Spunti di riflessione – Accidia: la scelta del disimpegno

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa.

 

Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.

Apocalisse 3, 15-16

Questa è la storia di quattro individui: Ognuno, Qualcuno, Chiunque e Nessuno. Bisognava fare un lavoro importante e si chiese a Ognuno di occuparsene. Ognuno si assicurò che Qualcuno lo facesse. Chiunque avrebbe potuto occuparsene, ma Nessuno non fece mai niente. Qualcuno s’arrabbiò perché considerava che per questo lavoro Ognuno fosse responsabile. Ognuno credeva che Chiunque potesse farlo, ma Nessuno mai si rese conto che Ognuno non avrebbe fatto niente. Alla fine Ognuno rimproverò Qualcuno per il fatto che Nessuno non fece mai quello che Chiunque avrebbe dovuto fare.

Anonimo

Credo che nel corso dell’esistenza di ognuno debba avvenire un passaggio indispensabile: bisogna farsi carico della propria vita e delle proprie responsabilità. Risulta incredibilmente facile attribuire la colpa del nostro disagio a qualcun altro, perché si tratta della soluzione più a portata di mano: di volta in volta vengono accusati i propri genitori, la propria scuola o la società in cui si vive. In tal modo, però, la nostra stessa vita viene espropriata del suo significato più profondo.

Marco Lodoli, giornalista e scrittore contemporaneo

 

A meno che qualcuno conosca un poco La Divina Commedia e i versi severi che Dante riserva agli accidiosi (Questi sciagurati, che mai non fur vivi, Inferno, Canto III) o che ricordi ancora, grazie a una solida memoria , l’elenco dei sette peccati capitali che finiva con l’accidia, imparati a catechismo, molti non hanno un’idea precisa del significato di questo termine perché di accidia si è sempre parlato poco anche se le svariate modalità in cui essa si manifesta sono piaghe molto presenti da sempre nel contesto umano. Attualmente però questo vocabolo inusuale sta guadagnando velocemente terreno sulla rete: di accidia si discute in una gran quantità di forum e il più noto motore di ricerca, Google, per la voce “accidia” sforna un’enorme quantità di risultati (qualcuno ne ha contato svariate decine di migliaia!), che rimandano a siti di ogni genere: religiosi, medici, psicologici, psichiatrici, grafologici, politici, sindacali, pubblicistici e via elencando. Segno che, da punti di vista diversi e lontani tra loro, l’accidia appare sempre più come un fenomeno diffuso e inquietante della nostra epoca.

Che cos’è l’accidia? L’uso iniziale di questo termine, che deriva dal greco [akedìa], e significa incuria, indifferenza , tedio, mancanza di interesse per qualcosa, risale alla tradizione religiosa. Nel IV secolo d.C. un famoso Padre del Deserto, Evagrio Pontico, definì l’accidia “il demone di mezzogiorno”, perché era la tentazione che assaliva i religiosi a metà della giornata, quando, dopo la fatica delle veglie di preghiera notturna e mattutina e quella delle varie attività di lavoro svolte dai monaci, l’entusiasmo e l’ardore per la vita spirituale scemavano drasticamente. Più tardi, nel medioevo, Tommaso d’Aquino definisce l’accidia come un particolare tipo di tristezza, di malessere interiore, per cui l’uomo diventa lento e pigro nell’esercizio delle cose spirituali, a causa della fatica psico-fisica ad essi congiunta. Da allora l’accidia entrò a far parte dei vizi capitali e in tale veste venne considerata un grande nemico da combattere.

Dante Alighieri mostra nell’accidia l’aspetto più terribile della disumanizzazione; gli accidiosi, collocati nell’antinferno, non meritano neppure l’inferno perché , non avendo  combinato nulla nella vita, indifferenti a tutto, senza mai scegliere da che parte stare, rinunciando a tutte le responsabilità, si identificano con coloro che nell’Apocalisse vengono definiti né freddi né caldi. Per questo il poeta fa pronunciare a Virgilio, sua guida e maestro, la sdegnosa frase: «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa». Di loro, che nessuna traccia hanno lasciato nel mondo, non vale neppure la pena di parlare.

