Prendersi cura di sé: l’esercizio dell’azione amata

Cari amici del blog, siamo lieti del consenso accordato alla nostra iniziativa estiva, che prosegue con la pubblicazione del secondo esercizio di Rudolf Steiner illustrato da Pietro Archiati in Cammini dell’anima.

Gran bella cosa sarebbe se l’alto numero di consensi registrato dal contatore elettronico coincidesse con altrettante decisioni di intraprendere questo cammino dello spirito, capace di trasformarci nel profondo e di risvegliare in noi forze e talenti insospettabili. Un  «Buona continuazione!» di cuore, allora, agli intrepidi che si sono già messi per strada in questi giorni e un invito altrettanto caloroso a lanciarsi nell’impresa a chi si coccolasse tuttora in seno qualche esitazione.

N.B. Precisiamo che ogni esercizio, prima di sommarsi al successivo, va praticato singolarmente per la durata di un mese.

 

2. Rafforzamento del volere: l’esercizio dell’azione amata

Il secondo grande esercizio è quello della volontà, della volontà che vuol trasformarsi da organo passivo a organo sempre più attivo. Grazie alla forza d’iniziativa della mia volontà io non «mi lascio fare» dalle cose e dagli eventi, ma li prendo in mano.

Quante volte diciamo: vorrei tanto, ma non ce la faccio, non ci posso far nulla! Ma è vero? Sì e no. Forse è vero adesso, ma finisce di esser vero se io mi adopero sistematicamente e quotidianamente a coltivare le mie forze di volontà. Grande sarà allora la mia meraviglia nello sperimentare quale e quanto vigore volitivo posso generare dentro di me. Ma è sempre questione di esercizio. Nessuno di noi può avere una volontà forte dall’oggi al domani. Così come nessuno può improvvisare una sonata al pianoforte.

L’interiorità umana è la grande Cenerentola, la grande trascurata. Questa è la nostra disumanità: non ci accorgiamo proprio di ciò che di più umano è dentro di noi. I mondi immensi del pensiero, i mondi forti e coraggiosi della volontà, i mondi di bellezza e d’incantesimo del sentimento.

L’esercizio quotidiano della volontà, nel secondo mese, consiste in questo: ogni giorno, sempre alla stessa ora e per qualche secondo o minuto (la durata qui non è importante) decido di compiere un’azione, la più insignificante possibile, o meglio la più inutile che si possa immaginare. Inutile, perché se quest’azione ha a che fare col contesto della mia giornata, possono esserci altri motivi che mi spingono a farla (e soprattutto a ricordarmi di farla!), non la pura e sola forza della mia volontà. L’unico motivo che io devo avere per fare questa azione è la mia volontà. La faccio solo perché voglio farla. Qui sta il bello.

Chi vuol fare questo esercizio deve sapere che è importante scegliere un’azione che altrimenti non farebbe. Dare esempi in proposito è sempre un’arma a doppio taglio, perché seppure in chi li dà c’è solo l’intento esplicativo di mostrare meglio la tipologia dell’esercizio, spesso in chi li annota viene favorito l’automatismo di mettere in pratica subito subito proprio il gesto suggerito. Questo impoverisce la forza di volontà di chi vuol iniziare il cammino, perché già nella scelta dell’azione da compiere c’è la volontà di qualcun altro.

Importante per questo esercizio della volontà è che lo si faccia sempre alla stessa ora, esattamente alla stessa ora: quindi ognuno deve considerare bene la propria giornata per ben collocare questo appuntamento con la volontà. Deve poter dire: adesso mancano dieci minuti, adesso manca un minuto, dieci secondi… ecco, adesso si parte! Ci vuole l’inesorabilità della precisione, che è tutta forza di volontà. E, ovviamente, dev’essere un’azione che io posso compiere senza creare disturbo a niente e a nessuno.

Supponiamo che io decida (per esempio!!) di darmi per dieci volte con la mano destra tre colpetti al ginocchio destro e lo stesso al sinistro, ovunque io sia, esattamente alle undici di sera e per tutto un mese. È una cosa sensata? No. E allora vale la pena di farla! Perché io mi do per dieci volte tre colpetti alle ginocchia? Proprio perché non c’è nessuna ragione al mondo per farlo. L’unica ragione è che io lo voglio. E questo è l’importante. Il cammino interiore è fatto di cose semplici, ma di un’importanza morale estrema perché qui si gioca sulla forza di volontà.

(Per ulteriori e interessanti approfondimenti sul valore della volontà, v. Pietro Archiati, Cammini dell’anima, pp. 103 – 110).

Spunti di riflessione: il coraggio è vivere senza tirarsi indietro

Di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista AVO Torino informa

 Il coraggio è la prima delle qualità umane, perché è quella che garantisce tutte le altre.

Winston Churchill

In verità, nulla avrà valore se ci manca il coraggio.

