Via Padova

Un racconto di Paolo Buzzo

C’è una strada a Milano chiamata Viale Padova. Viale perché è lunga anche se sulla targa c’è scritto

Via Padova.

Molti l’hanno sentita nominare per il concentramento di extracomunitari nordafricani, asiatici, cinesi, indiani ecc.

Ma non tutta la via è uguale, all’inizio ha un concentramento più orientale, poi nordafricano, poi misto ed in fondo è ancora un po’ milanese.

Ma la nostra storia è un’altra.

È la storia di tre animucce che vagano per il mondo dei cieli.

La prima di queste animucce si è data un nome, non a caso, le proviene dal percorso fatto in cielo

(parte anche in Paradiso) e da quello che si porta dietro dalla sua vita precedente.

Lui vorrà chiamarsi Mario. Vorrà essere lombardo e scegliersi una famiglia abbastanza agiata. Vorrà diventare migliore di quello che era stato e ha le idee abbastanza chiare.

Bisogna anche dire che tutto il viaggio su nel mondo dei cieli non l’aveva fatto da solo ma spesso con altre due animucce. Erano stati amici anche nella vita precedente. Non sempre si erano amati ma qualcosa li univa. Sentivano che avrebbero dovuto fare qualcosa di particolare tutti assieme. In comune avevano anche la certezza geografica. Volevano essere lombardi. Uno aveva deciso che si sarebbe chiamato Oreste e l’altra Chiara.

Per Mario, Oreste e Chiara era ormai ora di trovarsi una famiglia.

Quel giorno, Mario cominciò a guardar giù, vedeva la Brianza e il benessere, non era proprio consapevole ma era attratto da quella dolcezza geografica.

Ad un certo punto sente qualcuno che gli soffia vicino. Era il suo Angelo Custode che l’aveva seguito per gli ultimi due secoli mentre aspettava di tornare nel mondo di sotto. Ma questa volta il soffio era diverso, diverso di temperatura, era tiepido e diverso di consistenza. Era un soffio tiepido e deciso.

Era il segnale. Era pronto, doveva trovarsi una famiglia ed incarnarsi.

Era quella una bella notizia, Mario cominciava ad essere un po’ stufo di quel mondo di lassù, e soprattutto non ci capiva più niente tra Angeli, Arcangeli, Dominazioni, Trombe, Gerarchie, Troni, ecc.

Mario  (che aveva le idee abbastanza chiare) però aveva capito bene che nel corso delle epoche (millenni) lui era sempre stato umano. Un umano.  A volte maschio, a volte femmina ma sempre umano. Ricordava bene di quando era soltanto un tiepido vento  e si era scrollato le scintille del regno minerale, poi aveva salutato le onde del regno vegetale ed infine aveva lasciato la simpatia del regno animale. Sapeva bene che lui non discendeva da una scimmia, ma al contrario aveva lasciato parti in ogni pianta, ogni minerale e ogni animale.

Mario, allora ( aveva sempre le idee abbastanza chiare) cominciò a guardare attentamente giù in quel mondo che tanto lo attirava e vide una bella fabbrica con un’insegna: Metallurgica Cazzaniga. Guardò più a fondo, vide il giovane padrone e la sua sposa, avevano una bella casa (villa), una bella fabbrichetta, una Porsche e non c’erano fratelli o sorelle in giro.

Decise in un attimo: è lì che voglio andare. Fece un cenno all’Angelo Custode e si preparò.

Dall’alto seguì il futuro padre, guardava anche la madre, bella, attraente e giovane. Mario con i suoi piccoli poteri fece il possibile per creare la situazione ideale al suo concepimento.

Ma a un certo punto gli scappò un grido…. Noo!!  Il papà si era fermato in farmacia e stava comprando una scatola di preservativi. Noo!! Tutti i suoi ragionamenti, tutti i suoi pensieri di due secoli vanificati da una scatola di palloncini. Tutta la grandezza del Creato, la musica delle sfere, la confidenza con le Gerarchie spirituali, e poi LUI che era cambiato e voleva a tutti i costi migliorare, voleva con Oreste e Chiara aiutare i bisognosi, LUI che nella vita precedente si era sempre fatto aiutare. Noo!! Non è possibile.

Passò un attimo di tristezza poi… sentì ancora il soffio del suo Angelo Custode, ma stavolta un po’ più frettoloso, con una carezza gli dice che è ora, deve andare non ha più tanto tempo.

Va bé. Guarda giù e vede in quel momento un’officina. Una falegnameria con una targa:

Mariani Falegname e F.lli.

La terra era sempre quella brianzola, però più vicino alla grande città Milano, la falegnameria non grande,  i titolari (futuri padre e madre) tutti e due al lavoro, lui alla macchina tornitrice lei alla scrivania. C’era già un fratellino che girava, non solo aveva un’aria simpatica ma era anche stato un suo compagno di battaglia, l’aveva incrociato in Purgatorio e nei momenti difficili gli era stato vicino.

Come sono duri quei momenti appena sei morto ed arrivi su. Fa tanto freddo e l’unica cosa che scalda sono i pensieri di chi ti ricorda.

Dai, pensa Mario demm dal Mariani.

Per due giorni guarda la famiglia Mariani e la sua attrazione è sempre più forte.

Ma la mamma è strana e tutte le sere prende una cosa rotonda, toglie una pastiglia e la inghiotte.

Mario fa un cenno all’Angelo per chiedere cos’è quel cerchio che la mamma schiaccia.

L’Angelo imbarazzato gli sussurra: pillola anticoncezionale.

Noo!! Porca l’oca. Possibile che sia così difficile incarnarsi.