Il disimpegno che contraddistingue l’accidia ha mille facce e darne un quadro esauriente sarebbe impossibile. Ma anche una tipologia limitata di casi può illuminarci sul fatto che, se non abitualmente, almeno di quando in quando capita a tutti di non riuscire a sfuggire al comodo richiamo dell’accidia, particolarmente quando si manifesta sotto forma di apatia verso tutto e tutti oppure come estraniamento da richiami morali elementari o ancora come rifiuto della responsabilità o indifferenza per qualcosa di importante. Ecco una breve lista, costruita sul noto modello lanciato da Fabio Fazio nelle sue serate su Raitre, che elenca una tipologia del disimpegno, con cui poterci confrontare:

quelli che… non prendono mai posizione per paura del rischio;

quelli che… rifiutandosi di pensare, seguono per comodità le opinioni di questo o di quello;

quelli che… davanti a un ostacolo da rimuovere o a una iniziativa da prendere, si fermano dicendo: “ci penserà qualcun altro”;

quelli che… davanti al pestaggio di una persona restano impassibili o voltano la faccia dall’altra parte;

quelli che… passano le loro giornate vuote e inutili perché niente per loro è interessante: né quanto potrebbero fare, né dove potrebbero andare, né con chi potrebbero incontrarsi;

quelli che… si lamentano del proprio paese, del proprio governo, del proprio futuro incerto e che invece di chiedersi come attivarsi per far progredire le cose, dicono: “non è un problema mio”;

quelli che… per indolenza, mai hanno scelto né mai sceglieranno;

quelli che… nei sondaggi di opinione figurano sotto la voce: “senza opinione” .

L’elenco che precede si allungherebbe in modo impressionante se si dettagliassero ulteriormente le svariate forme di omissioni che ogni enunciato sottintende. Già avere presenti una serie di sinonimi di “accidia”, tra i quali mi limito a inserire l’ignavia (che significa mancanza di volontà e di forza morale), l’inerzia, la negligenza, l’incuria, la poltroneria, l’immobilismo, il disinteresse verso ogni iniziativa, aiuta a richiamare alla nostra memoria una serie interminabile di inadempienze: perché, ad esempio, quella garza o quel bisturi dimenticati dal chirurgo nella pancia del paziente? Perché quelle merendine stracolme di grassi idrogenati, invece di una sana torta preparata in casa per i nostri figli? Perché tutti quei rifiuti nel cassonetto dell’indifferenziato, quando il comune o il quartiere ha disposto la raccolta distinta per generi diversi? Perché quell’ora preziosa sottratta ai giochi coi bambini per passare l’intera domenica a guardare lo sport in TV.?

L’accidia collettiva sta minando paurosamente l’assetto delle nostre società. Nel nostro mondo frenetico e indaffarato che vorrebbe imporre a tutti ritmi rapidi e dinamici, l’accidia si allea sempre più spesso col lasciar fare o l’abborracciare. Tanto, si pensa, il mondo è uno sfascio, sono tutti uguali e migliorare è impossibile. Con questo modo di ragionare tranquillizziamo la nostra coscienza e giustifichiamo la nostra condotta quotidiana fatta più di omissioni che di azioni costruttive. Non ci piace come vanno le cose; allora, anziché rompere le regole del gioco, contrapporsi, o resistere, si sceglie il disimpegno e si punta sul disfattismo come se fosse il surrogato della virtù. Viviamo nel mondo del fare, ma l’agire è spesso accompagnato dal fastidio, dalla noia, dalla disaffezione: la smania di distrazione, di evasione dai nostri compiti ( anche perché sovente non sono stati scelti da noi), prevale sulla capacità di attenzione e di esecuzione accurata delle cose. L’attenzione e l’accuratezza richiedono fatica; l’accidioso non sa o non vuole faticare. Soprattutto non si sa dedicare. Nel nostro tempo molti non sanno coltivare a lungo neppure un amore, la cui custodia richiederebbe sforzo creativo, capacità di immaginazione, voglia di condivisione con l’altro. Invece dicono: che noia! L’accidioso non riesce a portare a compimento l’opera: è solo capace di divagazione. Allo stesso modo abbiamo genitori distratti, maestri svogliati, medici che visitano i pazienti al telefono, funzionari poco o nulla funzionanti, politici pieni di zelo per la loro poltrona e…giovani vuoti, demotivati, spenti nei confronti della vita.

