Spunti di riflessione: INVIDIA: se lui/ lei sì, perché io no?


Di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Informa Torino

 

Un cuore calmo è la vita del corpo, ma l’invidia è la carie delle ossa.

Proverbi, 14, 30

 Ciò che desideriamo e non possiamo conseguire ci è più caro di quello che abbiamo già conseguito.

Kahalil Gibran

L’invidia è il sentimento di chi dice tra sé e sé: «Voglio essere ciò che tu sei, avere ciò che hai», senza rendersi conto che ognuno è speciale per ciò che ha e per ciò che è, nella misura in cui è capace di amare.

Stephen Littleword

 

L’invidia, sentimento pernicioso da cui pochi possono ritenersi completamente indenni, ha in sé qualcosa di paradossale. Il paradosso sta in questo: ognuno di noi può riconoscersi come un “io” solo vedendosi attraverso gli occhi di un altro. Infatti è proprio attraverso la relazione che ognuno riesce a percepirsi come individuo: io sono in quanto tu esisti e sei altro da me. Per questo ognuno è debitore verso l’altro della propria identità. Eppure accade sovente che io non riesca a sopportare la vista delle sue virtù, dei suoi desideri, delle sue capacità, dei suoi successi. Il nuovo, l’inedito, ciò che l’altro è, crea, produce o raggiunge di diverso e di distintivo rispetto a me, mi è intollerabile.

L’invidia, che consiste nell’annientare le qualità altrui, nasce proprio dalla relazione e dal confronto con l’altro, tant’è vero che qualcuno la definisce, a ragione, un vizio sociale. Nei contatti lavorativi e professionali, nei rapporti tra amici, a scuola, in famiglia, ogni volta che la comparazione con l’altro fa emergere qualcosa che a me manca, scatta d’istinto il bisogno di ridimensionare, di svilire, di criticare, di annullare. Fin quando è possibile, le frecce avvelenate a chi ci procura disagio e sofferenza per qualcosa di cui questi gode e che noi non abbiamo, le lanciamo solo col pensiero, perché finché taccio, sono libero di annientare l’altro senza scoprirmi e incorrere in censure esteriori. Qualche esempio fornito da casistiche correnti? La ragazza bruttina e introversa, insofferente per la sua collega bella e ammirata, rileva in cuor suo qualche difetto dell’invidiata del tipo: «Ha un fiato che appesta», oppure: «Di certo non ama lavarsi» o ancora: «Sarà carina ma non si sa vestire», e così via. Magari in tutto questo qualcosa di vero c’è, ma l’intento del pensiero, carico di astio, è di azzerare il positivo dell’altro. Similmente, il tipo piccoletto e complessato che si misura col suo simile alto un metro e novanta, di quella ragguardevole statura vede solo i difetti: «Che magro! un manico di scopa! E il cervello gli è finito tutto in altezza!». E della persona da cui ci sentiamo offuscati per la  troppo brillante intelligenza, si è pronti a pensare: «Però le sue belle cantonate se le prende anche lei, eccome!».

Ma non sempre l’invidia ce la fa a rimanere nascosta nel pensiero e allora si manifesta pubblicamente sotto le spoglie della critica malevola, del pettegolezzo, della calunnia, della diffamazione. Il mondo è infestato dall’uso diffusissimo di queste armi e nessun ambiente è al riparo dai loro malefici. L’invidia serpeggia alla grande persino nelle comunità spirituali, negli ambienti ecclesiastici. Per invidia tante persone buone vengono distrutte nella loro fama; per invidia professionisti e intellettuali eccellenti devono cedere il passo, in posti di grande responsabilità sociale, a personaggi avidi e incapaci che mandano tutto in malora; sempre per invidia franano immensi progetti di bene e si compiono delitti efferati.  Del resto, Cristo stesso finì nelle mani di chi l’avrebbe mandato a morte, per invidia: «Pilato sapeva che i sommi sacerdoti gli avevano consegnato Gesù per invidia» (Mc 15, 10).

A questo vizio mortifero non sfuggono neppure i minori: poco tempo fa una mamma di mia conoscenza si è vista  costretta  a cambiare la scuola della sua bambina di dieci anni, perseguitata dall’odio dei compagni di classe perché era troppo brava.  E dai ritagli di giornale di qualche anno fa, che talvolta conservo, recupero due fatti di cronaca estremi che forse ricorderete anche voi. Il primo risale al settembre 2006, quando a Settimo Torinese, una banda di ragazzine, invidiose della bellezza di una coetanea quindicenne, organizzano una spedizione punitiva contro di lei, la picchiano e la sfregiano. L’altro riporta all’aprile del 2007: uno studente di sedici anni, bravo e impegnato, si suicida, stanco delle vessazioni dei bulli della scuola che frequentava.

