Spunti di riflessione – Il meglio per l’uomo? Stare in equilibrio sul filo della vita

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio devi muoverti.

Albert Einstein

A volte ti serve un passo falso per capire come si cammina e dopo prendi il via. Ti serve un inciampo, poi metti un piede dietro l’altro e non cadi, no, stavolta no, hai trovato equilibrio. Ed è una gran conquista.

Giulia Carcasi

Il significato tutto positivo dei contrasti della vita risalta dalla possibilità che essi offrono all’uomo di riequilibrarsi sempre con arte e con inventiva.

Pietro Archiati

 

Chi di noi può dire in tutta franchezza di non sentirsi spesso lacerato, combattuto  o demoralizzato  per le continue sfide, difficoltà, problemi e dolori di ogni sorta  che l’esistenza ci porta incontro? Si può semmai affermare il contrario e cioè che i momenti in cui ci sentiamo veramente rilassati e in un accettabile equilibrio interiore sono abbastanza rari. Per rendersene conto non occorre pensare ai casi estremi di scontento o di disperazione esistenziale che spingono tragicamente troppe persone a togliersi la vita. Basta riflettere semplicemente su quanti psicofarmaci la gente consuma, per assicurarsi un minimo di stabilità emotiva che altrimenti non riuscirebbe a trovare durante il giorno, o per poter dormire allontanando i fantasmi della notte.

Che la vita ci sbilanci in continuazione, non dovrebbe però stupirci: è proprio questo il suo compito. Il compito nostro, invece, è quello di ribilanciarci con arte e fantasia, ogni volta che qualche forza contraria ci fa allontanare dal punto di equilibrio. Senza gli sbilanciamenti che la vita ci impone, vivremmo in un perenne stato di quiete, non avremmo alcuna conquista da compiere e non ci sarebbe per l’uomo alcun progresso evolutivo. E’ indubbio però che  fare gli equilibristi a vita costa molta fatica; richiede una mobilitazione di forze che non sempre riusciamo a trovare in noi stessi. Una riflessione sulle dinamiche che sono coinvolte in questo continuo alternarsi di sbilanciamenti e ribilanciamenti esistenziali potrà forse aiutare  a conoscerci o ri-conoscerci meglio.

Un primo chiarimento ci viene dall’origine stessa della parola. Equilibrio, dal latino aequilibrium, composto da aequus ossia “uguale” e libra ossia “bilancia”, si riferisce al fatto che i bracci della bilancia – quando sono in equilibrio – si trovano in posizione di parità: quindi “equilibrio” significa appunto “bilanciamento”. Nella vita dell’uomo il bilanciamento deve compiersi tra poli opposti, tra forze che si contrastano, e che egli, volendo, può riuscire a poco a poco  ad armonizzare sempre meglio come diremo tra poco.

Ci sono molte paia di opposti, di polarità, che interagiscono sul palcoscenico della nostra vita. Elenchiamone una piccola serie, tanto per farcene una rappresentazione: pessimismo/ottimismo, egoismo/altruismo, mascolinità/femminilità, conservatorismo/progressismo, emotività/pensare logico, idealismo/praticità, introversione/estroversione, amore/volontà e così via.

