Spunti di riflessione – Prigionieri delle cose

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

C’è qualcosa di immensamente terapeutico nel fatto di liberarsi della roba vecchia. La ragione è che mentre eliminate le cose inutili a livello esteriore, si verifica un cambiamento corrispondente a livello interiore. Ciò che è fuori di noi è anche dentro di noi e viceversa.

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Liberarsi dalle cose inutili non è un esercizio ascetico di rinuncia, è un atto creativo nei confronti del nostro territorio, della nostra mente e delle nostre relazioni.

dal blog di Lorenzo Manfredini

Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano…Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

Mt. 6,19-21

Qualche tempo fa, chiedendo notizie ad un’amica di certi vecchi contadini  suoi vicini di casa, che qualche volta avevano fornito anche a me delle  uova di giornata, prodotte dalle loro felici galline ruspanti, appresi che stavano attraversando una seria crisi esistenziale. All’origine di quel dramma stava la necessità di lasciar libere alcune stanze della loro grande casa che, una volta ristrutturate, avrebbero accolto un loro nipote che stava per convolare a nozze. Sul momento avevo pensato che la loro ansia nascesse dall’idea di dover affrontare per qualche tempo la presenza in casa dei muratori. Ma ero fuori strada. La loro vera tragedia era di dover sgomberare quei locali dalla montagna di cianfrusaglie che i due nonnetti vi avevano ammassato nel corso degli anni: vecchie sedie traballanti con l’impagliatura sfondata, un lavandino e un bidet sbrecciati e ingialliti dal tempo, scatoloni di vecchie pentole ammaccate, di piatti e bicchieri spaiati. Oggetti ormai inutilizzabili ma lasciati lì ad invecchiare in disordinati accumuli, perché «non si sa mai, potrebbero sempre tornare utili…». Ho poi saputo che dopo estenuanti sforzi di convinzione da parte dei familiari, e altrettanti pianti notturni del nonno e della nonna, lo sgombero dei locali aveva potuto infine aver luogo.

La vicenda di quei contadini m’era parsa inizialmente come emblematica di certe persone anziane che avendo vissuto in tempi  lontani la fame e la miseria, hanno conservato anche nel presente la convinzione che tutto quello di cui si gode oggi  potrebbe non esserci più da un momento all’altro. Da qui un attaccamento morboso alle cose. Avevo anche ipotizzato che il fatto di aggrapparsi a oggetti vetusti del loro passato fosse un modo illusorio di trattenere la vita che inesorabilmente volge al termine. Ma pur confermando la validità di queste ipotesi, in seguito ad approfondimenti che ho fatto sul tema del giusto rapporto tra l’uomo e le cose, mi sono resa conto che i casi di accumulo compulsivo di grandi quantità di oggetti, al di là di ogni ragionevole necessità e al punto di ridurre o azzerare lo spazio vitale in casa e nei posti di lavoro, stanno dilagando in tutti i cosiddetti paesi del benessere e che inoltre persone di tutte le età possono essere coinvolte in questo fenomeno.

La psicologia annovera questo disturbo tra le forme del “disagio mentale”. E in un’era scientifica e supertecnologica come la nostra, non stupirà che queste manie aberranti siano indicate con  due nomi tanto dotti quanto stravaganti: disposofobia o sillogomania che dir si voglia! Comunque, chi ha familiarità con la rete, digitando su un motore di ricerca uno di questi due nomi, avrà modo di verificare l’estensione di questo recente fenomeno, attraverso l’alto numero di siti specialistici che  ne descrivono le caratteristiche suggerendo rimedi e cure per contrastarlo.

Pur essendo del tutto ignorante nel campo di queste allarmanti patologie, il tratto più evidente che da queste  mi pare emergere è il vano e forse inconscio tentativo, da parte di chi ne è afflitto, di colmare con oggetti materiali, le voragini interiori che le nostre società consumistiche, svuotate dei valori dello spirito, hanno contribuito a creare nell’uomo. Infatti la casa, come Jung insegna, è simbolo per eccellenza dell’interiorità umana.

