Il Perdono

Di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

 

 

Volete essere felici per un attimo? Vendicatevi. Volete esserlo per sempre? Perdonate.

Henri Lacordaire

 Perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu.

        Sacre scritture

 Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte»? E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette».

Matteo 19, 21-22

 

 

In una pagina autobiografica un noto psicoterapeuta racconta che una sua cara amica aveva l’abitudine di chiedere a chi incontrava: qual è la cosa più importante di tutte? Le risposte erano quasi sempre le stesse: la salute, volersi bene, la sicurezza economica. Venne il giorno in cui quest’amica curiosa pose la stessa domanda a suo padre. La risposta fu immediata, semplice e tranquilla: il perdono. Il valore di quella risposta può essere capito pienamente solo conoscendo la storia di quel padre. Era ebreo e tutta la sua famiglia era stata sterminata nell’Olocausto. Lui, unico scampato, ce l’aveva fatta a ricominciare: sposatosi, era nata lei, quell’amica tanto curiosa.

Tutti abbiamo presenti gli orrori dell’Olocausto e possiamo dunque immaginare lo strazio provato da quel padre: un dolore immane, da impazzire. Eppure lui è stato capace di perdonare come altri del resto l’hanno fatto.

Alcune dirette televisive, nel corso di questi anni, ci hanno rimandato le immagini di mogli, di figli, di padri, privati dei loro cari dalla furia omicida di spietati assassini, nell’atto di  concedere il perdono agli uccisori, davanti alla bara dei propri congiunti. Gesti come questi attutiscono in parte  la fosca impressione che l’umanità stia  sprofondando a poco a poco nella barbarie e ci dimostrano che perdonare non è un’impresa impossibile.

Vogliamo provare a sognare per un momento? Domani, svegliandoci, apprendiamo la notizia che tutti hanno perdonato quello che c’era da perdonare e tutti hanno avuto il coraggio di chiedere scusa per le ingiustizie commesse. Finite le guerre tra popoli, le nazioni in conflitto tra loro hanno riconosciuto le une alle altre il diritto di esistere, senza paura e in libertà, dimenticando torti fatti e ricevuti, che avvelenavano la vita di tutti! Il sogno continua: scopriamo inoltre che anche i singoli individui hanno perdonato gli uni agli altri ogni ingiustizia, smettendola di rimuginare sul passato e creando un presente di più armoniosa convivenza. Non sarebbe meraviglioso? Tireremmo tutti un gran sospiro di sollievo. Chissà quanti scoprirebbero per la prima volta la meraviglia di non dover rivivere di continuo eventi morti e sepolti da un pezzo. Quanti malanni in meno! Meno ulcere gastriche, meno tumori, meno depressioni. E che risparmio di energie! Quanto veniva investito in odi, recriminazioni, vendette, pregiudizi, tornerebbe in circolazione e sarebbe impiegato in mille progetti creativi, pieni di fantasia.

Tutto questo però accade di rado. C’è molta riluttanza a perdonare. Si pensa che il perdono sia un segno di debolezza; sembra di avallare un’ingiustizia e di perdere una partita. È ancora ben viva in molti la legge degli antichi che recitava: occhio per occhio, dente per dente. Persino Freud, il padre della psicanalisi, si era mostrato contrario al perdono. Lo riteneva una pretesa assurda e incomprensibile, dannosa per la salute psichica dell’individuo in quanto l’Io di ogni persona scontrandosi con pulsioni interne troppo forti, avrebbe provocato o una rivolta o la nevrosi. Del resto, come si fa a perdonare un sopruso che è andato avanti per anni, una calunnia che ci ha rovinato la vita, un tradimento che ha disintegrato una famiglia? Quale parola, quale somma di denaro possono ripagare la morte di un bambino investito da un guidatore ubriaco? Il risentimento, la rabbia, il desiderio di vendetta o di punizione della persona che ha perpetrato l’offesa, sono reazioni istintive del tutto inevitabili.

