Spunti di riflessione – Lussuria: il grande vuoto dell’amore

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

Il concetto di amore implica l’idea di volere il massimo bene per la persona amata. La lussuria, invece, cerca solamente il proprio massimo piacere personale. Se questo piacere non è ottenuto, l’altra persona cessa di essere amata. Non si ama la persona, bensì il piacere che si ottiene da essa. Una vita sensoriale è vana, è animale e non lascia ricchezza interna.

[Srila Atulananda Acarya, maestro induista]

L’amore è paziente, l’amore è benevolo, l’amore non invidia, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L’amore non verrà mai meno.

[1 Cor., 13, 4–10]

Ama, e fa quel che vuoi.

[Sant’Agostino]

 

Ci vuol coraggio di questi tempi a parlare di lussuria: il rischio è di apparire bigotti e antimoderni in quanto le nostre società occidentali, del tutto impregnate di materialismo, ritengono ormai normalmente accettabili tutti i comportamenti sessuali che coinvolgono adulti consenzienti. Ma la liberalizzazione e la cosiddetta rivoluzione dei sessi fanno forse diventare ordine ciò che di per sé è e resta un disordine? È un po’ come chiedersi se l’innalzamento del limite di tolleranza delle sostanze inquinanti presenti nell’acqua da bere  – imposto dal Ministero della Sanità  per non dover chiudere gli acquedotti (oppure le fabbriche che inquinano le sorgenti) –  renda l’acqua delle nostre case meno avvelenata. No, l’acqua resta piena di sostanze inquinanti e le garanzie sulla sua purezza, certificate dalle istituzioni, non sono altro che una bella bugia legalizzata.

Un’altra obbiezione a cui dobbiamo rispondere prima di affrontare senza più  remore il tema odierno, è quella molto diffusa  che tende ad assolvere il dilagare attuale della licenziosità con l’argomento trito del «Si è sempre fatto così». È vero che la lussuria, da Adamo ed Eva in poi, ha sempre avuto il vento in poppa – la storia delle civiltà che ci hanno preceduto e tutta la Scrittura Sacra (chi di noi non ricorda le clamorose vicende di Sodoma e Gomorra?) pullulano di storie  e di costumi assolutamente depravati. Ma questo argomento non giustifica nulla: serve solo a mostrare che col succedersi dei millenni, nonostante  l’evoluzione poderosa dei cervelli e dei frutti del pensiero,  gli uomini continuano alla grande a perdere punti in fatto di umanizzazione.

Veniamo dunque alla lussuria. Tutte le definizioni correnti del termine, che partono dall’etimologia latina, luxus – luxuria, cioè “lusso”, “esuberanza”, “sfrenatezza”, concordano nel presentare questo vizio come un eccesso: l’uso smodato o deviato della sessualità.

Per parte mia sarei più propensa, in alternativa all’etimologia e alle definizioni correnti, a vedere invece la lussuria, in tutte le sue molteplici manifestazioni che qui non è necessario elencare perché tutti le conosciamo, come una carenza, come un’enorme carenza di “umano”. Tutti i cosiddetti “vizi” del resto, non solo la lussuria, sono indici dello stesso tipo di carenza. Cercherò di spiegarmi, anche se, per non scrivere un trattato, dovrò essere estremamente schematica e forzatamente riduttiva.

Secondo la mentalità e le ideologie materialistiche vigenti, l’uomo viene definito dalla scienza  antropologica come “animale superiore” dotato di un’intelligenza e di una psiche – psiche che sarebbe comunque il prodotto di  attività e funzioni puramente biologiche. Visto invece con l’occhio della nostra medicina meccanicistica, lo stesso uomo diventa essenzialmente una macchina, o se si preferisce, un pupazzo meccanico; si cura infatti un organo ammalato ma si perde di vista l’uomo intero;  si sostituisce un organo che non funziona più con un organo nuovo  e così via.