Ma vorrei ora riportare la riflessione sul rapporto che le cosiddette persone normali, tutte quelle cioè che possono dirsi estranee agli eccessi a cui abbiamo appena accennato, intrattengono con le cose. Se da un lato si deve dare per scontato che molti di noi conservino devotamente qualche feticcio del passato – non vorremmo mai disfarci del mazzo di rose secche che lui ci regalò in quella bella occasione, o non butteremmo mai via il primo bigliettino d’amore delle medie e figuriamoci poi il cedolino del primo stipendio o le pagelle della scuola elementare! – dall’altro, è bene chiarirci la  questione delle proporzioni delle nostre “idolatrie” per le cose del tempo che fu.

Da uno a cento, quanto siamo intasati di cose inutili? (per cose “inutili” intendo quelle che non vengono utilizzate da molto tempo). Proviamo a farne una ricognizione, cominciando col verificare quanti indumenti di dieci o quindici chili fa, giacciono stipati in armadi, cassetti, scatoloni, o nei vari sgabuzzini di casa, nella cantina o in soffitta, in attesa del felice giorno di San MAI in cui avremo ritrovato la taglia dei nostri vent’anni!  Passando alle scarpiere, luoghi sacri di culto per molte donne (ma neppure gli uomini sono immuni da queste pratiche devozionali), quante sono le scarpe che indossiamo abitualmente? E tutte le altre, nelle quali abbiamo investito forse cifre da capogiro, che abbiamo messo solo una volta e che mai più indosseremo, a cosa servono all’infuori dei sussulti di  compiaciuta vanità che ci possono provocare?

Sempre aiutandosi col pensiero, qualora non trovassimo il coraggio di perlustrare dal vivo tutti gli angoli della nostra abitazione, ognuno potrà valutare a naso quanti metri cubi di spazio richiedono riviste, vecchi giornali, libri mai letti ma comprati sull’onda di qualche suggestione, incartamenti che non hanno più alcun legame col presente. Poi proviamo a contare le scatoline e scatolette ammucchiate nei cassetti per raccogliere i più svariati… reperti: biglietti della metro di Londra o di New York, quelli d’ingresso al Louvre o al Prado, il vecchio posacenere sottratto al bar dell’albergo durante il viaggio ai castelli della Loira… la bijotteria annerita, con qualche brillantino che non c’è più, ma che con qualche accortezza potrebbe essere ancora utilizzabile… .

Resta infine da inventariare un’altra grande quantità di oggetti che dietro le molteplici spinte emozionali succedutesi nel tempo: viaggi, campagne pubblicitarie in tv, saldi strabilianti, momenti di scontento o di depressione compensati con qualche acquisto tanto carino quanto… inutile, si sono progressivamente ammucchiati ingombrando   i pochi spazi che magari guadagnerebbero a restare liberi…

Se, giunti alla fine di questa ipotetica ispezione della propria casa il quoziente d’ingombro risultasse piuttosto elevato, sarebbe utile prima di tutto  domandarsi che cosa frena dall’eliminare le cose diventate inutili o inservibili. Una prima risposta potrebbe essere la mancanza di capacità decisionale: non si ha la forza di decidere che cosa può essere utile e che cosa può essere eliminato. Ma la risposta più difficile da dare, quella più veritiera, sarebbe probabilmente un’altra: l’eccessivo attaccamento alle cose. Il pensiero di fondo è che, nel momento in cui si getta via quell’oggetto, è come eliminare una parte di sé. Abbiamo bisogno di essere attraverso l’avere. Più ho, più sono. Se non ho, se non tengo, temo di non esistere. Pensiamo di trarre dalle cose un senso di identità e di appartenenza. Eliminando le cose temiamo di perdere il nostro legame di continuità con il passato. Ma questi sono i modelli che la società consumistica dell’avere ci ha inculcato, tentando di spossessarci della nostra vera essenza di uomini pensanti, liberi e creativi il cui valore è del tutto indipendente dalle cose che si possiedono.  Non è neppure vero che sono le cose a mantenere vivi i legami col passato: l’unica traccia del passato è nella nostra memoria. Si possono dimenticare dei dettagli, ma quello che riusciamo a ricordare è ciò che è veramente importante per noi.

Finché si resta avvinghiati alla modalità dell’avere, sono gli oggetti a governarci, a possederci.

