E abbiamo nel mondo d’oggi un sacco di gente che a livello di conoscenza poltrisce su tutta la linea, e poi si chiede perché è infelice! Torna il discorso?

Quindi, dal momento in cui noi privilegiamo la conoscenza…conoscenza…conoscenza… ma non facciamo i passi, usciamo dall’umano! Dal momento in cui uno deve fare, fare, fare… diventare buoni, aiutarci a vicenda, e nel sociale, essere attivi, eccetera… senza avere la minima idea di dove andiamo come evoluzione umana, svuotiamo l’essere umano, perché lo svuotiamo quando gli portiamo via la dimensione di evoluzione di coscienza, e lo svuotiamo quando gli portiamo via la dimensione di evoluzione morale.

A livello di coscienza, cari amici, chi ci proibisce di anticipare, come spiriti pensanti, tutte le vite evolutive aperte allo spirito umano? Perciò siamo stati creati come spiriti pensanti, e se non ci facciamo un’idea sempre più chiara, sempre più avvincente, delle mète da conquistare come esseri umani, come vogliamo fare i passi concreti? In che direzione? Non abbiamo il criterio per sapere che cosa realizza l’umano e che cosa non lo mortifica.

E queste due dimensioni dell’umano ce le abbiamo nella nostra tradizione occidentale a partire da Aristotele, dai filosofi greci, tutto il cristianesimo: “Fatti non foste a vivere come bruti ma per seguir virtude – la dimensione morale – e conoscenza” – la dimensione intellettiva -. Da che mondo è mondo ci è sempre stato detto: “l’umano consiste di queste due dimensioni fondamentali, la testa e il cuore”. Una testa senza cuore – in Toscana la chiamano “acchiappanuvoli”, fantasticherie – se non le realizzi moralmente, se non le fai… a che ti serve? Una testa senza cuore non è un uomo; un cuore senza testa, eh non crediate mica che sia maggiormente un uomo! No, no. Puro egoismo: vuol essere buono a tutti i costi! No, non si può essere buoni a tutti i costi! Si può essere buoni, moralmente buoni, soltanto seguendo le leggi oggettive dell’umano, e quelle vanno imparate, vanno afferrate conoscitivamente.

Il buono non si può imporre come comandamento morale perché il buono supremo è soltanto la libertà, soltanto nella libertà l’essere umano è buono…

Ma libero sono soltanto nelle cose che capisco.

Questo, il modo in cui la domanda di Pietro sulla mèta, che si riferisce al cammino principalmente di conoscenza, di anticipazione conoscitiva; e la domanda di Tommaso che si riferisce alla via, ai passi concreti, ci rendiamo conto che il vangelo è articolato….prendendo due dei dodici apostoli; adesso poi ne arriveranno altri due, ché pongono la domanda sullo spirito, il Padre e la materia, il mondo refrattario; in questa quaterna, dove c’è il mistero dell’evoluzione nel tempo, la tensione, tra la mèta finale e i passi nel presente, e la tensione primaria nello spazio, nel contemplare fra spirito e materia… il testo, mettendoci alla base queste quattro domande dei quattro apostoli, che cos’è?

E’ una partitura fondamentale che serve ad ogni spirito umano. Non ha nulla a che fare con una religione particolare che va bene solo per cristiani; è un testo che va bene per essere umani, nella misura in cui assurgono al livello di ciò che è universalmente umano.

E universalmente umano è l’intellettivo del pensare e il morale dell’amare. Perché una persona – e non m’importa nulla se appartenga a un popolo o se abbia un diverso colore della pelle, o se appartenga ad una religione anziché ad un’altra, non m’importa nulla -, in quanto essere umano deve ben capire che queste sono le due dimensioni dell’umano, fondamentali.

Il cammino del pensiero – capire le cose – e il cammino morale – fare le cose, attuarle, realizzarle-.

Dove vado? = Mèta conoscitiva

La strada = Cammino morale passo per passo

Spirito

Materia

Il testo integrale disponibile a questo link

Beato Angelico – “L'istituzione della Eucarestia (1450)”

 

 

IO SONO LA RESURREZIONE E LA VITA

IL RINASCERE DI OGNI UOMO

Pietro Archiati
Dal 5° volume del commento al Vangelo di Giovanni – Atti del seminario di Castel San Pietro Terme dal 25 al 30 agosto 2003

Gustav Dorè - “La resurrezione di Lazzaro”
Gustav Dorè - “La resurrezione di Lazzaro”

 

Lunedì 25 agosto 2003, sera – Introduzione

Benvenuti a tutti!

Nell’ultimo incontro eravamo arrivati al capitolo 9, dove si parla del cieco nato. Anche nei sinottici di Matteo, Marco e Luca ci sono guarigioni di ciechi, certo che ci sono. Però, se proprio volete cogliere una differenza molto importante, in nessun altro vangelo c’è la guarigione di un cieco nato.

Nel vangelo di Giovanni c’è soltanto una guarigione di un cieco, ed è il sesto dei sette segni di questo vangelo (l’ultimo segno che ancora vedremo nell’11° capitolo è il risveglio di Lazzaro). I miracoli del Cristo nel vangelo di Giovanni vengono chiamati “segni” e non “miracoli”. Il sesto segno è la guarigione di una persona nata cieca, e tutto il testo continua a sottolineare il fatto che è nata cieca; pensate voi che sia importante questo fatto? Nella teologia tradizionale non ci si dà importanza più di tanto, anche perché gli altri tre vangeli parlano di guarigioni senza neanche riferire che ci sia un cieco nato.

Faccio un’introduzione, questa sera, prima di entrare dentro questo evento bellissimo: uno dei tratti fondamentali dell’operare del Cristo – cosa che avviene in questo momento e sempre – è di ridare la vista a esseri umani che sono nati ciechi. Occuparci del vangelo, occuparci del fatto che il Cristo dà, ridà la vista a un cieco nato, per noi può essere interessante soltanto se cogliamo l’aspetto fondamentale che ci riguarda tutti, uomini e donne: e cioè che essere uomini significa strutturalmente essere nati ciechi. Perché se noi non siamo tutti nati ciechi, allora non ci riguarda il fatto che il Cristo guarisca un cieco nato. Non mi riguarda se non sono io.

Soprattutto per coloro che sono nuovi, in tanti già lo sanno, devo dire che con tutta la filosofia e soprattutto la teologia, l’esegesi, la conoscenza del greco, io non sarei in grado di star qui a dirvi le cose che sto per dire senza gli apporti, ai miei occhi colossali, enormi, di questo gigante dello spirito che è Rudolf Steiner – “pietra scartata”. Ogni gigante deve cominciare come “pietra scartata” altrimenti sarebbe una mezza cartuccia. Se viene recepito troppo alla svelta vuol dire che l’impulso che porta non è immenso.