Quali sono le prospettive di durata che il materialismo attribuisce a quest’uomo, per metà animale e per metà macchina? Pochi decenni: se tutto va bene, con l’allungamento della vita prodottosi in questi ultimi cinquant’anni, i decenni saranno otto, nove o forse anche dieci. Gli scienziati però stanno provando in tutti i modi a strappare alla morte qualche lustro supplementare e promettono  per un futuro non lontano una vita arzilla almeno fino a centoventi anni. Dopodiché tuttavia, concluso il suo ciclo biologico, questo essere sparirà inesorabilmente  nel nulla. C’è da stupirsi che con una simile prospettiva quest’uomo cerchi di arraffare dalla vita, in qualsiasi campo dell’esistenza, tutto l’arraffabile, tutto il godibile?  Perciò, la scelta che molti fanno attualmente di assecondare tutte le pulsioni naturali, fino a scadere nel peggior degrado, va di pari passo con i limiti strutturali che questo tipo di uomo è convinto di possedere.

Ora si dà il caso che l’attrattiva verso il corpo dell’altro sesso, concepita in origine con lo scopo di perpetuare la specie, sia in assoluto l’istinto di natura più irresistibile di cui tutti i mammiferi sono dotati. È un impulso non meno travolgente di quello dell’autoconservazione, che si manifesta nel bisogno di mangiare, bere, dormire. Inoltre, e qui sta il punto interessante, l’esercizio della sessualità è maledettamente attraente essendo fonte di grande piacere.

Come ho appena detto, adeguarsi più o meno consapevolmente alla concezione materialistica dell’uomo, significa farsi fagocitare dalla dinamica degli impulsi e desideri che non si debbono né possono reprimere (ne va del buon funzionamento di quest’uomo, ridotto per metà a “meccanismo” e per l’altra metà ad “animale”: ce lo dicono perfino molti psichiatri e psicologi che vedono nell’attività sessuale un toccasana liberatorio per molti malesseri esistenziali!); vuol dire inoltre  crearsi delle dipendenze ossessive dalle proprie brame giungendo a “cosificare”, a ridurre a  semplice oggetto, quell’essere umano che di volta in volta verrà “usato” per soddisfarle.

La lussuria va letta in questa chiave di “animalità” e di “cosificazione” dell’altro, così come lo sottolineano le citazioni nel  riquadro.

Le grandi bulimie, le grandi abbuffate di sesso che caratterizzano massimamente la nostra epoca, sono il prodotto della logica che riduce l’uomo a pura corporeità. Emblema di questi eccessi e istigazione continua ad imitarne i modelli, sono tutti i mass media tra cui primeggia la televisione con i sui elevatissimi indici di ascolto. Penso a tutti i programmi spazzatura, ma penso anche a programmi televisivi più seri, spesso conditi in salsa sessuale. Come se il vero senso del successo di un’operazione chirurgica finora ritenuta impossibile, o della costruzione di un’opera particolarmente ardita, traessero il loro vero significato dal titillamento sessuale derivato dalle grazie di qualche svestita signora che partecipa alla trasmissione. Il sesso è ormai inevitabile sottofondo di qualunque argomento, di qualunque pubblicità, fosse anche quella di un veleno per topi.

Penso ancora a tutte le mercificazioni del sesso e non solo a quelle più antiche come la prostituzione  che oggi alimenta profitti miliardari di mafie e di mercanti di carne umana; penso anche all’uso distorto e morboso che tanti giornalisti fanno delle notizie di cronaca nera, pretesto per enfatizzare, a fini di lucro e di scoop, le peggiori forme di perversione: pedofilia, necrofilia, incesti, stupri e quant’altro. Siamo in presenza di un marketing astuto e spregiudicato, che obbedisce a ragioni perverse di potere, intese come dominio del corpo sottomesso, in cui la donna, a dispetto di tutte le sue lotte per emanciparsi, viene tuttora relegata al ruolo di oggetto passivo e come tale valorizzata. Ci si deve allora sorprendere che un’avvenente ragazza intervistata pochi giorni fa alla televisione su quali fossero i suoi valori, abbia risposto testualmente: «La bellezza è un valore. Quindi io la posso vendere e comprare come più mi piace.»?