Potrebbe essere un ottimo avvio verso la ricerca della modalità dell’essere, la decisione di far piazza pulita di tutte le cose inutili o superflue da cui siamo tuttora circondati, regalando, riciclando. Il Feng Shui, teoria orientale sulla disposizione armonica degli oggetti nell’ambiente, sostiene che gli spazi riflettono il mondo psichico, parlano di noi stessi. Pertanto una casa sgombera e lineare rappresenterebbe chiarezza di pensiero e armonia interiore. Diventa perciò salutare impegnarsi a rimuovere il di più che non serve.

 

Avere o Essere?

Di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista AVO Torino informa

 

L’atteggiamento dell’avere è caratteristico della società industriale occidentale, in cui la sete di denaro, fama e potere è divenuta la tematica dominante della vita. […] Accade che l’uomo moderno non riesca ad afferrare lo spirito di una società che non si accentri sulla proprietà e la brama di possesso.

(Eric Fromm, Avere o essere? Oscar Mondadori,  pp. 45 – 46)

Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano, perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.

(Mt 6,  19- 21)

L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali.

(1 Tim 6, 10)

 

La smania di possedere dilaga in grandissima parte della nostra società. La nostra stessa cultura si fonda sulla competizione per accumulare. Non servono grandi sforzi per osservare che la storia del mondo occidentale – al quale noi apparteniamo – è solcata da immani violenze, da guerre e sopraffazioni che si sono succedute nel tempo per depredare altri popoli, altri paesi.

Basta dare uno sguardo all’assetto del mondo attuale e al gigantesco divario esistente tra paesi del Nord – cioè la parte in cui si concentra la fascia sociale più ricca del pianeta, che diventa sempre più ricca – e paesi del Sud, sempre più oppressi, sempre più poveri.

Ma, per restare nella cultura di casa nostra, la smania di possedere è un tema molto ben sviluppato, di cui anche la letteratura si è ampiamente occupata: pensiamo ad esempio all’ossessione per la roba, per la proprietà, nei romanzi di Giovanni Verga.

Da sempre l’avarizia è considerata un male assoluto dalla struttura camaleontica che indossa di volta in volta i panni dell’avidità, della cupidigia, dell’usura, della concupiscenza, della grettezza e che inoltre si porta dietro un enorme codazzo di mali: la menzogna, il furto, il gioco d’azzardo, l’usura, l’inganno, la frode, la violenza, il tradimento, il sospetto, il giudizio temerario, la rapina.

L’avarizia, che consiste nell’accumulare beni per conservarli senza servirsene, è una grave malattia dello spirito e un’incapacità di ampio respiro da parte dell’anima.

Per trovare l’avarizia non c’è bisogno di guardare lontano e, magari, ironizzando, di riandare con la memoria a personaggi emblematici come Paperon de Paperoni, immortalato dai fumetti: basta osservare dentro di noi quei pensieri in cui associamo felicità e benessere materiale. L’illusione del denaro è quella che esso possa fornire o acquistare ciò di cui profondamente abbiamo bisogno: pur essendo convinti della falsità dell’equazione denaro = felicità, sono pochi in definitiva, quelli che sfuggono dal metterla in pratica.

La ragione di questa forma mentale va cercata nel materialismo sempre più esasperato in cui siamo immersi, che ci nasconde e ci fa dimenticare la dimensione dello spirito. Molti sono convinti che l’assioma su cui poggia l’esistenza sia: «Io sono ciò che posseggo».  È così che l’avarizia diventa il presupposto della potenza assoluta, della supremazia della materia sullo spirito, in quanto il denaro viene “divinizzato” e dunque adorato. Su di esso si trasferisce il culto che un tempo si attribuiva alla divinità. Perciò il possesso del denaro diventa espressione di potere e per questo va accuratamente protetto, non sprecato e amministrato con la massima cura. Così, da mezzo per vivere, o per realizzare progetti, per esplicare la creatività, la fantasia, a tutto vantaggio di sé e degli altri, il denaro diventa un valore in se stesso, il fine essenziale della vita.

In definitiva è la paura a suggerire di non spendere il denaro perché il suo potere risiede nella sua potenzialità inespressa, in ciò che potrebbe permettere di realizzare, ma che invece non va realizzato perché in questo caso il suo potere svanirebbe: il denaro speso perde infatti il suo potere d’acquisto.