Per dare un’idea del loro funzionamento, soffermiamoci sull’ultima polarità citata, amore/volontà, che è ben presente nella vita di molte persone. L’amore spesso è associato alla tenerezza, alla dolcezza, all’accoglienza. Volontà, invece, può esprimere durezza, potenza e concentrazione. La volontà dà fermezza e aiuta un individuo a oltrepassare tutti gli ostacoli che si frappongono tra lui e il suo scopo, fino al punto, talvolta, di portarlo a danneggiare altri per arrivare dove vuole lui; l’amore invece rende le persone meno interessate agli scopi e molto più ai sentimenti e alla realtà delle relazioni. Questa polarità si evidenzia ad esempio nel dilemma di molti genitori ed educatori: la scelta fra l’essere severi e il dare invece piena libertà ai desideri del bambino, e spesso anche ai suoi capricci. Un simile dilemma si può presentare anche in un tribunale con l’alternativa tra il rispetto rigido della legge che conduce a condanne senza appello e l’empatia con chi è sotto processo che può indurre i giudici a dubbiose assoluzioni o ad alleggerimenti di pena. Ogni polo di per sé è incompleto. L’amore del tutto privo della volontà rischia di essere debole e controproducente. Molte persone “amorevoli” tendono a essere timide, irresolute o troppo indulgenti. La volontà priva di amore, invece, può essere spietata. Può significare durezza, distruttività, ricerca del potere o del prestigio e in quanto tale portare all’isolamento. Se invece amore e volontà diventano complementari – grazie al lavoro del pensiero e  alla generosità del cuore – il contrasto tra le due forze sarà superato. La volontà nei suoi aspetti più puri si armonizzerà con tutto l’amore dell’universo e l’amore accoglierà in sé qualità volitive di persistenza e di fermezza.

Quindi, se l’uomo non ce la fa ad armonizzare tra loro queste coppie di forze, va  quasi sempre incontro a dolorosi conflitti interiori. Abbiamo appena visto con l’esempio precedente – ma ora dettaglieremo meglio altri particolari – che quando  una polarità prevale a totale scapito dell’altra, la persona si identifica esclusivamente con quel polo; resta prigioniera di ciò che ha scelto e soccombe alle sue limitazioni diventando  unilaterale e rigida. Le conseguenze di questo atteggiamento sono spesso aspri conflitti interpersonali: fra il padre pratico e il figlio idealista, fra moralisti e libertini, fra realisti e utopisti, tanto per fare degli esempi.

A questo punto però qualcuno potrebbe osservare che molti grandi della storia o del nostro presente, lungi dal presentarsi come modelli di equilibrio, forniscono esempi clamorosi di eccessi unilaterali. Einstein, decisamente sbilanciato verso la scienza, affermò di aver rasentato la pazzia dopo essersi barricato in casa qualche anno tentando di formulare la teoria della relatività. Francesco d’Assisi, completamente assorbito dall’amore per Cristo, espose il proprio corpo – frate asino, come lui lo chiamava – a ingiurie e strapazzi d’ogni genere. E che dire di persone meno celebri ma non meno animate da grandi ideali come ad esempio i “medici senza frontiere” che presenti su tutti i campi di guerra, spendono anni delle loro esistenze a salvare vite umane senza guardare, giorno e notte i giri delle lancette dell’orologio? Questi sono, per nostra grande fortuna, geni del progresso e della crescita di tutta l’umanità che vanno avanti con passi spediti per favorire l’avanzare della media dei più, a cui anche noi apparteniamo, e che si stanno arrabattando per risvegliare in se stessi quelle stesse forze spirituali di fantasia morale, di creatività, di dedizione e di sacrificio per il bene comune.

Tornando ora alla descrizione di come le polarità possano ostacolare l’equilibrio dell’uomo, dobbiamo prendere in conto anche casi di persone del tutto estranee al gioco degli opposti e che sembrano definite da un solo aspetto: ad esempio non conoscono altro che il lavoro, e non sanno giocare o concedersi un minimo di distrazioni; sono del tutto mentali e la loro vita emotiva è azzerata. Alla lunga questa unilateralità porta alla fossilizzazione e alla chiusura mentale: la negazione di qualunque forma di crescita umana, che si fonda, come si è già detto all’inizio,  sul contrasto e sul dinamismo.

Invece in altri casi  si può essere attratti  da entrambi i poli senza tuttavia riuscire a metterli d’accordo tra loro: perciò si va altalenando tra l’uno e l’altro estremo e  questa oscillazione sfocia in una specie di schizofrenia. Un caso tipico è quello dell’uomo dell’alta finanza o più generalmente di un VIP, che  nella sua frenetica attività tutta dedita a fare soldi, si comporta da persona senza scrupoli  ma che nell’ora di pranzo o alla domenica  si ritrova con il tal gruppo di preghiera per assecondare qualche slancio mistico.