Fin qui la riflessione mi ha permesso di mostrare, prendendo spunto dalla lussuria in cui sguazza alla grande la nostra società, i guasti enormi che sta producendo il materialismo sempre più esasperato, sempre più pervasivo  da cui una grossa fetta di umanità sembra non riuscire a liberarsi, almeno per ora. Quello che è certo, e che ci deve allarmare, è che l’uomo si perderà a meno che non recuperi la sua vera identità smarrita di uomo intero     (nel corpo del quale convivono e interagiscono un’anima e uno spirito)  e che non recuperi altresì il senso vero della sua esistenza e del suo destino di eternità.

Agli antipodi dell’uomo materialistico, ridotto, come abbiamo visto fin qui, ad un essere racchiuso nella finitezza della propria corporeità  –  fortemente condizionato dalle pulsioni e dagli istinti  di natura –  si colloca l’uomo “intero”, non amputato cioè delle sue componenti spirituali e del suo destino ultraterreno  di immortalità, così come tutte le correnti spirituali – non solo quella cristiana –  da sempre  ce lo descrivono.

In una prospettiva spirituale ritrovano il loro vero significato due concetti fondamentali che il materialismo ha completamente travisato. Il primo è il concetto di libertà che nel comune sentire materialistico è recepito come facoltà di scegliere e di fare quel che pare e piace, ossia i propri comodi ad ogni livello. In altri termini, la libertà di stampo materialistico spiana la strada all’arbitrio e agli egoismi di ognuno. Al contrario, in ogni concezione spirituale, la libertà, correttamente intesa, è la facoltà propria dell’uomo di scegliere tra ciò che è bene e ciò che è male.  Che cosa è bene e che cosa è male per l’uomo? È bene tutto ciò che lo rende sempre più umano, è male tutto ciò che impoverisce e degrada la sua umanità. Ora, se l’uomo è fatto di corpo, anima e spirito, è bene tutto ciò che favorisce l’integrità e l’armonia di queste tre sfere. Quindi  l’uomo ha la possibilità di decidere  come orientare le forze che gli dà la natura: se verso la crescita equilibrata di tutte le sue componenti – mettendo in conto anche le difficoltà di questo percorso – oppure verso la propria disumanizzazione, raggiungibile invece senza tanti sforzi:  basta andar dietro a tutti gli istinti che la natura gli fornisce.

Il secondo concetto su cui si equivoca facilmente è quello di amore. Infatti su questo termine c’è un fraintendimento ricorrente: in italiano – e in molte altre lingue – viene chiamato “amore” sia l’istinto sessuale, come lo dimostra l’espressione “fare l’amore”, sia l’espressione più alta della libertà che si traduce nel verbo “amare”. Dov’è l’equivoco? Sta nel fatto che non si distingue più tra amore e amore, al punto da mettere sullo stesso piano l’amore di natura e l’amore che ognuno, se vuole, deve conquistarsi con la propria libertà. Nel “fare l’amore” sono le forze di natura in noi ad assumere un ruolo di guida; viceversa, quando si tratta di amare un’altra persona mettendo in secondo piano i nostri interessi, l’istinto di natura non ci soccorre più: bisogna agire in base alla conoscenza dell’altro e alla libera decisione della nostra volontà.

Non c’è bisogno, credo, di dilungarsi sulle definizioni che si possono dare del verbo “amare”, che in estrema sintesi significa “essere l’uno per l’altro” ma, volendo, ci si può rinfrescare la memoria meditando le parole dell’apostolo Paolo che ho riportato nel riquadro. Quelle parole valgono per tutti, perché l’amore è uno; sono pertanto un riferimento fondamentale anche nel rapporto uomo-donna  uniti in un progetto di vita comune.