L’impulso del Cristo è talmente smisurato che anticipa tutta la seconda metà dell’evoluzione e quindi è chiaro che deve essere una “pietra scartata”, perché gli esseri umani ce ne devono mettere di tempo per recepirlo! Dopo duemila anni abbiamo cominciato sì e no a capirci qualcosa, se tutto va bene… Allora, se questo fantomatico Rudolf Steiner pone le basi conoscitive, cioè i presupposti di coscienza per il ritorno del Cristo (per un nuovo inizio del cristianesimo, se preferite, le categorie possono essere tante), se così è (come io ritengo e chi mi conosce lo sa), allora la sua scienza dello spirito avvia l’ingresso del Cristo nella coscienza del singolo.

La differenza tra la prima e la seconda venuta del Cristo – lo dico adesso con parole mie, ma sono cose fondamentali – è che la prima è stata l’opera del suo amore per l’umanità: si è incarnato, ha fatto quello che aveva da fare, ha detto quello che aveva da dire, è morto ed è risorto. La prima venuta del Cristo è un evento storico e metastorico, spirituale, universale, e proprio perché ha una sua oggettività come evento storico, gli esseri umani hanno tutto il tempo, tutti i millenni per prendere posizione in base al loro pensiero.

La cosiddetta seconda venuta del Cristo non è un ripetere la prima, perché se lo fosse vorrebbe dire che la prima è manchevole di qualcosa – non sia mai!, perché il concetto del Cristo è quello sommo della perfezione, della vastità, del massimo che gli esseri umani riescano a pensare.

Il Cristo non è venuto a fare qualcosa agli esseri umani, altrimenti farebbe tutto lui, nella completezza, e noi non avremmo nulla da fare. Il Cristo è venuto invece a rendere possibili tante cose, tanti passi evolutivi alla coscienza e al cuore dell’uomo. In altre parole, l’amore del Cristo per gli esseri umani sta nel fatto che si rifiuta di trattarci come bambini, perché allora non ci amerebbe, amerebbe se stesso in noi. Egli ci mette a disposizione tutti gli strumenti per diventare sempre di più cogestori responsabili dei destini della terra e dell’umanità, in base al capire sempre meglio i destini della terra e dell’umanità, a partire dalla libertà, a partire dalla consapevolezza.

La seconda venuta non è più universale, ma individuale. Non è più un fatto storico oggettivo uguale per tutti, ma è un’acquisizione del singolo. Sono io che faccio entrare il Cristo nella mia coscienza, nel mio pensiero. Questa seconda venuta è quindi un evento della libertà del singolo, avviene in tempi diversi, con intensità diverse, a seconda degli individui umani.
[…continua]

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Il Vangelo di Giovanni: l’adultera – il cieco nato

Dal quarto seminario del ciclo sul Vangelo di Giovanni, tenuto da Pietro Archiati a Rimini (RN) dal 26 al 30 Dicembre 2002

… Il vangelo di Giovanni è un testo nel quale il fattore religione diventa un fattore di conoscenza e di coscienza, e soltanto come conseguenza di ciò che avviene nella testa si accende il cuore; il cuore vive una gioia senza fine e l’assunto che sta alla base di questo tipo di esercizio è che l’essere umano gode nel cuore, gode nel sentimento la metà, quando il cuore e il sentimento non vengono accompagnati dalla conoscenza. Quando invece, come dire, precede la conoscenza, precede la scienza e quindi l’attività pensante della testa, il cuore ed il sentimento vengono raddoppiati. Quindi una religione senza testa è una mezza religione, e una religione come conseguenza di un cammino di coscienza e conoscitivo è una religione che raddoppia anche la gioia, il calore.…

… Il vangelo di Giovanni è quindi, per eccellenza, il testo fondamentale della conoscenza, del Logos. Il vangelo di Giovanni è un esercizio di pensiero dall’inizio alla fine. E quello che io faccio qui in italiano, un po’ balbettando, se volete, perché soffro un po’ del fatto di non esserci dentro in questa bella lingua – sono decenni che sono fuori e la mia conferenza autobiografica ve ne dà un’idea – però a parte questo, avendo fatto studi classici in Italia bene o male me la cavo, quello che io faccio qui davanti a voi -ripeto, per quanto modestamente magari arrabattandomi – per quanto mi riguarda sono sempre esercizi di pensiero, di conoscenza, di pulizia intellettuale.…

E la pulizia intellettuale sta nel fatto che ci si rimette in tutto e per tutto all’autorevolezza intellettiva di chi ascolta; in altre parole, ogni ascoltatore viene trattato come essere umano capace di prendere posizione conoscitiva in proprio nei confronti di ciò che si dice; quindi io non tollero che qui ci sia qualcuno che mi crede, che crede soltanto perché l’ho detto io; sarebbe una distruzione dell’esercizio che si fa. Parto da questo presupposto e mi aspetto che ci siano persone che bene o male capiscano quello che io dico – e sto parlando italiano non tedesco – e nel momento in cui lo capiscono lo facciano proprio e lo gestiscano.

Ognuno a modo suo. Questo mi interessa, e questo è bello.

8,4 – Gli dicono: «Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. 8,5 – Nella legge Mosè ci ha comandato di lapidare cotali donne. Tu dunque cosa dici? 8,6 – Ciò dissero per metterlo alla prova affinché avessero un capo di accusa per accusarlo, Gesù invece chinandosi verso il basso scriveva nella terra col dito…

… È il tranello attraverso cui ognuno di noi potrebbe convincersi che la libertà non è possibile: se fai così ti tagliano la testa, se fai colà ti tagliano la testa. Se dice: «Sì, uccidetela», lo accusano. Se dice: «No, non uccidetela», lo accusano.

Perché l’essere umano trova sempre nuovi tranelli, nuove tentazioni, nuovi tentativi per screditare la forza del Cristo dentro di sé? Per poter poltrire, per aver la scusa di non esercitare la libertà individuale. Quindi è importante che noi terminiamo di sentirci migliori di quegli scribi e di quei farisei, perché se noi pensiamo: «Quegli scribi e quei farisei sono quella gente là di allora», non abbiamo capito nulla del testo! Il testo è fatto apposta per farmi capire dove sta in me lo scriba, e dove sta in me il fariseo. Perché se io penso di non avere dentro di me lo scriba, di non avere dentro di me il fariseo, non ho capito nulla di me stesso! Perché non avrei né l’uno né l’altro da superare, non avrei nulla da fare e non sarei nulla!

