Spunti di riflessione – IRA: la passione a due facce

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

 

 

L’ira è un vizio quando diviene una presenza costante nei nostri rapporti con gli altri, quando è il segno del disprezzo e dell’odio nutriti verso l’altro, quando contiene l’intenzione dell’annientamento e della distruzione dell’altro. La collera è in tal caso la negazione della relazione e della responsabilità.

(Enzo Bianchi)

Pensi di avere la “miccia” troppo corta? Allora l’ira fa parte della tua vita. Se così fosse, dovresti riconoscere che giustificazioni del tipo:”Fa parte della natura umana” oppure ” Se non mi sfogo mi viene l’ulcera”, sono solo scuse, perché, nel profondo, sai bene che non sei affatto contento che l’ira sia una parte di te. Se non piace a te, tantomeno piace agli altri.

(www.procaduceo.org.)

È da tutti e facile adirarsi: ma farlo con chi si deve, nella misura giusta, al momento opportuno, con lo scopo e nel modo convenienti, non è più da tutti, né facile. Ed è per questo che il farlo bene è cosa rara, degna di lode e bella.

(Aristotele, Etica nicomachea, IV secolo A.C.)

Di solito gli uomini quando sono tristi non fanno niente: si limitano  a piangere sulla propria situazione. Ma quando si arrabbiano, allora si danno da fare per cambiare le cose.

(Philip Roth)

 

 

Ira, collera e rabbia, sono termini che rinviano allo stesso concetto: un moto impetuoso dell’anima, un violento bisogno di reazione, con parole o atti, contro ciò che contrasta con le proprie aspettative e desideri e procura sofferenze e contrarietà fisiche e morali.

 

L’ira è una forza oscura e potente che all’improvviso può impadronirsi di noi e che non conosce la misura: ci invade, si dilata, si gonfia, finché esplode improvvisa, come un fiume in piena. Sappiamo dalla storia che nei momenti più bui, l’ira attecchisce e divampa in furenti esplosioni di popolo, portando con sé la vendetta e la violenza che si scaricano sui potenti e sugli inermi . Pensiamo a tutte le ribellioni dei poveri e degli oppressi di ogni epoca contro le vessazioni dei padroni o dei tiranni, alle rivoluzioni sanguinose che si sono succedute da noi in Europa o negli altri continenti, ai fanatismi civili o religiosi, carichi di violenza, di odio e di vendetta. L’ira infatti, per la sua natura contagiosa e dirompente, ha sempre avuto una grande incidenza sociale, politica e religiosa riuscendo a mobilitare folle, partiti, popoli interi. L’ira però non è solo una passione collettiva che a volte può mutare il corso della storia; è anche una collera individuale che si accumula e poi esplode, in reazione a una serie infinita di cause scatenanti.

L’ira fa parte delle emozioni primordiali, come la paura, la tristezza, o la gioia. In origine la sua funzione era di proteggere l’uomo dalle aggressioni al proprio territorio e di salvaguardare la sua sopravvivenza o quella del gruppo. Perciò appartiene agli istinti di natura di cui l’uomo è dotato ed è una costante che ritroviamo in tutte le civiltà, primitive o evolute che siano.

Nella tradizione religiosa cristiana questa passione è classificata tra i sette vizi capitali in quanto impulso disordinato che si sfoga con i più bassi sentimenti fino alla vendetta. Ma anche nell’ambito della laicità nessuno oserebbe smentire gli effetti deleteri e mortiferi dell’ira incontrollata.

Purtroppo il momento storico-sociale che stiamo attraversando predispone di continuo all’aggressività e all’allarme: di giorno in giorno si accresce la percezione di insicurezza personale, di conflitti sociali esasperati, di devastanti crisi finanziarie, di enorme precarietà del lavoro. Quando l’esistenza perde dignità e valore, l’ira si riaffaccia prepotentemente e sostenuta dal vittimismo, spinge alla ricerca di capri espiatori su cui riversare i suoi sfoghi selvaggi. Non passa giorno senza che le cronache ci segnalino episodi di violenza estrema, spesso generati da motivi futili o del tutto sproporzionati rispetto alla furia che scatenano. Ci si accoltella per un posto macchina al parcheggio, che il prepotente di turno ha soffiato ad un guidatore meno veloce di lui nella manovra. Si uccide la pensionata che tenta di resistere allo scippo della sua misera pensione appena ritirata alla posta. Il figlio ammazza con furia bestiale il padre che gli nega i soldi per la discoteca dopo tante elargizioni ricevute in passato. Si sevizia fino alla morte un bambino per l’esasperazione che provoca il suo pianto prolungato.