Eppure, per quanto sorprendente  possa sembrare, la moderna psicologia si interessa sempre di più al perdono,  avendo constatato che il successo di una terapia è spesso favorito dalla capacità di perdonare di un paziente.   Il perdono infatti implica la liberazione da un nemico interno, costituito dall’odio. L’odio, come l’amore, è un sentimento molto forte, che può legare indissolubilmente ad una persona e che dunque fa sì che l’offensore sia sempre nei pensieri dell’offeso, nei suoi ricordi, nei suoi progetti. L’odio imprigiona, crea dipendenza e ossessione. Per questo, dal punto di vista psicologico, il perdono viene considerato un valido strumento terapeutico: lenisce la sofferenza, permette di riguadagnare fiducia in se stessi e talvolta ricostruisce su basi nuove relazioni spezzate.

Ma  va chiarito che perdono non significa condono. Perdonare significa solo non voler continuare a nutrire rabbia o odio per il torto subìto molto tempo fa e smettere di rovinarsi la vita. Perdonare sì, ma avendo ben chiaro il danno che ci è stato fatto e premunendoci affinché non si ripeta.

Dal punto di vista razionale ed emotivo il perdono richiede tempo: può avvenire solo dopo l’intervento di un processo mentale capace di far tacere il risentimento, la rabbia, il desiderio di vendetta o di punizione della persona che ha inflitto l’offesa. Ecco perché molte persone hanno difficoltà a perdonare. Il gesto del perdono è solo l’ultimo atto di un lungo processo.  Il perdono non comporta neppure l’obbligo della riconciliazione: se ci sarà, tanto meglio, ma vi possono essere valide ragioni per scegliere di non vedere più il proprio offensore (che, tra l’altro, potrebbe anche non essere più in vita).

Ma allora, il perdono in cosa consiste? Il perdono è l’atto interiore di fare la pace con il passato e di chiudere finalmente i conti. Dal punto di vista etimologico, “perdonare” significa concedere un dono: è così in tutte le lingue europee, dall’inglese forgive al francese pardonner al tedesco vergeben. Certo, il processo del perdono richiede meno sforzi affettivi e di pensiero se l’offesa non è grave, se non è intenzionale, se l’offensore mostra rammarico e chiede scusa. Comunque, in ogni caso,  entrare nella logica del perdono vuol dire immergersi nella sfera della pura gratuità , del puro amore. Per poterci arrivare, due sono le tappe fondamentali da percorrere. In primo luogo si tratta di vincere i propri  istinti reattivi di natura e sappiamo bene quanto sia difficile far sbollire la rabbia se abbiamo subìto un’ingiustizia, se qualcuno ha parlato male di noi, o ci ha truffati, o non ha mantenuto una promessa, o ci ha fatto una prepotenza.

L’altro fattore che aiuta a perdonare è lo sforzo di prendere in conto la logica di chi ha perpetrato l’offesa. Riuscire a mettersi nei suoi panni, cercare di capire le sue traversie evolutive, comprendere la sua sofferenza – non solo la nostra – è l’unico mezzo per poter intendere perché l’offensore ha fatto ciò che ha fatto.

Il gesto del perdono diventerebbe più facile se anziché restare ancorati alla logica di un mondo diviso in due: giudici da una parte e condannati dall’altra, ci considerassimo tutti persone che  fanno errori a volte tremendi – perché l’errore è tipico dell’essere uomini –  e se avessimo l’umiltà di non ritenerci i detentori della giustizia.

Un’ultima considerazione: sarebbe un pensiero scorretto credere che il perdono si riduca all’assenza di rancore; una specie di vuoto, di cancellazione dei sentimenti, oppure che sia il semplice sollievo per la fine di una tensione come avviene per un muscolo che si rilassa dopo un enorme sforzo. Il perdono, per chi riesce ad entrare nella sua logica paradossale, è una qualità positiva. È uno stato sublime di gioia, di fiducia negli altri, di generosità traboccante (anche in mezzo alla sofferenza più grande!), che libera da una catena di orrori. Chi non riesce a perdonare, chi trascina la propria vita in uno stato permanente di rabbia e di rancore, resta prigioniero degli istinti di natura di cui abbiamo ampiamente parlato. La capacità di perdono invece, con la pienezza della gioia che ne consegue, non ci è data dalla natura ma è una faticosa conquista della libertà dell’uomo purché egli lo voglia.

 

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