Quindi la domanda è: dove e come faccio io il fariseo, continuamente, nella società in cui vivo, nel mondo del lavoro, in famiglia? E come e dove faccio io lo scriba, continuamente? Allora il testo funziona.
Perché questi scribi e questi farisei chi sono?
Ogni essere umano… ogni essere umano.

Come può la forza del Cristo venire coltivata, sorgere, diventar sempre più forte, senza che questa forza del Cristo dentro di me, una forza di mediazione – la forza del centro, di rifare sempre l’equilibrio tra unilateralità – come può questa forza di equilibrio tra unilateralità in me venire esercitata senza che ci siano in me tutte e due le unilateralità?

Quindi si tratta di conoscerle in me, non in quegli scribi, non in quei farisei…

Il download integrale del Quarto fascicolo sul Vangelo di Giovanni (Dal seminario sul Vangelo di Giovanni tenuto da Pietro Archiati a Rimini dal 26 al 30 Dicembre 2002) è disponibile a questo collegamento.

 

Vuoi tu diventare sano? Il risvegliarsi delle forze di volontà

Dal secondo seminario del ciclo sul Vangelo di Giovanni, tenuto da Pietro Archiati a Rimini (RN) dal 26 al 30 Dicembre 2001

Gustav Dorè - “La Samaritana e Gesù”

Man mano che colui che gli Ebrei chiamavano il Messia, l’Unto del Padre, parla con la samaritana, si ha la possibilità di verificare se è vero che lo spirito umano di fronte a tutte le sue manifestazioni può dire: qui ravvedo lo squadernarsi di momenti fondamentali e sempre essenziali (nel vangelo di Giovanni non c’è mai nulla di accidentale) della mia stessa fenomenologia – naturalmente quest’ipotesi io la faccio a ragion veduta: sta a voi verificare. Se così fosse, significherebbe che l’incontro tra la samaritana e il Cristo è l’esperienza eterna, che dura sempre, del modo in cui l’anima umana viene confrontata con la totalità delle sue potenzialità evolutive. Lo spirito di ognuno di noi è la totalità di ciò che la sua anima può divenire, mentre l’anima è ciò che ognuno è, ma proprio concretamente. Ognuno deve avere il coraggio non solo di essere sincero con se stesso, di conoscersi oggettivamente, ma anche di gioire di ciò che è: chi non è capace di gioire del proprio punto di partenza, se ne mette in testa un altro che non è il suo, che non gli appartiene, e non riesce a camminare. Il presupposto dell’anima è il godimento, la gratitudine e la gioia di trovarsi dove si trova, di essere così com’è. Godere di sé. Non è un autocompiacimento: è l’essere grati per tutto ciò che ognuno ha compiuto – e ognuno di noi ha alle spalle parecchi millenni di evoluzione: non è una cosa da poco essere un’anima umana. È la gioia di vedere che c’è in me, proprio così come sono, una potenzialità, una chiamata, una provocazione infinita a conquiste che l’evoluzione mi darà la possibilità di raggiungere; però queste conquiste vengono rese possibili dal fatto che io accetto, con sincerità, onestà e anche gratitudine, di partire da là dove sono.

Sta a ciascuno di noi vedere nella fenomenologia della samaritana la sua propria anima, riconoscersi in lei e personalizzare così questa figura del vangelo: in lei si mostrano le manifestazioni archetipiche dell’umano, quelle che valgono per tutti, pur se in mille variazioni. Quindi un’altra dimensione del vangelo di Giovanni è l’universalità: parla solo di cose valide per ogni uomo e perciò fin dall’inizio insiste sul Logos, che è il senso e il destino onnicomprensivo del cammino umano. Il Logos, il Cristo, è la totalità dei pensieri divini come conquista evolutiva dell’uomo. Il Logos non si limita al popolo ebraico: già il primo segno, quello delle nozze di Cana, si svolge in Galilea che etimologicamente significa: mistura di sangue. La Galilea era una regione dove le forze ataviche, quelle che venivano mantenute intatte celebrando matrimoni esclusivamente dentro la stessa genìa, erano state disperse perché da tempo le unioni non erano più tra consanguinei. Il rompersi di questa magia del sangue è l’apertura dello spirito umano a ciò che è universale. E la samaritana è una straniera, una specie di moderna extracomunitaria per i giudei di allora: e questo è importantissimo nel vangelo di Giovanni, perché sottolinea l’universalità dello spirito umano che va oltre il popolo, la lingua, la razza, la religione.

Riassumo adesso per sommi capi i capitoli che precedono l’incontro con la samaritana, e che hanno costituito l’oggetto del nostro precedente lavoro.

Le due affermazioni di apertura erano: operante dentro la realtà primordiale dell’evoluzione c’era il Logos, il Verbo, la Parola creante, il pensiero creante; la direzione del Logos, prima volto verso la Divinità, è di farsi carne, di entrare nel mondo umano per dare la possibilità a ogni uomo di evolversi sempre di più verso la dimensione del divino. La differenza tra l’umano e il divino non è una differenza di principio, ma evolutiva. Tutte le Gerarchie angeliche sono esseri divini e vengono chiamati θεοι (theòi), in greco, anche nel Nuovo Testamento. Il problema nostro è l’aver abolito il plurale mantenendo solo il singolare: Dio. E di Dio, diciamo noi, ce n’è uno solo. La corrente giudaico.cristiana del monoteismo ha ostracizzato la corrente politeistica dei greci; ma se poniamo la domanda: di esseri divini ce n’è uno solo o sono tanti? possiamo rispondere che il divino ha dei gradi, come l’umano. Il senso di questa unilateralità del monoteismo è che pedagogicamente, nell’evoluzione dell’umanità, per 2000 anni – circa per il tempo che il Sole impiega per passare da un segno zodiacale all’altro – ha rafforzato nell’uomo l’esperienza dell’Io, dello spirito. Quando un essere umano dice “Io”, fa un’esperienza del tutto monoteistica: non esiste l’esperienza degli “Ii”. La parola Io non ha il plurale ed è giusto: l’Io è l’esperienza del punto in cui tutta la moltitudine degli impulsi animici del mio essere viene portata all’unità. Io sono colui che, in quanto spirito unitario, gestisco la pluralità dei fenomeni animici. Tutto ciò che è nell’anima, quindi, si esprime meglio col politeismo – l’anima è politeistica, è una pluralità infinita di impulsi – e tutto ciò che ha a che fare con l’Io si può esprimere solo in termini di monoteismo.