Qualcuno potrà chiedersi se la riflessione condotta sin qui non sottenda in qualche modo una svalutazione se non addirittura una demonizzazione della sessualità. Ci mancherebbe altro! Senza l’irruenza dell’istinto sessuale il genere umano si sarebbe estinto da lunga pezza. La sessualità è una possente risorsa della natura che ci accompagna lungo tutto l’arco della vita.

Tuttavia una considerazione va fatta ed è questa: la sessualità, in quanto realtà biologica, rappresenta una sfera che l’uomo ha in comune con gli animali, ma, a differenza degli animali, l’essere umano, come  è stato ricordato più su,  ha un corpo abitato da un’anima che nulla ha a che fare con la zoologia e da uno spirito individualizzato, che chiamiamo “io”, che gli animali non possiedono. La vita non è stata data all’uomo per uguagliare l’animale.  La finalità del Creatore era un’altra: darci la possibilità di scoprire che genere di felicità si può trovare nell’anima e più ancora nello spirito, facendo un saggio uso della libertà. Il godimento del corpo era in origine un generoso sovrappiù, annesso alla necessità di conservazione della specie. Oggi è diventato, in concorrenza col denaro, uno dei massimi obbiettivi della vita.

Ecco perché la nostra cultura materialista che limita e concentra la capacità di godimento dell’uomo alla sola sfera corporea, è animalesca e pertanto disumana. E nel proporre ossessivamente attraverso uno sconfinato bombardamento mediatico questo esclusivo modello  di edonismo, il materialismo produce una vera e propria castrazione dell’uomo a livello della mente, del cuore e dello spirito che andrebbero invece incoraggiati verso la scoperta di ben più esaltanti godimenti  se solo si esplorassero le infinite risorse dell’umano.

L’uomo “intero” è chiamato a tramutare l’amore che dà la natura, in un amore che sia l’opera d’arte della sua libertà. Questa trasformazione interiore è una lunga e faticosa “conversione” che rappresenta una vera e propria inversione di marcia nel cammino di ogni uomo verso l’umano. È una conversione lenta e tutta in salita che richiede una grande forza di volontà perché si realizza solo vincendo gli istinti di natura. Si tratta di decidere se il mio corpo è il mio padrone o il mio servo. La sessualità vissuta come puro turbinio di sensazioni corporee è il gioco di due esseri ognuno chiuso in sé, è l’incontro di due egoismi che a conti fatti sfociano in un senso di grande solitudine.

L’amore, pur non escludendo la sessualità, è attenzione verso l’altro, è rispetto della sua dignità, della sua libertà, è dono, è capacità di non fare solo le cose che piacciono, di regalare il proprio tempo, di permettere all’altro di sviluppare i propri talenti, è volontà di creare assieme mondi sempre più ampi di gioia, di bellezza, di armonia. L’amore fa fare le cose giuste e non solo quelle che piacciono: il suo scopo è di renderci tutti migliori, tutti più umani, ad ogni livello. L’amore non conosce le mezze misure: queste sono le scappatoie dei mezzi amori.

Gli istinti di natura regalano piccole gioie. L’amore conquistato per libertà, con fatica, spesso con dolore e sofferenza, ripaga sempre con gioie immense. Le grandi gioie nascono sempre da enormi fatiche. Sono tanti oggi a pensare di poter vivere da uomini senza rimetterci niente. Non hanno ancora capito che pagare per i propri ideali è il privilegio e la gioia dei forti. Lo aveva capito invece molto bene Agostino che ci ha lasciato il suo messaggio: «Ama e fa quello che vuoi». Intendeva dire che l’amore apre spazi infiniti alla libertà creativa di ogni uomo.

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