Spunti di riflessione – GOLA: mangio perché… ho fame di Amore

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

L’ingordigia è un rifugio emotivo: è il segno che qualcosa ci sta divorando

( Peter De Vries)

C’è nell’uomo una fame, un desiderio, una ricerca che non si ferma al cibo: il cibo è assolutamente necessario, ma non è sufficiente perché un uomo si umanizzi. Ognuno cerca un senso nella vita, perché è abitato da una fame, la fame di divenire essere umano.

                                                                                                                                                                                                            (Enzo Bianchi)

Considerate la vostra semenza:/ Fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e conoscenza.

(Dante Alighieri, Inferno, canto XXVI)

Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete: la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?                                                                                                                                     

(Mt 6, 25)

 

Se ho scelto di trattare in successione i temi della lussuria e della gola, è perché sono due passioni strettamente apparentate. Sono parenti in quanto l’una e l’altra si innestano su due bisogni primari per eccellenza, entrambi legati alla nostra corporeità. Le derive della lussuria prendono origine, come si è già detto, dalla necessità naturale di perpetuare la specie; analogamente gli eccessi della gola nascono dal nostro connaturato bisogno di nutrirci. Infatti senza nutrimento si muore e dunque il piacere collegato all’assunzione del cibo ha il compito precipuo di tener viva e desiderabile la funzione vitale della nostra nutrizione. Chi mangerebbe più se la necessità di nutrirsi non fosse abbinata a una gradevole attività?

Ma altro è il naturale soddisfacimento di questo bisogno, o il piacere che proviamo assaporando cibi gustosi e preparati con cura, altro è l’ingordigia. L’ingordigia è l’uso smodato del cibo, è una brama disordinata pronta a sfociare ora nella golosità, che è l’eccesso nella ricerca della qualità del cibo, ora nella voracità, che consiste nell’incapacità di rispettare tempi e modi nel mangiare.

Tutte le malattie dello spirito che nei primi secoli di cristianesimo vennero chiamate vizi capitali, si perpetuano purtroppo senza soluzione di continuità dal lontano passato. Infatti, a proposito delle derive della Gola, tanto per attenerci al nostro tema odierno, la storia ci tramanda dati impressionanti sulle orge, le grandi abbuffate, gli eccessi di ogni genere, praticati in tutte le civiltà che ci hanno preceduto. Anche nella Bibbia, del resto, troviamo una molteplicità di esempi di voracità. Chi è andato a catechismo da bambino ne ricorda almeno due o tre fra i più noti, come il caso di Noè che sperimenta gli effetti inebrianti del vino fino a mostrare ai figli la propria nudità o quello di Esaù che per un piatto di lenticchie cede la primogenitura a Giacobbe. E neppure avrà scordato l’episodio del popolo d’Israele che in marcia nel deserto verso la Terra promessa, stanco per la monotonia del cibo inviato dal cielo, la manna, insorge minaccioso contro Mosè mostrando di preferire alla libertà ormai prossima, il ritorno alla schiavitù egiziana, attratto dalle delizie delle famose cipolle.

Tornando ora al presente, notiamo che nel comune sentire, sia la golosità che la voracità godono di un’ indulgenza illimitata. Al riguardo, i forum che abbondano sulla rete sono molto istruttivi. In uno di questi che poneva il quesito: «Essere golosi… vizio o virtù?» si possono leggere una quindicina di risposte che propendono tutte per l’assoluzione del vizio. Fra queste ne riporto una particolarmente rivelatrice di una mentalità diffusa: «Secondo me sarà anche un vizio, ma la virtù è accettare che siamo umani e che i vizi ci fanno star bene! Io sono la golosità fatta persona e guai a chi me la toglie. Sono fatta così e so che se cerco di cambiare me ne viene solo male».  Quello che dovrebbe stupire in affermazioni del genere, ma che invece non desta grande sorpresa in chi è imprigionato in una concezione materialistica della vita,  è la povertà  del concetto di uomo che ne emerge. La dipendenza dai vizi “che fanno star bene” diventa addirittura il parametro dell’uomo “virtuoso”, il che equivale ad affermare che l’essenza dell’umano consiste nei comportamenti di un’animalità irriflessa, non ragionata .