I 12 segni

Adesso vi chiedo: chi ha ragione? La tradizione giudaico-cristiana che dice: c’è un Dio solo, oppure la tradizione greca che dice: ci sono tanti dèi? Tutti e due hanno ragione! Gli dèi e le dèè dei greci sono reali, ma si riferiscono a divinità che reggono il cammino dell’anima, a divinità che si esprimono nell’uomo in quanto impulsi animici. Il monoteismo della tradizione giudaico-cristiana è non meno vero, ma si riferisce all’Io, allo spirito, non all’anima. Noi ci troviamo a un punto dell’evoluzione in cui dobbiamo vincere tutt’e due le unilateralità, mettendole insieme; comprendendo, cioè, che l’essere umano è fatto sia di spirito (e qui vale il monoteismo) sia di anima (e qui vale il politeismo). Poiché il vangelo di Giovanni presenta le cose in un modo valido per tutti i tempi, la questione se il divino sia uno o molteplice la lascia nascosta; come un tesoro in un campo: c’è, ma va scoperto. Tant’è vero che al decimo capitolo c’è la fatidica frase del Cristo – e che sarà motivo per decidere la sua condanna a morte – che dice: “Voi siete dèi”, θεοι εστε (theòi estè). Ognuno di noi è un essere divino unitario in potenza, un Io, ma gli Io umani sono tanti: e dunque dobbiamo riaprire al plurale il concetto del divino. Dèi. La differenza tra l’umano e il divino, dicevo prima, è una differenza di gradi d’intensità; l’umano è il divino all’inizio della sua evoluzione. Ciò che noi chiamiamo “il divino” è la prospettiva evolutiva dell’umano e man mano che l’uomo si evolve, diventa sempre più divino. Non ci sono salti (o divino, o umano), ma c’è continuità. Tant’è vero che è previsto – come la scienza dello spirito di Rudolf Steiner ampiamente mostra – che si riscoprano tutte le gradazioni del divino: le Gerarchie angeliche. Si scoprirà che gli Angeli sono molto più divini degli uomini, ma molto meno divini degli Arcangeli; e gli Arcangeli sono molto meno divini dei Principati… e così via. La differenza fondamentale tra il divino è l’umano è nella vastità di coscienza: più vasta è la coscienza, più un essere è divino; più ristretta è la coscienza e più un essere è umano. L’eternità è una coscienza così vasta che abbraccia in sé la totalità del tempo, che le è compresente dall’inizio alla fine. Il genitore rispetto al bambino piccolo è più divino perché ha la capacità di abbracciare spazi di tempo più ampi e tenerli compresenti nell’orizzonte della sua coscienza. L’adulto è capace di progettare, il bambino no. In tutto l’universo non ci sono che vari stadi e stati di coscienza, diversi per vastità e profondità. Naturalmente noi usiamo immagini spazio-temporali: nel divino spazio e tempo vengono superati… []

Vuoi tu diventare sano? Il Vangelo di Giovanni 2° fascicolo

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Nel principio era il Logos

LA LUCE DEL PENSARE CHE SPIEGA IL CREATO

Dal seminario sul Vangelo di Giovanni tenuto da Pietro Archiati a San Galgano (SI) dal 25 Agosto al 1 Settembre 2001

La prima frase del vangelo di Giovanni è: “Nel principio era il Verbo”, Εν αρχη ην ο λογος (en archè en o lògos).

Nel principio era la Parola, il Verbo, il Logos. Una delle chiavi interpretative è proprio la prima parola: non dice all’inizio, ma nell’inizio: εν αρχη (en archè). Noi tendiamo a rendere tutto astratto in questo povero mondo materializzato, perché abbiamo perso la capacità di cogliere lo spirituale nella sua realtà: e il compito è proprio di riconquistarlo a partire dal nostro lavoro. Perché il testo non dice astrattamente “all’inizio”, ma “dentro l’inizio”? Vuol dire che ci dev’essere qualcosa dentro la quale il Logos cominciò a operare: è la sostanza primordiale del mondo, il caos primordiale. La funzione del Logos è mettere ordine, logica, dentro questa sostanza caotica, perché il mondo senza Logos è caos, appunto. I pensieri del Logos entrano nel caos e ne fanno un kòsmos (κοσμος). Cos’è la cosmesi, la cosmetica? È farsi belli. Il cosmo è dunque il caos fatto bello, ordinato dal Logos, dal pensiero. Kοσμος significa in greco “mondo ordinato”, cioè fatto secondo una “logica”.

Gustav Dorè – Le nozze di Cana
Gustav Dorè – Le nozze di Cana

Un paragone può aiutarci: supponiamo che un gruppo di persone vada a visitare un podere abbandonato; forse lo vogliono comprare e ristrutturare. Cosa trovano? Una realtà che per tanto tempo è rimasta senza Logos, senza pensieri umani che ponessero ordine, che decidessero: qui va ritirata su questa parete, qui ci vuole un bel cespuglio ecc. Ora, queste persone che vanno a decidere il da farsi, che cosa portano in questo caos? Il Logos. In senso realissimo. Perché i pensieri strutturanti non sono un nulla, ma sono la realtà così poderosa da decidere delle sorti di quel podere.

Facciamo un passo indietro e chiediamoci: cos’è il caos, da dove viene? Il testo, lo vediamo, non presuppone una partenza dal nulla, che sarebbe un’astrazione. Il concetto di creazione dal nulla è stato sempre un grosso problema: se Dio creasse soltanto dal nulla, significherebbe che c’è stato un tempo in cui, poveretto, non era creatore. Era un fannullone? Tommaso d’Aquino risolve la questione dicendo: dal punto di vista del raziocinio umano, che è ben altra cosa rispetto al Logos cosmico, si può dimostrare sia che la creazione è eterna, sia che è cominciata in un tempo. Il vangelo di Giovanni non fa speculazioni, che non servono a nulla, e parte quindi da una realtà caotica nella quale il Logos si immette per formarla. Cosa potrebbe essere questo caos, questo tohu vabohu di cui parla il Vecchio Testamento (Genesi 1,2)? Tou vabou significa “vuoto e tutto confuso”, privo di ordine. È ciò che Aristotele e Tommaso d’Aquino chiamano materia prima, il sostrato che non ha ancora nessuna strutturazione. Il Logos entra e struttura.

Premetto, per chi fra voi conosce Rudolf Steiner, che la sua scienza dello spirito dà fondamenti e presupposti aggiuntivi per capire il testo. Una delle cose che mi ha assolutamente convinto della moderna scienza della realtà spirituale inaugurata da Steiner è che questi testi, affrontati con le sue chiavi di lettura, risultano di una scientificità e di una perfezione assolute. Non a caso Rudolf Steiner afferma che il vangelo di Giovanni si può avvicinare in modo degno soltanto se si mette ogni parola sul bilancino dell’orefice. Ogni singola parola. Steiner intende dire che è un testo di una precisione scientifico-spirituale assoluta.

