Avere o Essere?

Di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista AVO Torino informa

 

L’atteggiamento dell’avere è caratteristico della società industriale occidentale, in cui la sete di denaro, fama e potere è divenuta la tematica dominante della vita. […] Accade che l’uomo moderno non riesca ad afferrare lo spirito di una società che non si accentri sulla proprietà e la brama di possesso.

(Eric Fromm, Avere o essere? Oscar Mondadori,  pp. 45 – 46)

Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano, perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.

(Mt 6,  19- 21)

L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali.

(1 Tim 6, 10)

 

La smania di possedere dilaga in grandissima parte della nostra società. La nostra stessa cultura si fonda sulla competizione per accumulare. Non servono grandi sforzi per osservare che la storia del mondo occidentale – al quale noi apparteniamo – è solcata da immani violenze, da guerre e sopraffazioni che si sono succedute nel tempo per depredare altri popoli, altri paesi.

Basta dare uno sguardo all’assetto del mondo attuale e al gigantesco divario esistente tra paesi del Nord – cioè la parte in cui si concentra la fascia sociale più ricca del pianeta, che diventa sempre più ricca – e paesi del Sud, sempre più oppressi, sempre più poveri.

Ma, per restare nella cultura di casa nostra, la smania di possedere è un tema molto ben sviluppato, di cui anche la letteratura si è ampiamente occupata: pensiamo ad esempio all’ossessione per la roba, per la proprietà, nei romanzi di Giovanni Verga.

Da sempre l’avarizia è considerata un male assoluto dalla struttura camaleontica che indossa di volta in volta i panni dell’avidità, della cupidigia, dell’usura, della concupiscenza, della grettezza e che inoltre si porta dietro un enorme codazzo di mali: la menzogna, il furto, il gioco d’azzardo, l’usura, l’inganno, la frode, la violenza, il tradimento, il sospetto, il giudizio temerario, la rapina.

L’avarizia, che consiste nell’accumulare beni per conservarli senza servirsene, è una grave malattia dello spirito e un’incapacità di ampio respiro da parte dell’anima.

Per trovare l’avarizia non c’è bisogno di guardare lontano e, magari, ironizzando, di riandare con la memoria a personaggi emblematici come Paperon de Paperoni, immortalato dai fumetti: basta osservare dentro di noi quei pensieri in cui associamo felicità e benessere materiale. L’illusione del denaro è quella che esso possa fornire o acquistare ciò di cui profondamente abbiamo bisogno: pur essendo convinti della falsità dell’equazione denaro = felicità, sono pochi in definitiva, quelli che sfuggono dal metterla in pratica.

La ragione di questa forma mentale va cercata nel materialismo sempre più esasperato in cui siamo immersi, che ci nasconde e ci fa dimenticare la dimensione dello spirito. Molti sono convinti che l’assioma su cui poggia l’esistenza sia: «Io sono ciò che posseggo».  È così che l’avarizia diventa il presupposto della potenza assoluta, della supremazia della materia sullo spirito, in quanto il denaro viene “divinizzato” e dunque adorato. Su di esso si trasferisce il culto che un tempo si attribuiva alla divinità. Perciò il possesso del denaro diventa espressione di potere e per questo va accuratamente protetto, non sprecato e amministrato con la massima cura. Così, da mezzo per vivere, o per realizzare progetti, per esplicare la creatività, la fantasia, a tutto vantaggio di sé e degli altri, il denaro diventa un valore in se stesso, il fine essenziale della vita.

In definitiva è la paura a suggerire di non spendere il denaro perché il suo potere risiede nella sua potenzialità inespressa, in ciò che potrebbe permettere di realizzare, ma che invece non va realizzato perché in questo caso il suo potere svanirebbe: il denaro speso perde infatti il suo potere d’acquisto.

Questa paura viscerale che si espande in mille direzioni – paura dei ladri, dei mutamenti economici, delle rivoluzioni, delle malattie – genera più spesso di quanto si possa immaginare assurdi conflitti persino in famiglia, tra genitori e figli ad esempio, per il fatto che il congelamento dei beni, finché morte non sopraggiunga, non consente nemmeno ai discendenti in serie difficoltà nella vita, di accedere alle sostanze di famiglia per spiccare il loro volo.