Neppure l’esperienza di quanto la voracità sia dannosa per la nostra salute, riesce a convincerci della utilità di tenerla a bada. È incredibile eppure reale: preferiamo accettare gli inconvenienti che derivano dagli abusi del nostro rapporto col cibo – obesità allarmanti (il 50% degli italiani è attualmente afflitto dai chili di troppo), ipertensione,  diabete, colesterolo e trigliceridi alle stelle –  piuttosto che adattarci al suo uso corretto che richiederebbe qualche moderata rinuncia e uno stile di vita sobrio, per tutelare la sanità del nostro corpo. Un altro fatto che fa riflettere è che la medicina e le scienze della nutrizione del nostro tempo reintroducono, talvolta con restrizioni ancora più pesanti, le stesse discipline alimentari che un tempo erano soltanto patrimonio di tutte le tradizioni religiose: diete, digiuni, esercizi di sobrietà. La sola differenza è che mentre le tradizioni religiose proponevano la frugalità e l’astinenza  come mezzo di purificazione e di ascesi, la nostra società, allergica alle battaglie spirituali, mira essenzialmente all’estetica e al prolungamento della vita biologica di ognuno.

Ma, in quest’era consumistica  in cui l’industria alimentare usa di enormi mezzi mediatici di convinzione per farci desiderare e ingurgitare sempre più cibo – e pazienza se questo cibo di cui ci ammaliamo è  sottratto a popoli interi denutriti e affamati – persino i richiami dei nutrizionisti o i canoni dell’estetica vengono vanificati dalla nostra voracità. Si immette cibo nella nostra macchina-corpo alla stregua del carburante che finisce nell’automobile.

Questo degrado nei rapporti col cibo investe anche l’ambito della preparazione degli alimenti e della loro consumazione. Con i ritmi frenetici della nostra epoca sono quasi scomparsi i” riti” della preparazione del cibo cari alle nostre mamme e nonne e dello stare a tavola tutti insieme in famiglia. Oggi si cucina poco perché il fast food provvede per noi, si mangia velocemente, con le mani, in piedi, spesso in solitudine. Eppure ci rendiamo ben conto di come l’ingordigia ci abbrutisca in tutti i sensi: dopo un pasto smodato ci ritroviamo intontiti, avvolti da un torpore che offusca l’intelligenza e la lucidità; oppure, e quasi sempre le due cose si assommano, cadiamo preda dell’eccitazione, della sfrenatezza dei gesti e della lingua, che si abbandona alle scurrilità, all’oscenità. Vengono in mente certe grandi abbuffate ricorrenti tra parenti o amici in cui la tavola, che dovrebbe essere il luogo della condivisione, dello scambio della parola, dell’effusione dell’affetto tra commensali, si trasforma in focolaio di liti, di sfogo delle nostre aggressività, di cedimento ai toni più bassi e volgari.

Il cibo riveste anche funzioni compensatorie come ho voluto evidenziare  riportando nel riquadro la prima citazione che interpreta la voracità come un rifugio emotivo. È innegabile infatti che i figli della nostra epoca, ricolmi di cose ma vuoti di tensione morale e di valori esaltanti che diano senso alla vita, sono tutti malati di ansia, portati alla depressione, insicuri delle loro amicizie, affamati di amore, di relazioni autentiche e appaganti . Queste frustrazioni che segnano in profondità il nostro inconscio, possono generare fami divoranti o altrettanto divoranti astensioni dal cibo. Si cercano soluzioni al proprio malessere nel rapporto col nutrimento: bisogno di ingurgitare grandi quantità di cibo o di bevande, fino alla bulimia, per soddisfare un’irrefrenabile pulsione orale; oppure, al contrario, rifiuto di ingerire il nutrimento necessario, fino all’anoressia. Anoressia e bulimia sono modi molto evidenti per esprimere uno stato di sofferenza affettiva e il cibo e il corpo sono gli strumenti utilizzati. E così il cibo  finisce per sostituirsi all’amore e il rapporto con esso diventa un mezzo per tamponare le voragini create dalla sofferenza. L’amore è irraggiungibile mentre il cibo è a portata di frigorifero.  La voracità e la golosità provocano lo stravolgimento del mezzo in fine. Il cibo, da strumento per vivere, per condividere, per fare festa, diventa fine a se stesso.

Finché si resta abbarbicati alla mentalità carnale che domina il nostro tempo, le vie d’uscita da tutte le forme di schiavitù che legano l’uomo ai suoi istinti di natura, sono molto aleatorie. Solo la presa di coscienza che egli, se vuole, ha facoltà di scelta tra il cammino della carne – quello dell’animalità – e quello dello spirito – l’unico che possa condurlo alla pienezza e alla grandezza dell’Umano, potrà muoverlo a mettere ordine nei suoi appetiti, a partire da quello fondamentale del cibo. La decisione da prendere è tutta nella sua libertà.

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