Nel mondo in cui viviamo, ci sono quattro realtà fondamentali: quella minerale, quella vegetale, quella animale (il latino e l’italiano usano la stessa parola per l’animale e per l’anima) e infine il livello dello spirito, del Logos. Ciò che il vangelo di Giovanni presuppone è che la realtà iniziale da cui trae origine tutta l’evoluzione e dentro la quale il Logos viveva ed era operante, non si trovava al suo inizio assoluto, ma al quarto gradino dell’evoluzione. (Nota di metodo: è mia intenzione dire soltanto cose che ognuno abbia la possibilità di controllare in base al suo pensiero; perciò, se dicessi cose che non tornano alla vostra capacità pensante, è vostro compito farvi sentire. Dogmi non ce ne devono essere).

Allora, supponiamo che ci sia stato un primo gradino della creazione dove si sia posto il fondamento del minerale.

Evoluzione terrestre

Quando al minerale si vuole aggiungere il vegetale, lo si può fare immediatamente, cioè in chiave di pura continuità? No. Bisogna riportare il minerale a un livello spirituale, bisogna ricaotizzarlo, ricominciare da capo per ristrutturarlo in modo che sia tale da rendere possibili i fenomeni della vita. Un mondo minerale nel quale non sia prevista la vita ha tutt’altre leggi di evoluzione che non un mondo dove il minerale sia tale da farsi sostrato alla vita. Deve ricominciare il suo ciclo, bisogna ripartire da una rinnovata e adeguata ristrutturazione del minerale. Andiamo avanti: adesso bisogna rendere possibile il terzo gradino, quello animale. Perché il minerale e il vegetale siano tali da fare da doppio sostrato agli organismi animali, bisogna di nuovo ricominciar da capo, bisogna operare un’altra mischiata, per così dire, – ecco il caos – e imprimere sia al minerale sia al vegetale leggi di evoluzione tali che sfocino nell’animale. L’evoluzione non si è fermata all’animale, però. Il senso dell’evoluzione è il quarto gradino, dove arriva l’essere umano: lì sorge lo spirito, e non c’è nulla che sia più dello spirito. All’inizio del quarto gradino evolutivo, allora, bisogna di nuovo caotizzare il tutto, tirar via come principio supremo sia le leggi del minerale, sia del vegetale che dell’animale, per ritrasformarle, subordinarle, cioè ordinarle “logicamente” tutte e tre alla legge suprema dell’umano.

Il testo integrale del primo fascicolo è ora disponibile su LiberaConoscenza.it, selezionando questo collegamento

I FATTORI DELLA VITA

Commento a “La Filosofia della Libertà” di Rudolf Steiner
Volume 8

Pietro Archiati

dal Cap. VIII, al Cap. IX, par. 18

Rocca di Papa (RM) 30 settembre – 3 ottobre 2010

La Filosofia della libertà 8 - fronte

Benvenuti a tutti di nuovo, questa volta cominciamo con la seconda parte della Filosofia della libertà finalmente. La prima parte è intitolata “La scienza della libertà” e la seconda parte si intitola – cosa bellissima – “La realtà della libertà”. La differenza si evince proprio da questo modo così essenziale di esprimere queste due dimensioni. Il pensare, il riflettere, il ragionare ci fa capire, ci dà la scienza, la conoscenza, il sapere riguardo alla libertà, cosa ci dice la scienza della libertà? Si può riassumere in un enunciato, in una frase, la scienza della libertà ci dice tutta la prima parte che la libertà è l’essenza dell’uomo, e che la libertà è nel pensare. L’uomo è l’essere pensante e poiché è l’essere pensante è l’essere che è libero, essere liberi e essere pensanti è la stessa cosa. Però a che mi serve sapere in chiave di scienza, di conoscenza che la libertà è l’essenza dell’uomo se non la realizzo? Quindi la libertà non è soltanto un fatto di conoscenza, che io vengo a sapere, ma è un fatto morale, la libertà diventa reale solo nella misura in cui l’uomo la realizza. Quindi questa seconda parte, realtà significa la realizzazione, il rendere reale la libertà, esercitarla, portarla all’essere, non soltanto sapere tutto sulla libertà ma vivere da liberi. E perciò ci dicevamo che la seconda parte in un certo senso, è ancora più interessante, più micidiale, perché si tratta adesso di vedere in che modo l’individuo realizza, fa della libertà conosciuta una realtà, la realtà della sua vita, la realizza, proprio la crea, la seconda parte è il creare la realtà della libertà, viene creata, la libertà è qualcosa che l’uomo crea, e se non la crea non c’è. Ognuno ha tanta libertà quanta ne crea, quanta ne realizza, e potenzialmente ognuno la può realizzare all’infinito, non ci sono limiti alla realizzazione della libertà. Un altro modo di riassumere la prima e la seconda parte, la prima parte Steiner la riassume in tedesco con la parola …. un monismo di pensieri. Il monismo del pensare, quindi la prima parte esprime la logica del pensare, cos’è il mondo? È il pensare del Logos, il più grande logico pensatore che ci sia, i greci lo chiamano Logos, il pensatore divino, il pensatore supremo, il pensatore più artistico più creatore che ci sia, ha sfornato col suo pensare il mondo. Cosa sono le cose? concetti del Logos, idee del Logos, pensieri del Logos, un bel giorno ha avuto il pensiero della rosa e la rosa fu! Perché cos’è la rosa? Un pensiero. Ha avuto un pensiero della giraffa, e la giraffa fu! Cos’è la giraffa? Un pensiero. Tutto è pensiero, ogni cosa è una struttura di pensiero. Anche una macchina una Gilera, io ho fatto quattro anni a Roma in Gilera, poi si è rotta e gli altri cinque anni li ho fatti in bicicletta, allora ho notato che ci sono sette Colli a Roma! Una Gilera cos’è? anche una bicicletta cos’è? una struttura di pensiero realizzata, se non c’è alla base una struttura di pensiero non salta fuori una macchina, anche una casa è una struttura di pensieri. Quindi tutto è all’origine pensare creatore, il pensare come potenzialità all’infinito e i pensieri, i singoli concetti sono attualizzazioni puntuali di questa facoltà all’infinito del pensare. E il pensatore a livelli astronomici, i greci lo chiamavano il Logos, ma non soltanto i greci anche il Vangelo di Giovanni dice: en archè en o Lògos all’inizio di tutto ci fu, c’era, c’è sempre il pensare creatore, il pensare che crea intuitivamente. Noi creature del Logos, fatte a immagine e somiglianza del Logos partecipiamo di questa facoltà creativa, artistica in assoluto che è il pensare. …

 Il donwload del testo integrale selezionando questo link.

