Prendersi cura di sé

Agosto: tempo di vacanze o di ferie, tempo di sospirato riposo in cui tutti, in un modo o nell’altro, anelano ad un cambiamento benefico del loro consueto ritmo di vita. Le vacanze sono infatti un tempo privilegiato per favorire il ritemprarsi del corpo e anche il ristoro interiore. Di quest’ultimo, in particolare, non sono pochi a mettersi in ricerca, frastornati o svuotati dalla vita frenetica che si conduce nei restanti undici mesi dell’anno.

Agosto appunto potrebbe essere il momento buono per cambiare ritmo, per decidere di equilibrare con una maggiore attenzione allo spirito la propria vita forse troppo sbilanciata verso l’esterno, verso la dispersione.

Per quanti ancora non conoscessero ­– o, pur conoscendoli, non li praticassero – i sei esercizi che Rudolf Steiner propone a quanti vogliano intraprendere un cammino evolutivo interiore, ci paiono una proposta molto salutare oltre che attuabile senza sforzi eccessivi.

A dire il vero, vi sono almeno due condizioni preliminari da soddisfare: la prima è il superamento di un certo scetticismo riguardo alla loro utilità. Lo si vince solo con la pratica, dando fiducia all’adagio provare per credere! In genere, in tempi mediamente brevi, si sperimentano notevoli progressi nei nostri modi di pensare, sentire e volere.

La seconda condizione consiste nel mettere al bando la pigrizia che tende puntualmente a bloccare sul nascere ogni buona risoluzione spirituale, scarsamente gradita – ben si sa – alle forze dell’ostacolo.

I sei esercizi usciranno in questo blog a cadenza settimanale, a partire da oggi, e saranno tratti da Cammini dell’anima di Pietro Archiati.

La redazione augura buone vacanze!

 

 

1. Evoluzione del pensare: l’esercizio della concentrazione

Ho chiamato l’esercizio del pensiero attenzione: intendo dire che ciò che impoverisce il pensiero nel mondo d’oggi è la distrazione, la disattenzione. Noi non siamo quasi mai vigili nel nostro pensiero. Il pensare è invece il più grande amico dell’uomo, e ognuno di noi fa un gran torto a se stesso quando disattende il suo processo conoscitivo. Per questo il cammino interiore comincia proprio dal pensiero.

Il pensare ci apre le porte sui più grandi misteri: fu un’intuizione pensante quella che permise ad Archimede di scoprire le leggi di galleggiamento, che poi sarebbero state alla base di molta tecnica moderna. Fu una conquista del suo pensiero, ma la gioia che scoppiò in lui tanto da farlo correre nudo e sgocciolante per la città gridando eureka!!, ho trovato!, ho scoperto!… ci emoziona ancora oggi. Il pensare è la realtà più grande che noi abbiamo in mano, e la decisione morale di porvi attenzione è al contempo la decisione di diventare amici del nostro più grande amico.

Ogni essere umano che si prenda sul serio può entrare in confidenza con la sua capacità pensante fino a comprendere che questa attitudine a trovare il senso delle cose, questo Verbo cosmico, è la sua stessa forza primigenia. Le conquiste più grandi sono gioie del pensiero, e possono trasfondersi nella volontà soltanto se sorgono nel pensiero: unicamente ciò che comprendo davvero può accendere gioia e forza volitiva dentro di me.

L’attenzione al processo pensante si coltiva cercando di rendere il proprio pensiero sempre più oggettivo. Qual è la differenza tra la soggettività e l’oggettività del pensiero? Il pensiero è soggettivo quando io mi lascio andare, quando seguo una concatenazione di rappresentazioni, un’associazione automatica tra le percezioni che mi vengono incontro da sole dal mondo cosiddetto esterno, e il significato che sono abituato a collegarvi. Sempre lo stesso. Così non ho bisogno di metterci la volontà. Questo non è pensare: è, appunto, una sequenza preordinata di rappresentazioni, dotate di forza d’inerzia.

Veri pensieri sono quelli che penso io, quelli a cui decido io di dar vita sviluppandoli dai concetti che ho afferrato. Il primo esercizio del cammino interiore è la presenza di spirito, è l’attenzione al mio pensiero stesso. È un esercizio di concentrazione, essenziale per rendere sempre più reale il proprio pensiero.

Si tratta di proporsi cinque minuti al giorno (non di più: anzi, all’inizio possono essere anche solo tre minuti) durante i quali si prende un oggetto di uso quotidiano, il più semplice possibile, e per quei pochissimi minuti ci si sforza di pensare soltanto pensieri inerenti a quest’oggetto. Ecco la concentrazione. L’essenzialità dell’oggetto (un bicchiere, un chiodo, una matita…) fa sì che i pensieri non sorgano automaticamente dall’importanza e dalla complessità dell’oggetto stesso.

Si sviluppa così una forza dello spirito umano che ci sorprende, una forza che non conosciamo perché non siamo abituati a indirizzare volitivamente una serie di pensieri. Quanti movimenti delle dita compie un pianista per eseguire un brano di musica? Milioni. Una persona che non sappia suonare il pianoforte quanto ci metterebbe a coordinare agilmente tutti quei movimenti senza che ce ne sia uno sbagliato? Avrebbe bisogno di un lungo e costante esercizio. Analogamente: quanti pensieri vengono pensati ogni giorno da ciascuno di noi? Milioni. Sono ordinati e sensati? Questa è la domanda importante.

Ordinare i propri pensieri in modo che siano oggettivi, nitidi e non vadano a vanvera, richiede un costante allenamento. In altre parole, noi dissolviamo le forze dello spirito perché i nostri pensieri si disperdono, si sperperano continuamente. Non ci esercitiamo quasi mai a concentrare la forza pensante attorno a un oggetto.

L’essenziale in questo esercizio del pensiero è la forza spirituale volitiva che si riesce a tirar fuori, la forza di essere così attivi nel proprio processo pensante da poter decidere in autonomia quali pensieri pensare. Ogni volta che ci si sorprende ad essere distratti, si ritorna sull’oggetto. Non importa se all’inizio in un minuto ci si distrae cento volte. Non importa. Ciò che conta è la forza della volontà che decide di ritornare sull’oggetto.

Ricordo l’episodio interessante di un missionario che aveva un aiutante appassionato del suo cavallo: di fronte a tanto insistente desiderio, alla fine aveva deciso di regalarglielo.

– A una condizione: te lo regalo se sarai capace di dire un Padre Nostro senza distrazioni.

– È tutto quello che devo fare?

– Sì.

L’aiutante pensava che fosse una cosa facile. Si raccolse anche fisicamente per meglio concentrarsi e attaccò:

– Padre Nostro… ma mi regala anche la sella, vero?

Neanche due parole e il suo pensiero era già volato via dal Padre Nostro!

Nell’esercizio della concentrazione, soprattutto nei primi tempi, si fa l’esperienza di quanto sia difficile generare dal di dentro la forza di coesione del nostro spirito, quella capace di decidere da quale pensiero a quale pensiero andare. È la consequenzialità dei pensieri. È riuscire ad essere talmente presente al mio spirito da decidere io stesso quali pensieri devono essere pensati.

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