 

Ma anche quando non ci scappano morti, la rabbia può uccidere semplicemente con parole e gesti ferali, incancellabili, definitivi, che mortificano e logorano le relazioni umane e affettive più importanti. Davanti ai problemi che sorgono di continuo nella relazione con gli altri e che andrebbero affrontati con pacatezza e serenità di giudizio, ci abbandoniamo invece allo sfogo collerico che, proprio per l’irrazionalità e la perdita di autocontrollo in cui ci precipita, aggrava il problema invece di risolverlo. Tutto il nostro essere si scompone nell’ira: il volto arrossisce, gli occhi si accendono di animosità, i muscoli facciali si tendono, le labbra si schiudono facendo apparire i denti serrati e compressi gli uni sugli altri; la voce si fa urlo, le braccia si agitano in gesti di minaccia, il corpo è proteso verso l’attacco di chi ci fronteggia. La ragione si annebbia, perde la lucidità, offuscata dagli istinti più brutali lasciati allo sbaraglio. Ecco come l’ira incontrollata degrada l’uomo allo stato bestiale. Anche la lingua, che è fedele specchio dei nostri comportamenti, ci rimanda, tra locuzioni e frasi idiomatiche, il poco lusinghiero ritratto dell’uomo che scade al livello bestiale. Ognuno potrà integrare a memoria questo limitatissimo campionario: essere fuori di sé, fuori di testa, perdere il lume della ragione, non vederci più dalla rabbia, uscire dai gangheri, perdere le staffe, andare in bestia, imbestialirsi, imbufalirsi, inviperirsi, andare su tutte le furie, essere inferocito, diventare una belva, ecc. ecc.

Dicevamo all’inizio che la grande prosperità attuale della collera cattiva di cui si è cercato di tratteggiare i contorni, è in relazione col difficile momento storico che stiamo attraversando. A questo dato bisogna aggiungerne però un altro molto importante: la nostra è l’epoca di un diffuso individualismo di massa in cui ognuno mette al centro il proprio io, considerando tutti gli altri come semplici satelliti. Finché si resta abbarbicati a quest’ottica, ogni io si sentirà vittima di soprusi, di provocazioni, di attentati alla propria indipendenza, allontanando da sé colpe e responsabilità. La messa in discussione di “sua maestà l’io” risulta insopportabile. È questa, in definitiva, la ragione dell’aumento esponenziale dell’aggressività verbale e fisica anche di fronte a piccolissime, trascurabili offese.

Gli psicologi e i vari maestri elaborano apposite terapie dell’anima per tenere sotto controllo l’impeto dell’ira. Basterà cliccare su Google per vedersi aprire offerte illimitate e talvolta molto interessanti. Possiamo anche ricordare le antiche ricette di saggezza che suggeriscono di contare fino a dieci o di fare un respiro profondo prima di aprire la bocca, che funzionano nella misura in cui lasciano il tempo alla ragione di prendere il controllo sull’impulsività sfrenata.

Ma la strada maestra per tenere a bada l’ira distruttiva, è come sempre la strada più lunga e difficile perché punta a sconfiggere il proprio narcisismo, le proprie rivendicazioni troppo egocentriche, mediante la presa in conto, paritetica, egualitaria, esente da giudizi di valore, degli altri ” io” che stanno intorno a noi. La psicologia parla in questo caso di acquisizione di comportamenti assertivi che consistono nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni, senza tuttavia offendere né aggredire l’interlocutore.

Il discorso sull’ira, già lungo, non è ancora completo in quanto sarebbe troppo unilaterale fermarsi a considerare questa passione come una delle tante forme del male. Basti pensare che i padri della filosofia hanno dedicato all’ira riflessioni molto profonde. Platone la considerava una qualità dell’anima. Quanto ad Aristotele, autore di un importante testo di etica, l’Etica Nichomachea appunto, si possono leggere nel riquadro di apertura due righe provenienti da quel suo trattato, a conferma dell’idea che l’ira, sapientemente dosata e diretta, può essere una passione giusta e nobile.

In concreto l’ira diventa una sana reazione di fronte a situazioni eticamente inaccettabili. L’ideale morale non consiste allora nel farla tacere, ma nel darle la giusta direzione. La causa della pace, della giustizia, della salvaguardia del pianeta ha bisogno di persone che si appassionino, si sdegnino, protestino quando questi valori sono violati o disprezzati. E infatti, mentre deprechiamo tutti la rabbia civile che si trasforma in violenza fanatica e indiscriminata o le rivendicazioni in cui si inseriscono frange criminali, normalmente diamo volentieri l’avallo alla collera della gente quando si rivolge contro l’oppressione o il degrado, quando è mossa dalla speranza di modificare assetti sociali o politici ingiusti e intollerabili. A questo riguardo si può osservare che le mobilitazioni di massa finalizzate a questi scopi sono frequenti e numerose perché costituiscono l’unica risorsa dei poveri o degli oppressi per far sentire la loro voce. Invece, e questo dovrebbe farci riflettere, non capita quasi mai di veder esplodere la rabbia o la giusta indignazione o l’auspicabile denuncia quando si è in pochi ad assistere a soprusi, a gesti di violenza o di immoralità che si consumano davanti ai nostri occhi a danno di una persona inerme. Quando riusciremo ad adirarci e a indignarci in difesa di quel nostro simile in difficoltà, senza voltare il viso dall’altra parte per non vedere quel che gli accade, avremo compiuto, come decreta Aristotele, un’azione “rara, degna di lode e bella”.

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