Spunti di riflessione: Libertà. Essere signori di se stessi

Di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista AVO Torino informa

 

Nessuna libertà esiste quando non esiste una libertà interiore dell’individuo.

Corrado Alvaro

Per volere la libertà interiore, volerla per sé come un beneficio grande, volerla con i suoi rischi, le sue solitudini, le sue pretese, bisogna esserne affascinati, esserne innamorati, aver perso la testa per lei. Ma perché questo avvenga la si deve intravedere nella sua bellezza concreta. Bisogna che qualcuno, lasciando trapelare la propria libertà interiore, offra all’altro il dono di intravederla. Quando c’è, la libertà interiore trapela da tutto l’essere: dal modo di parlare, di agire, di scegliere, di desiderare, di comportarsi con chi sta in alto e con chi sta in basso. La totalità dell’essere e dell’agire rivela la presenza della libertà interiore.

Edda Ducci, L’uomo umano

 

Siamo liberi? La libertà esiste? Dipende… Dipende da che cosa? Dipende fondamentalmente dall’idea che ognuno ha della libertà. Molti concordano nel ritenere che uno sia libero quando può agire senza costrizioni, lavorare a ciò che ha sempre desiderato fare, indirizzare la propria vita come gli pare e piace. In breve, la libertà è vista dai più come emancipazione da limiti, da costrizioni esterne. Certo la libertà esteriore è preziosa: si pensi alle differenti condizioni di esistenza di un detenuto e di un libero cittadino  o ancora  agli agi esistenziali di chi è ricco rispetto alle privazioni enormi di chi ricco non è. Non c’è bisogno di un disegno per rendersi conto di quanto vasta sia la gamma di libertà esteriori di cui uno può godere oppure essere privo. Eppure, anche chi può fare tutto ciò che vuole è ancora molto lontano dall’essere libero. Intanto, anche per godere di questa libertà, bisogna rendersi indipendenti da uomini e cose. Chi di noi lo è?  Nella nostra società si esibisce molta indipendenza, ma in realtà siamo tutti vittime di adescamenti e seduzioni e finiamo per fare inesorabilmente quello che fanno tutti.  Se non lo si fa ci si sente a disagio e fuori ruolo. Basta pensare alla tirannia delle mode. Vacanze ad ogni costo, telefonini ad ogni costo, labbra e seni muliebri turgidi fino a settant’anni a ogni costo.  Prendiamo ancora un esempio emblematico di quanto le mode ci tiranneggiano: la minigonna, o i pantaloni a vita bassa che lasciano l’ombelico e i fianchi scoperti. Se una donna vuole essere “in” li deve portare.   Che diamine! le donne di oggi mica sono suore! Seduttive devono essere! Ed è così che, chissenefrega del buon gusto, o del rispetto per il proprio corpo, le strade cittadine pullulano di corpi di donne raramente in linea, spesso devastati da straripanti strati lardacei che deambulano nelle loro pochissimo seducenti nudità. Non si è libere? E che dire degli enormi pancioni per incipienti maternità esibiti nudi con disinvolta fierezza? Non sono il segno di una duramente conquistata emancipazione femminile?  E avanti di questo passo, potremmo fare una lista interminabile di tutte le forme di dipendenza e di schiavitù che prendono origine da tanti presunti atti della nostra “libertà”. Non si è liberi se si indossa una maschera per compiacere a chi ci sta intorno. Non si è liberi quando ci si comporta come fanno tutti, mandando all’ammasso il nostro cervello. Non si è liberi quando dipendiamo dal giudizio degli altri, quando ci adattiamo alle circostanze, quando si diventa vittime di abitudini nefaste: alcol, droga, gioco, sesso, manie compulsive di ogni genere. Non si è liberi quando, obbedendo all’iperconsumismo della nostra epoca, ci circondiamo di cose che non rispondono ai nostri reali bisogni. Non si è liberi quando ci facciamo dominare dalle nostre paure, quando non si ha il coraggio di osare, quando non sappiamo dire Sì quando è Sì e No quando è No.