La Filosofia della libertà 8 - retro

Prendersi cura di sé: la positività, la spregiudicatezza, l’armonia interiore

Pietro Archiati, in Cammini dell’anima, ha raccolto gli ultimi tre esercizi in un’unica proposta. Ben volentieri ci adeguiamo a questa sua scelta, sicuri che essa potrà anche andare incontro al vostro desiderio di disporre in tempi brevi dell’intera sequenza degli esercizi. Attraverso la loro pratica quotidiana ogni uomo può, se vuole, percorrere un cammino di vera saggezza.

Si conclude con oggi la nostra iniziativa, la cui attuazione resta d’ora in poi affidata alla libertà di ognuno.

Per la maggioranza delle persone le vacanze saranno ormai finite. Il nostro augurio è che ognuno, ritornando ai propri impegni abituali, possa assolverli con maggiore entusiasmo e più fresche risorse interiori.

N.B. I sei esercizi sono reperibili anche nei testi fondamentali di Rudolf Steiner: La scienza occulta e L’iniziazione.

4. La positività.

Il quarto esercizio si rivolge al pensiero e al sentimento presi insieme. Ho un atteggiamento di positività quando il mio pensiero, pur vedendo bene i lati negativi di tante situazioni, non omette di cogliere i lati positivi, e il mio cuore se ne rallegra. Se in una data circostanza una cosa non mi è possibile e un’altra sì, quale delle due è concretamente più importante? Di sicuro quella che mi è possibile. E allora perché mettere l’accento su quella impossibile? Per poltrire.

La positività è l’atteggiamento interiore che sottolinea sempre le porte che si aprono, non quelle che si chiudono. Certo che nella vita ci sono anche le porte serrate, ma se insistiamo su quelle finiamo per sbatterci il naso contro! Sono chiuse!

L’atteggiamento interiore della positività non è la miopia che non vede il negativo, o l’arte di consolarsi come faceva la volpe con l’uva: la positività è la capacità di comprendere che la forza portante dell’evoluzione di ogni essere umano sta sempre in ciò che gli è possibile.

E il possibile c’è sempre, in ogni situazione.

5. La spregiudicatezza.

Il quinto atteggiamento fondamentale riguarda il pensiero e la volontà presi insieme. È la cosiddetta apertura mentale o spregiudicatezza, è il dinamismo evolutivo interiore grazie al quale dico a me stesso: nonostante tutti i miei ritardi, nonostante tutte le mie omissioni, mi è sempre possibile imparare cose nuove, fare cose nuove. È la capacità di rinnovamento.

Ho sempre pensato così? E adesso cambio idea.

Essere capaci di pensieri e comportamenti sempre nuovi è apertura. Dalla mia casa al posto di lavoro ho sempre fatto questa strada qui: oggi me ne vado di qua… Per molti è inconcepibile! Invece l’apertura si esercita proprio così, in tante, piccole, quotidiane cose. Altrimenti ci si sclerotizza subissati dalla routine.

Anche la vita economica ci sta presentando tanti problemi perché molte persone sono incapaci di comportamenti nuovi, di professioni nuove: hanno fatto lo stesso mestiere per tanti anni e sanno fare solo quello. Questo è disumano perché l’uomo è versatile. Ma la versatilità va esercitata! Questa è l’apertura: la capacità di orientamenti sempre nuovi nel cosmo.

6. L’armonia interiore.

Il sesto esercizio consiste nel praticare insieme tutti i cinque esercizi che abbiamo descritto, affinché la nostra interiorità possa sperimentare le sue leggi d’armonia e di movimento, affinché ognuno di noi possa trarre dalla sua lira le melodie complete dello spirito.

Forse ci saremmo aspettati un esercizio sul sentimento e la volontà presi insieme. E invece, quello, non c’è. Perché se manca il pensiero manca l’essere umano. Se qualcuno ci indicasse esercizi che contemplassero una pura spinta volitiva accompagnata dall’accensione delle forze del sentimento starebbe operando nei nostri confronti pura manipolazione.

Prendersi cura di sé: l’esercizio del cielo sereno

Eccoci giunti, più determinati che mai, all’appuntamento col terzo esercizio di Rudolf Steiner, presentato nell’efficace esposizione che ne dà Pietro Archiati in Cammini dell’anima. Noterete che a differenza dei precedenti, la cui realizzazione richiede solo pochi minuti, qui si entra in una dimensione non regolata dalle lancette dell’orologio: la sfera dei nostri sentimenti, quella del cuore, che investe l’intero nostro modo di rapportarci al mondo esterno. L’intento dell’esercizio è quello di renderci padroni delle nostre emozioni. E scusate se è poco… Alla prossima!

3. L’equilibrio dei sentimenti: l’esercizio del cielo sereno

Un paio di pensieri sul sentimento: cosa sono la distensione, l’equanimità, la pacatezza, l’imperturbabilità, l’atarassia, la spassionatezza, la serenità? Sono l’attenzione alle proprie forze del cuore. Quando siamo trascinati da un’euforia estrema o quando siamo depressi da un dolore enorme, siamo totalmente incapaci sia di pensiero oggettivo, sia di forza volitiva. Quindi è importante coltivare anche i propri sentimenti.

È fondamentale capire, però, che per il cammino interiore non ci è chiesto di imparare a decidere quali sentimenti debbano nascere dentro di noi: non è questo che ci si chiede. I sentimenti che nascono dentro di me li fa sorgere il karma, non io. Se io incontro una persona e noto che mi ispira antipatia, questo sentimento non è un fatto di libertà. Non mi si chiede di fare in modo che questa antipatia venga rintuzzata: essa deve manifestarsi, perché è il risultato di forze che vanno avanti e indietro tra me e questa persona, e che insieme abbiamo costruito nel corso di diverse vite terrene.

L’esercizio del coltivare il proprio sentimento non si riferisce dunque al nascere dei sentimenti, ma al modo di esprimerli: lì possiamo esercitare la nostra libertà. Il cammino interiore consiste nel prendere nelle proprie mani il modo di esprimere i sentimenti così che essi stessi possano diventare organi di conoscenza.

Se io sono capace di controllare un’antipatia guardandola come una realtà oggettiva, essa a poco a poco mi dirà quale costellazione di forze karmiche vivono tra me e questa persona. L’antipatia mi dice: stai attento, qui hai a che fare con un rapporto più difficile di quell’altro, dove tutto è simpatia.