Resta ancora da considerare che in tutti noi sono svariate le coppie di polarità con cui dobbiamo confrontarci, sia simultaneamente che a intermittenza. Queste sono le sfide più  complesse ed affascinanti che si offrono all’uomo nel proprio percorso esistenziale: quando egli riesce a far convergere in una sintesi armonica tutti gli opposti, allora fioriscono  personalità veramente libere e integrate che da esperti equilibristi si muovono sul filo della vita in maniera agile, ritmica, quasi musicale, da un opposto all’altro. Sono queste personalità, che si ha talvolta la fortuna di incontrare, a farci scoprire che è possibile diventare artisti della mediazione: essere forti e al contempo amorevoli; avere ordine e libertà; essere pratici e utopisti; essere ragionevoli e illogici; essere saggi e temerari. Ma perché le persone capaci di queste sintesi stupende sono ancora troppo poche mentre incontriamo in questa nostra epoca moltitudini di uomini in lacerante sofferenza, scissi e frantumati, lontani da una vita armoniosa alla quale peraltro tutti anelano?  Da dove nascono  tipologie di esistenza così diverse?

Fin qui abbiamo visto, a grandi linee, alcune dinamiche e polarità che entrano in gioco lungo il cammino della vita di ogni uomo e  da quanto detto  si può anche intuire che l’equilibrio di cui tutti siamo in ricerca è molto personale (perché ognuno deve trovarselo da solo) e molto labile (perché è un gioco sempre da ricominciare). Ma su quali forze interiori l’uomo deve far leva per diventare un buon equilibrista? Su forze che tutti possediamo ma di cui il materialismo dilagante ha fatto perdere ogni consapevolezza, occultando l’idea – oggi derisa o commiserata- che nell’uomo fisico e perituro, fatto di carne e ossa e dotato di intelligenza, viva uno spirito eterno che è la sua vera essenza. E’ proprio con la polarità spirito/ materia che l’uomo occidentale di oggi deve fare i conti in prima istanza, recuperando in pienezza il polo dello spirituale che si è molto attutito a tutto vantaggio del polo materiale divenuto ipertrofico. Qualcuno obietterà: “Ma io a messa ci vado e dico anche le preghiere”. Va bene, ma ciò non toglie che anche andando a messa si sia schizofrenici come il VIP di cui sopra,  che fa i propri comodi materialistici alla grande e poi va al gruppo di preghiera. Anche fare volontariato rischia di essere un’alternativa laica ai rituali desueti della religione. Ad esempio, dedichiamo tre ore del nostro tempo per ascoltare e confortare gli ammalati e questo ci dà buona coscienza: ma poi che succede, nel resto del giorno e della settimana? come vanno le nostre relazioni in famiglia, coi vicini, coi figli degli altri? Non a meraviglia? ecco allora un’altra schizofrenia. Abbiamo detto che ogni polarità si supera quando gli estremi si compenetrano diventando uno il complemento dell’altro. Ecco, in questa nostra epoca troppo avvinghiata alla materia o alla spiritualità campata in aria, c’è bisogno urgente che materia e spirito si incontrino di nuovo in un grande abbraccio,  scoprendo di essere fatti l’uno per l’altra come due innamorati. Allora la materia, la componente indispensabile che permette lo svolgersi della nostra vita terrena, recupera tutta la sua importanza e dignità: è da  essa che  lo spirito eterno e libero  dell’uomo riesce a trarre le più belle melodie, espressioni di amore e di saggezza. Lo spirito ritrovato è il segreto dell’equilibrio interiore dell’uomo.