Rudolf Steiner

Tempi durissimi quelli che stiamo attraversando. Soprattutto per quanti, come il celebre don Abbondio dei Promessi Sposi, emblema dell’uomo pauroso,  non sono nati con “un cuor di leone”. Perché la paura, emozione antica con cui l’uomo deve confrontarsi da sempre, e cioè da quando è apparso sulla terra, oggi si è ingigantita a tal punto da diventare per molti un orribile carceriere. Come già ho brevemente accennato nel primo numero dell’ annata, questa elefantiasi della paura è in massima parte alimentata  ad arte  dai moderni sistemi d’informazione – in particolare  da giornali e TV  che – dovrebbe essere noto a tutti, ma  tanti purtroppo non ne sono pienamente consapevoli – obbediscono a regole dettate da oscuri centri di potere, economici, politici, militari. Queste potenze sanno molto bene che per assicurarsi il controllo dell’umanità intera l’arma più potente e infallibile è la paura. La paura paralizza, rende le masse inerti e passive permettendo a chi tiene le redini del comando di gestire il loro destino. Chi è un po’ informato sull’uso perverso  che il potere organizzato fa dei mezzi di comunicazione per manipolare le masse, sa bene che la fabbrica della paura non chiuderà mai i battenti per qualche crisi. Prima di parlare del coraggio mi pare allora necessario verificare assieme ai lettori quanto siano deleterie queste strategie terroristiche, alla luce di alcuni dati.

l idea di paura

Un primo fronte da cui parte l’attacco per la diffusione della paura è quello della salute. Ricordate il panico mondiale seminato nel 2005 dall’incubo dell’influenza aviaria? Giornali e TV parlarono del  rischio “pandemia”, di “peste del ventunesimo secolo”, di un incalcolabile numero di morti possibili sul pianeta. In realtà le morti furono poche, persino in Asia, culla del famigerato morbo. Ma l’allarme creato spinse milioni di gente nel mondo a fare la fila per essere vaccinati. In concomitanza di ciò vi fu anche il crollo totale delle vendite di carni di pollo, che sparirono per vari mesi dalle tavole di molti consumatori. Poi, di colpo, il gigantesco pallone dell’aviaria si sgonfiò. Come mai?  Per esaurimento della sua funzione: quella di garantire affari colossali alle multinazionali farmaceutiche produttrici dei vaccini .

Ora, in questo 2009, ci risiamo. Finito l’incubo del morbo del ruspante, le multinazionali, grazie alla collaborazione mediatica, ne hanno orchestrato uno nuovo: quello dell’influenza “porcina” che, seppure meno aggressivo di una comune influenza, viene presentato come una minaccia a livello planetario  a causa delle possibili complicanze in agguato. E così, è notizia confermata, una buona metà della popolazione mondiale, sballottata e confusa dall’altalena di notizie, verrà nuovamente sottoposta a vaccinazione, che, come tutti dovrebbero sapere, non è affatto esente da rischi e complicazioni per l’uomo. Nel frattempo però le multinazionali farmaceutiche ricaveranno da questo nuovo intervento sanitario altri incassi plurimiliardari.

Aspettiamoci  tra due o tre anni lo scoppio di un’altra pandemia. Quale  ne sarà l’animale responsabile di turno: la farfalla, lo struzzo, l’aringa? Le scommesse sono aperte.

Un altro fronte della strategia mediatica della paura è quello che induce a vedere ovunque minacce  per l’incolumità della persona. A tale scopo sulla prima pagina dei quotidiani o in apertura dei telegiornali non si fa mancare quasi mai una notizia massimamente ansiogena; ed è così che i più turpi episodi di violenze, di terrorismo, nostrani o stranieri, pescati magari in nazioni molto lontane da noi, ogni volta che nel nostro paese le notizie terrificanti scarseggiano, vengono urlati e presentati   ossessivamente per mantenere alto nell’audience l’indice di insicurezza. “Evidenziare le minacce all’incolumità personale è diventato uno dei principali, forse il principale punto di forza nelle battaglie per gli indici di ascolto da parte dei mass media”. È quanto conferma un eminente sociologo di fama mondiale, Zigmunt Bauman nella sua lucida analisi della società contemporanea, (Vita liquida, Laterza 2006, p.71,) la cui lettura, un po’ impegnativa ma molto illuminante, raccomando ai lettori più curiosi .

Gesù disse.” Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, per che cosa mangerete o berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?… E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita?…. Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.

Matteo 6, 25 – 33

La riprova  che i media scelgono di proposito di privilegiare le strategie allarmistiche, sta nel fatto che esiste invece una “congiura del silenzio” attorno all’enorme quantità di bene che schiere di coraggiosi compiono quotidianamente nel mondo intero. Chiunque può rendersi conto che per tutti i gesti di abnegazione, di generosità, altruismo, per l’immenso numero di iniziative in favore dell’uomo esiste una strategia del silenzio mediatico. Qualche sporadico atto eroico viene a galla col contagocce. Di qualche iniziativa benefica si parla canonicamente il giorno di Natale oppure se ne dà notizia nelle ore di minimo ascolto : così la deduzione più ovvia sarà che il male che ci attanaglia in ogni parte del pianeta è di gran lunga prevalente sul bene esistente.