Un rapporto più difficile è più brutto? No, può essere anzi più bello proprio perché chiede di più. Le persone che vorrebbero essere simpatiche a tutti sono quelle che non vorrebbero far nulla. E per fortuna non c’è nessuno che sia simpatico a tutti! Dicono che l’unico essere simpatico a tutti sia stato il Padreterno, perché non si è mai fatto vedere. Il Figlio suo, che si è fatto vedere, è stato subito simpatico a qualcuno e antipatico a qualcun altro…

Non si tratta di condannare certi sentimenti o di santificarne altri: no. Si tratta di coglierli nella loro oggettività karmica. Un rapporto di simpatia mi impegna in modo ben diverso che non uno di antipatia: ma tutti e due vanno bene, se io svolgo il compito che di volta in volta mi viene chiesto.

Un rapporto di simpatia è bello perché il sole del mio Io superiore caldamente e luminosamente lo ha voluto, proprio per le forze che questo sentimento di attrazione mi dà; un rapporto di antipatia va bene lo stesso perché il sole del mio Io superiore l’ha scelto non meno dell’altro, proprio per il compito evolutivo più difficile che mi offre. Quindi il mio sole interiore è sempre sereno! Splende sempre! Perché trova calore e luce, significato, positività e possibilità evolutive in tutte le cose e in tutti gli eventi.

La serenità, la distensione interiore, è la grande forza del sentimento capace di vibrare in sintonia con la creatività dell’Io-sole, che non patisce mai nulla e tutto sceglie.

Prendersi cura di sé: l’esercizio dell’azione amata

Cari amici del blog, siamo lieti del consenso accordato alla nostra iniziativa estiva, che prosegue con la pubblicazione del secondo esercizio di Rudolf Steiner illustrato da Pietro Archiati in Cammini dell’anima.

Gran bella cosa sarebbe se l’alto numero di consensi registrato dal contatore elettronico coincidesse con altrettante decisioni di intraprendere questo cammino dello spirito, capace di trasformarci nel profondo e di risvegliare in noi forze e talenti insospettabili. Un  «Buona continuazione!» di cuore, allora, agli intrepidi che si sono già messi per strada in questi giorni e un invito altrettanto caloroso a lanciarsi nell’impresa a chi si coccolasse tuttora in seno qualche esitazione.

N.B. Precisiamo che ogni esercizio, prima di sommarsi al successivo, va praticato singolarmente per la durata di un mese.

 

2. Rafforzamento del volere: l’esercizio dell’azione amata

Il secondo grande esercizio è quello della volontà, della volontà che vuol trasformarsi da organo passivo a organo sempre più attivo. Grazie alla forza d’iniziativa della mia volontà io non «mi lascio fare» dalle cose e dagli eventi, ma li prendo in mano.

Quante volte diciamo: vorrei tanto, ma non ce la faccio, non ci posso far nulla! Ma è vero? Sì e no. Forse è vero adesso, ma finisce di esser vero se io mi adopero sistematicamente e quotidianamente a coltivare le mie forze di volontà. Grande sarà allora la mia meraviglia nello sperimentare quale e quanto vigore volitivo posso generare dentro di me. Ma è sempre questione di esercizio. Nessuno di noi può avere una volontà forte dall’oggi al domani. Così come nessuno può improvvisare una sonata al pianoforte.

L’interiorità umana è la grande Cenerentola, la grande trascurata. Questa è la nostra disumanità: non ci accorgiamo proprio di ciò che di più umano è dentro di noi. I mondi immensi del pensiero, i mondi forti e coraggiosi della volontà, i mondi di bellezza e d’incantesimo del sentimento.

L’esercizio quotidiano della volontà, nel secondo mese, consiste in questo: ogni giorno, sempre alla stessa ora e per qualche secondo o minuto (la durata qui non è importante) decido di compiere un’azione, la più insignificante possibile, o meglio la più inutile che si possa immaginare. Inutile, perché se quest’azione ha a che fare col contesto della mia giornata, possono esserci altri motivi che mi spingono a farla (e soprattutto a ricordarmi di farla!), non la pura e sola forza della mia volontà. L’unico motivo che io devo avere per fare questa azione è la mia volontà. La faccio solo perché voglio farla. Qui sta il bello.

Chi vuol fare questo esercizio deve sapere che è importante scegliere un’azione che altrimenti non farebbe. Dare esempi in proposito è sempre un’arma a doppio taglio, perché seppure in chi li dà c’è solo l’intento esplicativo di mostrare meglio la tipologia dell’esercizio, spesso in chi li annota viene favorito l’automatismo di mettere in pratica subito subito proprio il gesto suggerito. Questo impoverisce la forza di volontà di chi vuol iniziare il cammino, perché già nella scelta dell’azione da compiere c’è la volontà di qualcun altro.

Importante per questo esercizio della volontà è che lo si faccia sempre alla stessa ora, esattamente alla stessa ora: quindi ognuno deve considerare bene la propria giornata per ben collocare questo appuntamento con la volontà. Deve poter dire: adesso mancano dieci minuti, adesso manca un minuto, dieci secondi… ecco, adesso si parte! Ci vuole l’inesorabilità della precisione, che è tutta forza di volontà. E, ovviamente, dev’essere un’azione che io posso compiere senza creare disturbo a niente e a nessuno.

Supponiamo che io decida (per esempio!!) di darmi per dieci volte con la mano destra tre colpetti al ginocchio destro e lo stesso al sinistro, ovunque io sia, esattamente alle undici di sera e per tutto un mese. È una cosa sensata? No. E allora vale la pena di farla! Perché io mi do per dieci volte tre colpetti alle ginocchia? Proprio perché non c’è nessuna ragione al mondo per farlo. L’unica ragione è che io lo voglio. E questo è l’importante. Il cammino interiore è fatto di cose semplici, ma di un’importanza morale estrema perché qui si gioca sulla forza di volontà.

(Per ulteriori e interessanti approfondimenti sul valore della volontà, v. Pietro Archiati, Cammini dell’anima, pp. 103 – 110).

Prendersi cura di sé

Agosto: tempo di vacanze o di ferie, tempo di sospirato riposo in cui tutti, in un modo o nell’altro, anelano ad un cambiamento benefico del loro consueto ritmo di vita. Le vacanze sono infatti un tempo privilegiato per favorire il ritemprarsi del corpo e anche il ristoro interiore. Di quest’ultimo, in particolare, non sono pochi a mettersi in ricerca, frastornati o svuotati dalla vita frenetica che si conduce nei restanti undici mesi dell’anno.

