Spunti di riflessione: LA SUPERBIA: «Lei non sa chi sono io!»

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino informa

 

La lumachella de la vanagloria/ Ch’era strisciata sopra un obbelisco/Guardò la bava e disse: – Già capisco/Che lascerò un’impronta ne la storia.         (Trilussa)

Dovunque egli arrivi, il superbo si mette a sedere e tira fuori dalla valigia la sua superiorità.         (Elias Canetti)

«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, và a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».         (Lc,14,  8 –11)

 

La frase di cui sopra, di altezzosa protesta – Lei non sa chi sono io – attribuita non si sa bene se ad un politico o ad un facoltoso industriale fermato dalla polizia e multato per aver commesso un’infrazione del codice stradale, è diventata proverbiale. Essa addita emblematicamente la protervia di chi, godendo di una vera o presunta posizione di prestigio nella società, pretenda l’esonero dal rispetto delle leggi o da qualsiasi altro obbligo che incomba ai comuni  mortali. L’arroganza e la prevaricazione, la presunzione di essere superiori agli altri, di avere sempre ragione, di non mettersi mai in dubbio, così frequenti nel nostro tempo, fanno parte dell’uomo da sempre. Associandosi ad una qualsiasi forma di potere, la superbia  degenera addirittura nelle forme più oscure del dominio, della sopraffazione, della tirannia. Viene da pensare al mondo della politica, o a quello della finanza, dello spettacolo, dello sport.  Ma è sufficiente guardare dentro di sé o giusto intorno, per rendersi conto che l’innalzare se stessi al grado di «io non sbaglio mai, io sono il più forte, il più intelligente, il più, il più, il più»… è una tendenza molto diffusa. La superbia, come una piovra dai mille tentacoli, si insinua dappertutto, in ogni angolo dell’esistenza umana: cresce nei corridoi del potere come nel più sperduto villaggio del nostro paese, fra ricchi e poveri indifferentemente: in famiglia, nei luoghi di lavoro, a scuola, nello sport.

In tutte le definizioni che vengono date di questo vizio troviamo lo stesso elemento ricorrente: l’amore smodato della propria eccellenza. Infatti il termine che viene dal latino, ha come radice la preposizione super, che indica lo stare sopra, l’incombere sul resto come superiore, eccezionale, straordinario. 

Di per sé, il fatto che esista in ciascuno di noi il legittimo desiderio di primeggiare, di migliorare noi stessi, di giungere alla perfezione, talvolta fino al limite di quella divina, può essere l’effetto di uno stimolo positivo e potente a cercare di dare il meglio di sé nelle diverse situazioni e campi in cui siamo chiamati a operare. Questo impulso è persino avallato dal Cristo che invita l’uomo ad uguagliare la perfezione del Padre: «Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 6, 48).

Ben altra cosa è la superbia. È il bisogno smodato di dimostrare a se stessi la propria eccellenza che porta all’esaltazione esasperata del proprio io e al disprezzo degli altri. È una malattia perniciosa che ci impedisce di considerare chi ci sta di fronte come persona avente diritto al  rispetto e alla stima, esattamente  come noi. Assume nomi diversi a seconda delle forme in cui si manifesta o dei suoi livelli di dannosità, ma sempre di superbia si tratta.

Cominciamo con le manifestazioni della vanità e della vanagloria: vengono in mente la megalomania, il pavoneggiarsi di tutti i narcisisti, la richiesta esplicita o indiretta di elogi, il bisogno di un palcoscenico, il desiderio incontenibile di raccontarsi perché noi, solo noi, pensiamo di avere doti eccezionali o di aver compiuto imprese non comuni. Parlando ci elogiamo da soli, infiorettiamo la realtà a nostro favore, ci attribuiamo meriti che non abbiamo. Oppure, nella convinzione di essere noi gli intelligenti, gli esperti, (mentre tutti gli altri non valgono niente), eccoci in ricerca di spazi per sfoggiare la propria competenza, sempre in agguato dell’ultima parola da dire, del consiglio più saggio da sciorinare.

Ricordiamo inoltre, come atteggiamento deprecabile, la falsa umiltà, detta con più colore, umiltà pelosa (qui la superbia si coniuga tristemente con la falsità). Se ne fa uso ogni volta che sollecitiamo complimenti o riconoscimenti  simulando l’autodenigrazione: «Per carità, io non valgo niente, io non sono la persona adatta per…, io sono l’ultima ruota del carro…». Guai se dall’altra parte non ci piovono di rimando i riconoscimenti agognati: «Ma cosa dici! Tu sei il migliore di tutti noi, tu hai tutti i numeri per…» ecc. ecc.