Questa paura viscerale che si espande in mille direzioni – paura dei ladri, dei mutamenti economici, delle rivoluzioni, delle malattie – genera più spesso di quanto si possa immaginare assurdi conflitti persino in famiglia, tra genitori e figli ad esempio, per il fatto che il congelamento dei beni, finché morte non sopraggiunga, non consente nemmeno ai discendenti in serie difficoltà nella vita, di accedere alle sostanze di famiglia per spiccare il loro volo.

È come se il bisogno di accumulare denaro fosse una preziosa carta da giocare che però non va mai giocata: immobilizza il gioco tenendo in sospeso una promessa di vittoria che tuttavia non va raggiunta.

In realtà l’avarizia e tutto il sistema di pensiero materialista che ne è alla base, vorrebbe difenderci da un’altra paura ancora più grande: quella della morte. Ma paradossalmente – e qui sta l’infantilismo della mentalità dell’avaro – l’accumulo e l’immobilizzazione delle potenzialità inespresse, conducono a una morte-in-vita. Come altro dovremmo chiamare l’isolamento affettivo, il senso di vuoto che la cassaforte più stracolma non riesce a riempire, l’inaridimento del cuore e dei più elementari sentimenti altruistici di fratellanza e di condivisione a cui l’avaro si condanna da solo?

La cosa su cui c’è da riflettere è che tutti, chi più chi meno, ricchi o meno ricchi, fino ai più poveri, fino ai volontari che volgendosi al mondo dei bisogni altrui hanno fatto una scelta di gratuità, rischiamo di restare contagiati dalla mentalità dell’avarizia. Oppure, contagiati sul versante opposto della prodigalità, che è la tendenza allo scialacquo di cui, fin qui, non avevamo ancora fatto parola.

Cos’hanno da spartire l’avarizia e lo scialacquo o spreco che dir si voglia? L’avaro e lo scialacquatore hanno in comune l’uso scorretto dei beni materiali, l’uno perché li accumula senza servirsene, l’altro perché, invece di metterli al servizio degli altri, li sperpera nel superfluo e nel futile per proprio egoistico godimento. Anche in questo settore è inutile puntare il dito sui grandi scialacquatori del jet set internazionale, su nababbi, su malavitosi di ogni specie che se la godono alla grande a spese di tutti i poveracci di questo pianeta, perché, fatte le debite proporzioni, nella cultura dello sperpero siamo immersi un po’ tutti. Basta pensare a tutte le cose di cui ci circondiamo senza averne realmente bisogno, perché indotti dalla pubblicità e dallo sfrenato consumismo della nostra epoca, o spinti dalla bulimia per cibi, oggetti, indumenti, che intasano armadi o apparati digerenti senza peraltro riuscire a saziare la nostra grande fame di altro.

La fame di “altro” è la fame di un’altra modalità di vita, ancora latente nel subconscio di molti ma che, con la liberazione del proprio spirito dalle panie del materialismo, potrebbe essere riportata a coscienza e che si definisce come modalità  dell’ESSERE.

Il passaggio dalla modalità dell’avere alla modalità dell’essere, il solo che permetta il superamento dell’arci-egoismo di cui sono impregnate sia l’avarizia  che lo sperpero, è sempre possibile ma non facile, soprattutto in un’epoca di grandi sollecitazioni all’individualismo più grossolano come la nostra. Finché si resta ancorati all’idea che l’unica realtà sia la materia e che anche l’uomo, come essere puramente biologico e transeunte, sparisca con la propria morte, non ci sono grandi possibilità di spostamento da una dimensione all’altra. Anzi, la guerra di tutti contro tutti fomentata dall’egoismo, dall’avidità e dall’avarizia, si inasprirà ulteriormente.

Solo la libera conquista della certezza che l’uomo è innanzi tutto un essere spirituale e perciò  eterno, è il presupposto per compiere questo importantissimo balzo evolutivo dalla dimensione del possedere alla dimensione dell’essere. Dato che la premessa dell’essere è per l’appunto il non avere, in questa dimensione di pienezza l’avidità, l’attaccamento al denaro e alle cose non hanno più ragione di esistere. Molti maestri dell’umanità hanno già spiegato molto bene tutto questo. Nel merito si è anche espresso colui che incarna la pienezza dell’essere, dell’umano e che nella nostra cultura chiamiamo il Cristo:

«Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito».

(Lc 12, 22-23)