Agosto appunto potrebbe essere il momento buono per cambiare ritmo, per decidere di equilibrare con una maggiore attenzione allo spirito la propria vita forse troppo sbilanciata verso l’esterno, verso la dispersione.

Per quanti ancora non conoscessero ­– o, pur conoscendoli, non li praticassero – i sei esercizi che Rudolf Steiner propone a quanti vogliano intraprendere un cammino evolutivo interiore, ci paiono una proposta molto salutare oltre che attuabile senza sforzi eccessivi.

A dire il vero, vi sono almeno due condizioni preliminari da soddisfare: la prima è il superamento di un certo scetticismo riguardo alla loro utilità. Lo si vince solo con la pratica, dando fiducia all’adagio provare per credere! In genere, in tempi mediamente brevi, si sperimentano notevoli progressi nei nostri modi di pensare, sentire e volere.

La seconda condizione consiste nel mettere al bando la pigrizia che tende puntualmente a bloccare sul nascere ogni buona risoluzione spirituale, scarsamente gradita – ben si sa – alle forze dell’ostacolo.

I sei esercizi usciranno in questo blog a cadenza settimanale, a partire da oggi, e saranno tratti da Cammini dell’anima di Pietro Archiati.

La redazione augura buone vacanze!

 

 

1. Evoluzione del pensare: l’esercizio della concentrazione

Ho chiamato l’esercizio del pensiero attenzione: intendo dire che ciò che impoverisce il pensiero nel mondo d’oggi è la distrazione, la disattenzione. Noi non siamo quasi mai vigili nel nostro pensiero. Il pensare è invece il più grande amico dell’uomo, e ognuno di noi fa un gran torto a se stesso quando disattende il suo processo conoscitivo. Per questo il cammino interiore comincia proprio dal pensiero.

Il pensare ci apre le porte sui più grandi misteri: fu un’intuizione pensante quella che permise ad Archimede di scoprire le leggi di galleggiamento, che poi sarebbero state alla base di molta tecnica moderna. Fu una conquista del suo pensiero, ma la gioia che scoppiò in lui tanto da farlo correre nudo e sgocciolante per la città gridando eureka!!, ho trovato!, ho scoperto!… ci emoziona ancora oggi. Il pensare è la realtà più grande che noi abbiamo in mano, e la decisione morale di porvi attenzione è al contempo la decisione di diventare amici del nostro più grande amico.

Ogni essere umano che si prenda sul serio può entrare in confidenza con la sua capacità pensante fino a comprendere che questa attitudine a trovare il senso delle cose, questo Verbo cosmico, è la sua stessa forza primigenia. Le conquiste più grandi sono gioie del pensiero, e possono trasfondersi nella volontà soltanto se sorgono nel pensiero: unicamente ciò che comprendo davvero può accendere gioia e forza volitiva dentro di me.

L’attenzione al processo pensante si coltiva cercando di rendere il proprio pensiero sempre più oggettivo. Qual è la differenza tra la soggettività e l’oggettività del pensiero? Il pensiero è soggettivo quando io mi lascio andare, quando seguo una concatenazione di rappresentazioni, un’associazione automatica tra le percezioni che mi vengono incontro da sole dal mondo cosiddetto esterno, e il significato che sono abituato a collegarvi. Sempre lo stesso. Così non ho bisogno di metterci la volontà. Questo non è pensare: è, appunto, una sequenza preordinata di rappresentazioni, dotate di forza d’inerzia.

Veri pensieri sono quelli che penso io, quelli a cui decido io di dar vita sviluppandoli dai concetti che ho afferrato. Il primo esercizio del cammino interiore è la presenza di spirito, è l’attenzione al mio pensiero stesso. È un esercizio di concentrazione, essenziale per rendere sempre più reale il proprio pensiero.

Si tratta di proporsi cinque minuti al giorno (non di più: anzi, all’inizio possono essere anche solo tre minuti) durante i quali si prende un oggetto di uso quotidiano, il più semplice possibile, e per quei pochissimi minuti ci si sforza di pensare soltanto pensieri inerenti a quest’oggetto. Ecco la concentrazione. L’essenzialità dell’oggetto (un bicchiere, un chiodo, una matita…) fa sì che i pensieri non sorgano automaticamente dall’importanza e dalla complessità dell’oggetto stesso.

Si sviluppa così una forza dello spirito umano che ci sorprende, una forza che non conosciamo perché non siamo abituati a indirizzare volitivamente una serie di pensieri. Quanti movimenti delle dita compie un pianista per eseguire un brano di musica? Milioni. Una persona che non sappia suonare il pianoforte quanto ci metterebbe a coordinare agilmente tutti quei movimenti senza che ce ne sia uno sbagliato? Avrebbe bisogno di un lungo e costante esercizio. Analogamente: quanti pensieri vengono pensati ogni giorno da ciascuno di noi? Milioni. Sono ordinati e sensati? Questa è la domanda importante.

Ordinare i propri pensieri in modo che siano oggettivi, nitidi e non vadano a vanvera, richiede un costante allenamento. In altre parole, noi dissolviamo le forze dello spirito perché i nostri pensieri si disperdono, si sperperano continuamente. Non ci esercitiamo quasi mai a concentrare la forza pensante attorno a un oggetto.

L’essenziale in questo esercizio del pensiero è la forza spirituale volitiva che si riesce a tirar fuori, la forza di essere così attivi nel proprio processo pensante da poter decidere in autonomia quali pensieri pensare. Ogni volta che ci si sorprende ad essere distratti, si ritorna sull’oggetto. Non importa se all’inizio in un minuto ci si distrae cento volte. Non importa. Ciò che conta è la forza della volontà che decide di ritornare sull’oggetto.

Ricordo l’episodio interessante di un missionario che aveva un aiutante appassionato del suo cavallo: di fronte a tanto insistente desiderio, alla fine aveva deciso di regalarglielo.

– A una condizione: te lo regalo se sarai capace di dire un Padre Nostro senza distrazioni.

– È tutto quello che devo fare?

– Sì.

L’aiutante pensava che fosse una cosa facile. Si raccolse anche fisicamente per meglio concentrarsi e attaccò:

– Padre Nostro… ma mi regala anche la sella, vero?

Neanche due parole e il suo pensiero era già volato via dal Padre Nostro!

Nell’esercizio della concentrazione, soprattutto nei primi tempi, si fa l’esperienza di quanto sia difficile generare dal di dentro la forza di coesione del nostro spirito, quella capace di decidere da quale pensiero a quale pensiero andare. È la consequenzialità dei pensieri. È riuscire ad essere talmente presente al mio spirito da decidere io stesso quali pensieri devono essere pensati.