E allora concluderemo che la  libertà è morta? Sbagliato in pieno. La libertà è sempre lì ad attendere ognuno di noi purché noi lo vogliamo. Purtroppo, nella nostra epoca intrisa di materialismo, l’uomo dà un enorme peso a ciò che si verifica nel mondo delle apparenze visibili e tende invece ad ignorare o a trascurare ciò che avviene – o che spesso non avviene – al livello interiore della sua anima. Fin dalla nostra primissima infanzia gli adulti che abbiamo intorno ci portano a pensare che il senso della vita dell’uomo stia nel vivere un’esistenza felice: se la vita non è un piacere, che vita è? Da qui a ritenere che la soddisfazione di ogni nostro desiderio, di tutte le nostre pulsioni, sia la chiave della felicità, il passo è breve. Quanti invece ci dicono che  per l’uomo non c’è cosa migliore al mondo che diventare sempre più umano, vivendo sempre più nella pienezza della sua ricchissima natura? Che cosa contraddistingue l’uomo dagli animali, dalle piante e dai minerali? In questi ultimi secoli, in base alla teoria dell’evoluzione di Darwin,  l’uomo è stato paragonato sempre più all’animale. È evidente che uomo e animale hanno molto in comune perché  tutto ciò che troviamo nell’animale lo ritroviamo anche nell’uomo. Ma se ci fermiamo lì non riusciamo più a conoscere ciò che è specifico dell’uomo. Specificamente umano è tutto ciò che l’uomo non ha in comune con l’animale!

Ciò che è solo l’uomo ad avere, è il libero arbitrio, la capacità di libera scelta, che presuppone la capacità di giudizio. Ma questa libertà, al contrario di tutte le leggi di natura (cibarsi, dormire per sopravvivere, accoppiarsi per generare, ecc.), è data all’uomo come disposizione, come una facoltà che tocca a lui coltivare ogni giorno. Essere uomini vuol dire allora poter diventare sempre più liberi, non essere liberi già in partenza. La libertà diventa allora l’essenza della moralità, del massimo bene per l’uomo. Quando l’uomo rinuncia a vivere da libero, egli ricade o resta fermo al livello dei regni di natura e perde la sua umanità. Sarà mosso dall’istinto in modo simile all’animale, potrà vegetare come una pianta o funzionare meccanicamente come una macchina, ma non vivrà ciò che è proprio dell’uomo. A questo punto molti obietteranno: ma questo criterio è difficile! Bisogna ammetterlo: questo criterio fa appello al pensiero e alla volontà di ognuno. Nella struttura interiore del nostro essere, troviamo inizialmente la pura facoltà della libertà, cioè la capacità di prendere in mano in modo sempre più attivo e creativo il nostro cammino interiore e la nostra vita. La libertà è allora una facoltà in divenire, che va continuamente esercitata. Come la si esercita? La si esercita con grande fatica, a volte con lacrime e sangue perché la libertà interiore richiede di andare contro corrente: opporsi alle mode, rimuovere le proprie schiavitù interiori…, stare in piedi sulle proprie gambe senza dipendere dagli altri… Avete letto la seconda citazione che riporto nel riquadro? Edda Ducci ci dice in modo magistrale quali sono i costi della libertà interiore, ma ci prospetta anche quali ne sono gli effetti. Essere liberi significa appartenere a se stessi, essere signori di se stessi. Certo, in questo senso, quanti possono considerarsi uomini compiuti? Forse nessuno. Ma tutti lo possiamo diventare, a poco a poco, giorno per giorno.

 L’essere umano è libero nella misura in cui partecipa, mediante l’esercizio intuitivo del pensare, al mondo dello spirito.

Pietro Archiati, Libertà senza frontiere

 

 

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