Intanto cominciava a levarsi un vento strano, come se fosse un vento solo per lui, come uno spintone. Il vento gli girava intorno però ogni tanto, bum, una spinta forte.

Era il segno che non aveva molto tempo, il suo tempo stava per scadere.

Vide in quel momento un operaio fuori da una fabbrica, aveva in mano un pacco di giornali e dei volantini. Era con altri operai, protestavano e non facevano entrare nessuno nel capannone.

Intanto il vento cosmico era sempre più forte.

Diede un’occhiata a casa, vide la moglie dell’operaio che stava preparando da mangiare, vide che non c’erano palloncini e neanche pillole colorate e pensò che forse era la volta buona.

Allora guardò il suo futuro padre ma purtroppo vide che con gli altri operai  avevano deciso che non sarebbero tornati a casa ma volevano presidiare la fabbrica tutta la notte.

Mario non fece neanche in tempo a pensare o a cercare il suo Angelo, fu travolto da un tifone cosmico e si risvegliò in Burkina Faso seduto per terra, piccolo, nero, con le mosche attorno agli occhi, un burigello pieno d’aria, niente da mangiare…. e pensò: cosa ci faccio io qui.

Da quel giorno la sua vita iniziò come tutti i suoi amici e compagni di villaggio: povertà, denutrizione, morte e… pensiero costante di partire.

Ogni tanto tornava qualcuno dall’Europa e raccontava di paesi dove c’era il benessere, automobili, cellulari, Mp3, ecc.. I suoi amici non si soffermavano molto su altri aspetti di questa emigrazione. Dove dormivano? Con chi abitavano? Che gente trovavano? Il lavoro c’era?

Poi un giorno un suo amico gli parlò dell’Italia, della Lombardia e del freddo, della nebbia, della neve, della disoccupazione, dell’emarginazione, e del viaggio brutale per arrivarci.

Ma per Mario questa parola – Lombardia – chissà perché gli suonò come musica e un desiderio irrefrenabile lo pervase. Voleva partire. Aveva 19 anni e qualche soldo. Decise di partire.

Lasciare la mamma, papà, fratelli, sorelle, terra e casetta non fu traumatico, certo c’era un dispiacere nel profondo dei pensieri, ma era proprio nel profondo. In quel momento aveva in mente una cosa sola.

Italia, Lombardia e partire.

È forse meglio tralasciare la disgrazia di quel viaggio fatto di gentaglia senza scrupoli, furti per procurarsi soldi, prostituzione ed altre bassezze a cui lui e i suoi compagni di viaggio furono sottoposti. Arrivati sulle coste del Mediterraneo anche gli scafisti, un’altra razza derivata dall’umano (pensò che nell’evoluzione dell’umano non erano rimasti indietro solo gli animali ma anche gli scafisti). Lavorò un anno per mettere insieme 2000 euro da dare a questi traghettatori di poveracci.

Dopo due anni arrivò finalmente in Italia. A Lampedusa assieme a tanti altri come lui. Sembrava che tutti fossero partiti da un villaggio, un deserto, un suk ma soprattutto da una domanda che si erano posti già da piccoli: cosa ci faccio io qua?

Lampedusa e poi il traghetto per la Sicilia, poi il  treno e un altro traghetto per la Calabria, poi un’altro treno e Roma, i suoi amici (dopo due anni di viaggio insieme erano veramente amici) vollero fermarsi a Roma lui invece sentiva un’attrazione per quel treno con la scritta Milano.

Mario a ben guardarlo era anche bello, nero, slanciato e soprattutto gentile e dignitoso.

Aveva in tasca un biglietto con un numero di telefono e un indirizzo. Viale Padova 86. Milano.

Poco italiano, buon inglese e francese, non fu difficile per lui arrivare all’indirizzo e trovò anche facilmente il suo connazionale. Furono subito amici e dalla sera (notte) stessa cominciò a lavorare.
Disegni di Paolo Buzzo

I milanesi scartavano tanta roba che andava in sacchi neri o gialli ed altra in bidoni bianchi e verdi.

Ma nessuno dei milanesi voleva “fare i sacchi”.

Cominciò la sua attività lavorativa presso una cooperativa, pagato male (per noi) pagato e basta per lui.

Dopo due anni venne a sapere di un lavoro in una fabbrica a Lissone chiamata: Metallurgica Cazzaniga.

Un sabato mattina andò ai cancelli della ditta, bello ed elegante: si presentò all’esterno e gli venne incontro il Custode, piccolo e calabrese  e in un finto dialetto milanese gli disse: ti se voret      ghe’ minga post per te’.  Mario non lo guardò neanche, vide la Porsche, si guardò attorno e poi  con quel poco dialetto milanese che aveva imparato rispose: “grazie, ma ormai sto meglio di te” e se ne andò.

Tornò a casa, Milano Viale Padova e sotto casa trovò un suo connazionale appena arrivato.

Era disperato, sporco, senza soldi, senza permesso, senza lavoro e triste. Lui e i suoi amici lo rifocillarono e poi Mario lo accompagnò in una struttura di cui aveva sentito parlare che aiutava la povera gente: Casa della Carità.

Mario non solo lo accompagnò ma cominciò anche a lavorare come volontario ed un giorno un po’ speciale venne chiamato per aiutare gli ultimi arrivati. Lui parlava parecchie lingue, alcuni erano suoi connazionali e li capiva non solo per la lingua. Erano in tre i volontari che seguivano questa nuova ondata di profughi, si presentarono tra loro: ciao io sono Mario, io sono Chiara ed io sono Oreste.

 

È solo una storia non è obbligatorio crederci.