L’accidia può anche nascondersi a lungo dietro la maschera di un efficientismo esasperato con cui molti mettono a tacere le domande importanti sul senso della propria vita, sulla valorizzazione dei propri talenti, sulle responsabilità di ognuno verso gli altri e verso l’ambiente che li ospita. Ogni giorno la loro agenda appare stracolma di impegni: ufficio, pranzi di lavoro, palestra, un party di qua, un cocktail di là, shopping, serate lunghissime e sempre super-impegnate, purché non rimanga un attimo nella giornata per fermarsi a pensare. Perché se si pensa, si sente vagamente di correre il rischio che affiori il vuoto, l’assenza, il “nulla degno di nota”. È il dramma di tante esistenze che non trovano la forza morale di accogliere l’inquietudine come segnale che forse si sta conducendo una vita superficiale, priva di senso. Si pensa invece di poter colmare quel vuoto cambiando ciò che si ha con ciò che non si ha ancora. Si moltiplicano gli impegni e la ricerca di diversivi: basta con la solita abitazione, con i soliti amici, con il solito compagno/ la solita compagna, il solito club, la solita dieta, i soliti abiti. Cercare alternative, ma sempre della stessa natura, è l’espediente del proprio sopravvivere.

Giunti a questo punto, bisogna riconoscere che l’uomo, incline per natura ad adagiarsi nelle comodità, e a scansare il più possibile fatiche, sforzi e responsabilità, mai come in questa nostra epoca è stato provocato ad assecondare queste sollecitazioni. Le nostre società – pur dando segnali evidenti che l’andazzo dovrà cambiare – insistono tuttora nel proporre modelli di vita seducenti e altamente disimpegnati, basati sul conseguimento di una felicità frutto del benessere fisico e del possesso più ampio possibile di beni materiali. I mass-media che di queste società sono i portavoce, che instillano nelle menti dell’uomo i pensieri che dovrà pensare, i sentimenti che dovrà provare e le cose che dovrà fare, hanno ormai anestetizzato, in larghe fette di umanità, le tre fondamentali risorse che fanno la grandezza e la bellezza dell’uomo: il pensare, il sentire, il volere. Quanto più violenti si fanno questi attacchi alla vera essenza della nostra umanità, tanto più fortemente saremmo invitati ad opporre un rifiuto di questi modelli.

Molti purtroppo, allettati e sedotti dalle facilità del disimpegno e dalle gratificazioni della materia, hanno dimenticato che l’uomo è stato pensato come essere dotato di spirito, di pensiero libero, creativo, fantasioso. Siamo al mondo per rendere abitabili i deserti, vivibili gli spazi, per far fiorire meraviglie con l’opera del nostro ingegno, della nostra volontà, delle nostre mani laboriose. Siamo al mondo soprattutto per rendere significative tutte le nostre esistenze, perché tutti abbiamo ricevuto il nostro talento da far fruttare.

L’accidioso, la cui volontà è inattiva, oscillante, instabile, rinuncia a progettare, tantomeno a migliorare, ad abbellire, a costruire.

Non esistono ricette utili per guarire l’accidia. Non sono mai i suggerimenti e i consigli che provengono dall’esterno che possono modificare le scelte libere dell’uomo. L’unico mezzo per cambiare, è quello di rendersi conto di come l’accidia disumanizzi l’uomo uccidendo in lui la grandezza di cui sarebbe capace.