È come se il bisogno di accumulare denaro fosse una preziosa carta da giocare che però non va mai giocata: immobilizza il gioco tenendo in sospeso una promessa di vittoria che tuttavia non va raggiunta.

In realtà l’avarizia e tutto il sistema di pensiero materialista che ne è alla base, vorrebbe difenderci da un’altra paura ancora più grande: quella della morte. Ma paradossalmente – e qui sta l’infantilismo della mentalità dell’avaro – l’accumulo e l’immobilizzazione delle potenzialità inespresse, conducono a una morte-in-vita. Come altro dovremmo chiamare l’isolamento affettivo, il senso di vuoto che la cassaforte più stracolma non riesce a riempire, l’inaridimento del cuore e dei più elementari sentimenti altruistici di fratellanza e di condivisione a cui l’avaro si condanna da solo?

La cosa su cui c’è da riflettere è che tutti, chi più chi meno, ricchi o meno ricchi, fino ai più poveri, fino ai volontari che volgendosi al mondo dei bisogni altrui hanno fatto una scelta di gratuità, rischiamo di restare contagiati dalla mentalità dell’avarizia. Oppure, contagiati sul versante opposto della prodigalità, che è la tendenza allo scialacquo di cui, fin qui, non avevamo ancora fatto parola.

Cos’hanno da spartire l’avarizia e lo scialacquo o spreco che dir si voglia? L’avaro e lo scialacquatore hanno in comune l’uso scorretto dei beni materiali, l’uno perché li accumula senza servirsene, l’altro perché, invece di metterli al servizio degli altri, li sperpera nel superfluo e nel futile per proprio egoistico godimento. Anche in questo settore è inutile puntare il dito sui grandi scialacquatori del jet set internazionale, su nababbi, su malavitosi di ogni specie che se la godono alla grande a spese di tutti i poveracci di questo pianeta, perché, fatte le debite proporzioni, nella cultura dello sperpero siamo immersi un po’ tutti. Basta pensare a tutte le cose di cui ci circondiamo senza averne realmente bisogno, perché indotti dalla pubblicità e dallo sfrenato consumismo della nostra epoca, o spinti dalla bulimia per cibi, oggetti, indumenti, che intasano armadi o apparati digerenti senza peraltro riuscire a saziare la nostra grande fame di altro.

La fame di “altro” è la fame di un’altra modalità di vita, ancora latente nel subconscio di molti ma che, con la liberazione del proprio spirito dalle panie del materialismo, potrebbe essere riportata a coscienza e che si definisce come modalità  dell’ESSERE.

Il passaggio dalla modalità dell’avere alla modalità dell’essere, il solo che permetta il superamento dell’arci-egoismo di cui sono impregnate sia l’avarizia  che lo sperpero, è sempre possibile ma non facile, soprattutto in un’epoca di grandi sollecitazioni all’individualismo più grossolano come la nostra. Finché si resta ancorati all’idea che l’unica realtà sia la materia e che anche l’uomo, come essere puramente biologico e transeunte, sparisca con la propria morte, non ci sono grandi possibilità di spostamento da una dimensione all’altra. Anzi, la guerra di tutti contro tutti fomentata dall’egoismo, dall’avidità e dall’avarizia, si inasprirà ulteriormente.

Solo la libera conquista della certezza che l’uomo è innanzi tutto un essere spirituale e perciò  eterno, è il presupposto per compiere questo importantissimo balzo evolutivo dalla dimensione del possedere alla dimensione dell’essere. Dato che la premessa dell’essere è per l’appunto il non avere, in questa dimensione di pienezza l’avidità, l’attaccamento al denaro e alle cose non hanno più ragione di esistere. Molti maestri dell’umanità hanno già spiegato molto bene tutto questo. Nel merito si è anche espresso colui che incarna la pienezza dell’essere, dell’umano e che nella nostra cultura chiamiamo il Cristo:

«Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito».

(Lc 12, 22-23)