Se ora analizziamo il meccanismo dell’invidia per cercare di capire come questa si scateni, ci rendiamo conto che incontrare l’altro, nel senso più profondo del termine, ci porta inevitabilmente ad incontrare noi stessi. Ci sentiamo allora così poco solidi nel nostro “io” (gli psicologi lo chiamano “sé” ma è la stessa cosa), così poco soddisfatti delle nostre qualità intrinseche, dei nostri talenti, delle nostre possibilità, su cui per insipienza, o per pigrizia non riusciamo a far leva, da alimentare in noi la convinzione erronea che le doti e le prerogative dell’altro siano quello che manca alla nostra completezza, alla nostra possibilità di realizzarci. Sono i vuoti del nostro “io” a farci sentire vittime di profonda ingiustizia per essere privati di ciò che l’altro possiede o si è duramente conquistato. Allora, l’unico modo che troviamo per sostenere questo piccolo, misero “io” affamato, (“per sostenere la propria autostima”, dicono gli psicologi) è quello di sopprimere, di negare i beni e i talenti dell’altro. L’invidia è un sentimento che a differenza di altri vizi – la lussuria, la gola, l’avarizia, ad esempio, che hanno nella goduria dei sensi o del possesso un risvolto appagante – si consuma nella sofferenza e nel rodimento interiore. L’unico premio dell’invidia, che nulla aggiunge a ciò che io sono ma che anzi mi priva di una grossa fetta di umanità, è l’esultanza per le disgrazie altrui.

Il termine “invidia” deriva dal latino in-videre che significa “vedere biecamente”, “vedere in modo distorto”. In altre parole significa non avere la visione corretta, giusta delle cose. Non per caso Dante, nel Purgatorio, presenta gli invidiosi ammucchiati su un macigno color livido e con le palpebre cucite col filo di ferro. Resi dolorosamente ciechi per purgare un vedere malato, che rovina e sfigura ogni cosa.

Conoscere l’etimologia del termine aiuta a interpretare correttamente il suo significato originale che è decisamente negativo e spiega altresì perché  nella tradizione cristiana questo sentimento sia stato classificato tra  i vizi capitali. Ecco perché mi trovo in dissenso con gli stravolgimenti che psicologi e filosofi autorevoli del nostro tempo fanno del concetto di invidia, opponendosi alla concezione troppo cupa e “unilaterale” ereditata della tradizione religiosa. Loro invece ci dicono (semplifico molto per brevità) che l’invidia ha due facce: una maligna (quella di cui abbiamo parlato fin qui) e una “benigna”. “L’invidia costruttiva” (metto tra virgolette le definizioni che attingo da un testo di psicologia dedicato alla “crescita personale”) sarebbe quella che facendo leva sullo “spiccato senso critico” dell’invidioso e sul “riconoscimento dei propri desideri”, suscita in lui una “motivazione all’azione”, una “sana competizione che stimola a raggiungere traguardi sempre più lontani”. “L’invidia allora evolve in un input ad andare avanti, ad essere fiduciosi verso se stessi ed assumersi responsabilità, a mettersi in gioco, a crescere” ( www.crescita-personale.it/ psicologia dell’invidia).

Cosa c’è di aberrante in tutto questo? Il fatto che così imbellettata (“l’invidia buona”) sia diventata il motore che fa girare il mondo dell’economia e della politica. E questo motore lo conosciamo bene tutti: se lui si è fatto una villa, io ne farò due o anche tre. Lui arriva in Mercedes, e io allora arriverò con una Ferrari. Lui ha creato una piccola azienda, io ne creerò una più grande che lo distruggerà. L’invidia non è mai buona, tanto meno negli attuali sistemi economici: distrugge sempre col favore dei suoi complici: lo spionaggio, la corruzione, la concussione, le ruberie e via dicendo.

Messo in chiaro che “l’invidia buona” è puro funambolismo linguistico che incoraggia solo la competizione, conviene ricordare, in chiusura, che altri mezzi non esistono, per vincere gli istinti di natura, al di fuori di un faticoso lavoro su se stessi che metta in gioco tutte le nostre forze volitive e di pensiero.

Riconosco di essere invidioso e voglio correggermi? Per prima cosa devo cambiare lo sguardo su me stesso e imparare a riconoscere che il segreto della mia riuscita sta tutto nei talenti che la vita mi ha dato, purché mi applichi a metterli a frutto, senza dover bramare i talenti degli altri. Dovrò anche mettere in conto una buona dose di modestia per capire che non diventerò ingegnere se sono una frana nel calcolo matematico. Il secondo passo, importante quanto il primo, mi chiede nuovamente di cambiare lo sguardo, ma questa volta sugli altri. Ora si tratta di discernere tra chi impersona valori autentici e importanti e chi invece mi si propone come modello di disvalori. Se ho capito in che consiste il mio cammino di crescita, capirò anche che fin qui ho investito in perdita le mie forze invidiando persino dei modelli sbagliati. Finalmente vedrò con occhi nuovi e pieni di gratitudine tutto il bello, il grande, il positivo che gli altri hanno realizzato, e di cui riuscirò a rallegrarmi pensando: se lui, lei ha fatto grandi cose nel suo campo, perché non dovrei riuscire anch’io altrettanto bene nel mio? Questo si chiama spirito di emulazione che a differenza dell’invidia, porta sempre a dare il meglio di sé.

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