Prendersi cura di sé: l’esercizio del cielo sereno

Eccoci giunti, più determinati che mai, all’appuntamento col terzo esercizio di Rudolf Steiner, presentato nell’efficace esposizione che ne dà Pietro Archiati in Cammini dell’anima. Noterete che a differenza dei precedenti, la cui realizzazione richiede solo pochi minuti, qui si entra in una dimensione non regolata dalle lancette dell’orologio: la sfera dei nostri sentimenti, quella del cuore, che investe l’intero nostro modo di rapportarci al mondo esterno. L’intento dell’esercizio è quello di renderci padroni delle nostre emozioni. E scusate se è poco… Alla prossima!

3. L’equilibrio dei sentimenti: l’esercizio del cielo sereno

Un paio di pensieri sul sentimento: cosa sono la distensione, l’equanimità, la pacatezza, l’imperturbabilità, l’atarassia, la spassionatezza, la serenità? Sono l’attenzione alle proprie forze del cuore. Quando siamo trascinati da un’euforia estrema o quando siamo depressi da un dolore enorme, siamo totalmente incapaci sia di pensiero oggettivo, sia di forza volitiva. Quindi è importante coltivare anche i propri sentimenti.

È fondamentale capire, però, che per il cammino interiore non ci è chiesto di imparare a decidere quali sentimenti debbano nascere dentro di noi: non è questo che ci si chiede. I sentimenti che nascono dentro di me li fa sorgere il karma, non io. Se io incontro una persona e noto che mi ispira antipatia, questo sentimento non è un fatto di libertà. Non mi si chiede di fare in modo che questa antipatia venga rintuzzata: essa deve manifestarsi, perché è il risultato di forze che vanno avanti e indietro tra me e questa persona, e che insieme abbiamo costruito nel corso di diverse vite terrene.

L’esercizio del coltivare il proprio sentimento non si riferisce dunque al nascere dei sentimenti, ma al modo di esprimerli: lì possiamo esercitare la nostra libertà. Il cammino interiore consiste nel prendere nelle proprie mani il modo di esprimere i sentimenti così che essi stessi possano diventare organi di conoscenza.

Se io sono capace di controllare un’antipatia guardandola come una realtà oggettiva, essa a poco a poco mi dirà quale costellazione di forze karmiche vivono tra me e questa persona. L’antipatia mi dice: stai attento, qui hai a che fare con un rapporto più difficile di quell’altro, dove tutto è simpatia.

Un rapporto più difficile è più brutto? No, può essere anzi più bello proprio perché chiede di più. Le persone che vorrebbero essere simpatiche a tutti sono quelle che non vorrebbero far nulla. E per fortuna non c’è nessuno che sia simpatico a tutti! Dicono che l’unico essere simpatico a tutti sia stato il Padreterno, perché non si è mai fatto vedere. Il Figlio suo, che si è fatto vedere, è stato subito simpatico a qualcuno e antipatico a qualcun altro…

Non si tratta di condannare certi sentimenti o di santificarne altri: no. Si tratta di coglierli nella loro oggettività karmica. Un rapporto di simpatia mi impegna in modo ben diverso che non uno di antipatia: ma tutti e due vanno bene, se io svolgo il compito che di volta in volta mi viene chiesto.

Un rapporto di simpatia è bello perché il sole del mio Io superiore caldamente e luminosamente lo ha voluto, proprio per le forze che questo sentimento di attrazione mi dà; un rapporto di antipatia va bene lo stesso perché il sole del mio Io superiore l’ha scelto non meno dell’altro, proprio per il compito evolutivo più difficile che mi offre. Quindi il mio sole interiore è sempre sereno! Splende sempre! Perché trova calore e luce, significato, positività e possibilità evolutive in tutte le cose e in tutti gli eventi.

La serenità, la distensione interiore, è la grande forza del sentimento capace di vibrare in sintonia con la creatività dell’Io-sole, che non patisce mai nulla e tutto sceglie.