Il risultato di tutto ciò? Lo conosciamo bene tutti quanti. Si vive ormai barricati in case bunker evitando il contatto con i propri vicini, ci  si guarda con sospetto l’un l’altro, per strada e perfino in chiesa; si diffida di tutti perché il tale potrebbe essere un terrorista, il tal altro un ladro o un assassino. Mostrarsi gentili con i bambini che si incontrano può essere pericoloso perché si rischia di essere presi per dei pedofili. Si è testimoni di un’aggressione, di un incidente per strada, di un furto di portafogli sull’autobus? Meglio fingere di non vedere per non rischiare di essere coinvolti, per non rischiare la pelle.

Al giorno d’oggi la ricerca di sicurezza è spasmodica e proporzionale al grado di paura che le persone si portano dentro. E la paura nasce dal fatto che in questa nostra epoca il materialismo dilagante alimenta nell’uomo la convinzione ad interpretarsi come un essere essenzialmente corporeo che consiste in definitiva in ciò che ha. Ma identificarsi nei propri possessi significa dipendere da essi, dipendere da ciò che è esterno all’uomo. E poiché niente di tutto ciò che si possiede è al sicuro, a cominciare dalla salute, si diventa preda della paura di perdere i propri possessi: paura di non piacere, paura di invecchiare, paura dei ladri, dei mutamenti economici, degli stranieri, paura del terrorismo, delle malattie, paura della morte. L’ansia di sicurezza porta l’uomo schiavo delle sue paure a sperimentare uno sfrenato ed esaltato interessamento verso se stesso, verso l’autoconservazione, soffocando i più elementari principi di solidarietà, ignorando i destini della terra e degli altri uomini.

Si può vincere la paura? Certamente è possibile, ma ad una condizione fondamentale: che l’uomo sopraffatto dal materialismo  ritrovi se stesso, scopra che il suo centro è dentro di sé e non all’esterno, nelle cose che ha. Se sono ciò che sono e non ciò che ho, nessuno può privarmi né della mia sicurezza né del mio senso di identità e neppure minacciare di farlo. La mia capacità di essere e di esprimere i miei poteri essenziali è parte integrante della mia personalità e da me dipende. È lì che si radica il coraggio: nella struttura della persona.

La parola coraggio viene dal latino  cor-cordis, che significa cuore. La via del cuore è la via del coraggio: essa significa accettare di vivere nell’insicurezza, nell’amore, nella speranza e porta sempre a dirigersi verso l’ignoto. Avere coraggio non significa affatto non avere paura. Significa semplicemente sfidarla e non permetterle di dirigere la nostra vita, di paralizzare la nostra inventiva, di bloccare i nostri slanci d’amore. La via del coraggio porta ad incamminarsi su percorsi pericolosi, perché la vita è sempre stata e sarà sempre pericolosa. Accogliere tutto ciò che la vita ci porta incontro, nei rischi, nelle difficoltà, nel dolore, senza tirarsi indietro, questo è coraggio.

l uomo e il coraggio

Una sera, in uno dei miei vagabondaggi da “internauta”, ebbi la fortuna di imbattermi in questo discorso di John Fitzgerald Kennedy (il presidente degli Stati Uniti morto assassinato) sul coraggio. Esprime così intensamente quello che io non saprei dire con altrettanta efficacia, che ve lo propongo tale e quale a conclusione di questa riflessione:

“Senza voler togliere nulla a quel genere di coraggio che porta alcuni uomini a morire, non dobbiamo dimenticare quegli atti di coraggio grazie ai quali gli uomini vivono.

Il coraggio della vita quotidiana è spesso uno spettacolo meno grandioso del coraggio di un atto definitivo, ma resta pur sempre una miscela magnifica di trionfo e di tragedia.

Un uomo fa il suo dovere, a dispetto delle conseguenze personali, nonostante gli ostacoli, i pericoli e le pressioni.

E questo è il fondamento della moralità umana.

In qualsiasi sfera dell’esistenza un uomo può essere costretto al coraggio, quali che siano i sacrifici che affronta, seguendo la propria coscienza: la perdita dei suoi amici, della sua posizione, delle sue fortune e, persino, la perdita della stima delle persone che gli sono care.

Ogni uomo deve decidere da se stesso qual è la via giusta da seguire.

Le storie che si raccontano sul coraggio degli altri ci insegnano molte cose.

Possono offrirci una speranza.

Possono farci da modello.

Ma non possono sostituire il nostro coraggio.

Per quello, ogni uomo deve guardare nella propria anima.”