Sebbene il termine “orgoglio” possa avere anche un significato positivo (è allora la legittima coscienza dei propri meriti o talenti, oppure una ragione di compiacimento: sono orgoglioso di questo lavoro; essere l’orgoglio della famiglia, della patria, ecc.), il suo primo significato coincide con quello di “superbia”. La lingua lo ha poi specializzato per designare determinati atteggiamenti o comportamenti. Tutti conosciamo molto bene i disastri che si compiono per orgoglio. Per orgoglio non si ammettono i propri errori e si schiacciano i deboli e gli indifesi. Per orgoglio ci si chiude in se stessi rifiutando l’aiuto degli altri. Per orgoglio si nega il perdono…

E l’ambizione che cos’è, se non un’altra faccia temibile della superbia?Non occorre andare col pensiero agli imperatori, ai duci, ai tiranni della storia. Pensiamo più modestamente agli arrampicatori sociali, agli usurpatori che incontriamo a ogni piè sospinto, che vediamo e magari ammiriamo in televisione; pensiamo infine alle nostre piccole ambizioni che possono indurci talvolta a strumentalizzare il nostro impegno sociale al fine di apparire buoni, bravi, generosi agli occhi del mondo.

Il disprezzo è il diretto accompagnatore della superbia e in materia si potrebbe scrivere un trattato. Limitiamoci a evocare il disprezzo del debole, del diverso, dello straniero. Il razzismo ne è un’altra manifestazione – non solo quello tristemente registrato dalla storia dei popoli – ma quello coltivato in casa nostra, quello che ci fa dire: «Io razzista? Ma per carità, per me  gli uomini sono tutti uguali e tutti degni di rispetto», e che ci fa urlare, cinque minuti dopo: «Ti rendi conto che mia figlia vuole sposare quello sporco negro?». Viene infine da pensare , chiudendo questa scarna e insufficiente rassegna, alla puzza sotto il naso di tanti giovani senza lavoro (e di tanti genitori che li assecondano), che disprezzano, anche in via transitoria, lavori cosiddetti umili, giudicati  inadeguati al loro livello di istruzione.

Per concludere, vogliamo ricapitolare queste annotazioni riportando in sintesi quello che la psicologia ha da dire intorno alla superbia. In quest’ottica, che mi sembra del tutto condivisibile, la superbia risulta essere un paradossale meccanismo di difesa. Emerge quando il dolore è troppo forte, quando il confronto con l’altro ci fa sentire tutta la nostra fragilità. La sensazione di essere deboli, impotenti, incapaci di agire efficacemente dentro una relazione, spaventati dal rischio di essere travolti e divorati dall’altro, è un dolore talmente intenso che diventa insopportabile. Questa sensazione di fragilità e di inadeguatezza viene quindi rimossa e sostituita con una sorta di maschera che ha lo scopo di comunicare l’esatto contrario. Attraverso la superbia, l’individuo traveste il proprio senso di vuoto e di paura dell’altro, nasconde efficacemente la propria vergogna di sentirsi inadeguato e si presta a recitare il personaggio del “superiore”.

Come se ne può uscire? Il processo di guarigione passa necessariamente da una profonda presa di coscienza di essere superbi. Purtroppo questa presa di coscienza è ostacolata dalla superbia stessa. Chi ne è gravemente colpito pensa di esserne immune o solo parzialmente e minimamente sfiorato. L’illusione è che la superbia affligga la società, i politici, i vicini di casa, ma che la nostra casa e la nostra famiglia ne sia rimasta incolume. Il secondo passaggio di guarigione consiste nel riconoscere la verità profonda che risiede nel nostro animo: abbiamo bisogno dell’amore degli altri. Noi esistiamo grazie all’amore di qualcun altro: genitori, amici, colleghi, partners. Praticare l’umiltà a dosi massicce (come viene consigliato nell’ottica moraleggiante) non servirà a nulla se prima non riconosciamo questa banalissima ma fondamentale verità: abbiamo bisogno di amore! La superbia non è altro che il puerile tentativo di nascondere il pudore del nostro irrinunciabile bisogno. Infine, sempre secondo la psicologia, bisogna anche imparare a perdonare, che è l’unico modo di elaborare la rabbia di non essere stati accolti, riconosciuti e autenticamente compresi. Ecco allora che la vera umiltà rappresenta il risultato della coscienza di avere necessità del calore, del conforto, del sostegno, della cooperazione degli altri. L’umiltà e la semplicità non vanno confuse con la sottomissione, ma vanno intese come straordinarie forze d’animo, come manifestazioni di  consapevolezza, armonia interiore e autentica saggezza.


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