IO SONO LA RESURREZIONE E LA VITA

IL RINASCERE DI OGNI UOMO

Pietro Archiati
Dal 5° volume del commento al Vangelo di Giovanni – Atti del seminario di Castel San Pietro Terme dal 25 al 30 agosto 2003

Gustav Dorè - “La resurrezione di Lazzaro”
Gustav Dorè - “La resurrezione di Lazzaro”

 

Lunedì 25 agosto 2003, sera – Introduzione

Benvenuti a tutti!

Nell’ultimo incontro eravamo arrivati al capitolo 9, dove si parla del cieco nato. Anche nei sinottici di Matteo, Marco e Luca ci sono guarigioni di ciechi, certo che ci sono. Però, se proprio volete cogliere una differenza molto importante, in nessun altro vangelo c’è la guarigione di un cieco nato.

Nel vangelo di Giovanni c’è soltanto una guarigione di un cieco, ed è il sesto dei sette segni di questo vangelo (l’ultimo segno che ancora vedremo nell’11° capitolo è il risveglio di Lazzaro). I miracoli del Cristo nel vangelo di Giovanni vengono chiamati “segni” e non “miracoli”. Il sesto segno è la guarigione di una persona nata cieca, e tutto il testo continua a sottolineare il fatto che è nata cieca; pensate voi che sia importante questo fatto? Nella teologia tradizionale non ci si dà importanza più di tanto, anche perché gli altri tre vangeli parlano di guarigioni senza neanche riferire che ci sia un cieco nato.

Faccio un’introduzione, questa sera, prima di entrare dentro questo evento bellissimo: uno dei tratti fondamentali dell’operare del Cristo – cosa che avviene in questo momento e sempre – è di ridare la vista a esseri umani che sono nati ciechi. Occuparci del vangelo, occuparci del fatto che il Cristo dà, ridà la vista a un cieco nato, per noi può essere interessante soltanto se cogliamo l’aspetto fondamentale che ci riguarda tutti, uomini e donne: e cioè che essere uomini significa strutturalmente essere nati ciechi. Perché se noi non siamo tutti nati ciechi, allora non ci riguarda il fatto che il Cristo guarisca un cieco nato. Non mi riguarda se non sono io.

Soprattutto per coloro che sono nuovi, in tanti già lo sanno, devo dire che con tutta la filosofia e soprattutto la teologia, l’esegesi, la conoscenza del greco, io non sarei in grado di star qui a dirvi le cose che sto per dire senza gli apporti, ai miei occhi colossali, enormi, di questo gigante dello spirito che è Rudolf Steiner – “pietra scartata”. Ogni gigante deve cominciare come “pietra scartata” altrimenti sarebbe una mezza cartuccia. Se viene recepito troppo alla svelta vuol dire che l’impulso che porta non è immenso.

L’impulso del Cristo è talmente smisurato che anticipa tutta la seconda metà dell’evoluzione e quindi è chiaro che deve essere una “pietra scartata”, perché gli esseri umani ce ne devono mettere di tempo per recepirlo! Dopo duemila anni abbiamo cominciato sì e no a capirci qualcosa, se tutto va bene… Allora, se questo fantomatico Rudolf Steiner pone le basi conoscitive, cioè i presupposti di coscienza per il ritorno del Cristo (per un nuovo inizio del cristianesimo, se preferite, le categorie possono essere tante), se così è (come io ritengo e chi mi conosce lo sa), allora la sua scienza dello spirito avvia l’ingresso del Cristo nella coscienza del singolo.

La differenza tra la prima e la seconda venuta del Cristo – lo dico adesso con parole mie, ma sono cose fondamentali – è che la prima è stata l’opera del suo amore per l’umanità: si è incarnato, ha fatto quello che aveva da fare, ha detto quello che aveva da dire, è morto ed è risorto. La prima venuta del Cristo è un evento storico e metastorico, spirituale, universale, e proprio perché ha una sua oggettività come evento storico, gli esseri umani hanno tutto il tempo, tutti i millenni per prendere posizione in base al loro pensiero.

La cosiddetta seconda venuta del Cristo non è un ripetere la prima, perché se lo fosse vorrebbe dire che la prima è manchevole di qualcosa – non sia mai!, perché il concetto del Cristo è quello sommo della perfezione, della vastità, del massimo che gli esseri umani riescano a pensare.

Il Cristo non è venuto a fare qualcosa agli esseri umani, altrimenti farebbe tutto lui, nella completezza, e noi non avremmo nulla da fare. Il Cristo è venuto invece a rendere possibili tante cose, tanti passi evolutivi alla coscienza e al cuore dell’uomo. In altre parole, l’amore del Cristo per gli esseri umani sta nel fatto che si rifiuta di trattarci come bambini, perché allora non ci amerebbe, amerebbe se stesso in noi. Egli ci mette a disposizione tutti gli strumenti per diventare sempre di più cogestori responsabili dei destini della terra e dell’umanità, in base al capire sempre meglio i destini della terra e dell’umanità, a partire dalla libertà, a partire dalla consapevolezza.

La seconda venuta non è più universale, ma individuale. Non è più un fatto storico oggettivo uguale per tutti, ma è un’acquisizione del singolo. Sono io che faccio entrare il Cristo nella mia coscienza, nel mio pensiero. Questa seconda venuta è quindi un evento della libertà del singolo, avviene in tempi diversi, con intensità diverse, a seconda degli individui umani.
[…continua]

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Vuoi tu diventare sano? Il risvegliarsi delle forze di volontà

Dal secondo seminario del ciclo sul Vangelo di Giovanni, tenuto da Pietro Archiati a Rimini (RN) dal 26 al 30 Dicembre 2001

Gustav Dorè - “La Samaritana e Gesù”

Man mano che colui che gli Ebrei chiamavano il Messia, l’Unto del Padre, parla con la samaritana, si ha la possibilità di verificare se è vero che lo spirito umano di fronte a tutte le sue manifestazioni può dire: qui ravvedo lo squadernarsi di momenti fondamentali e sempre essenziali (nel vangelo di Giovanni non c’è mai nulla di accidentale) della mia stessa fenomenologia – naturalmente quest’ipotesi io la faccio a ragion veduta: sta a voi verificare. Se così fosse, significherebbe che l’incontro tra la samaritana e il Cristo è l’esperienza eterna, che dura sempre, del modo in cui l’anima umana viene confrontata con la totalità delle sue potenzialità evolutive. Lo spirito di ognuno di noi è la totalità di ciò che la sua anima può divenire, mentre l’anima è ciò che ognuno è, ma proprio concretamente. Ognuno deve avere il coraggio non solo di essere sincero con se stesso, di conoscersi oggettivamente, ma anche di gioire di ciò che è: chi non è capace di gioire del proprio punto di partenza, se ne mette in testa un altro che non è il suo, che non gli appartiene, e non riesce a camminare. Il presupposto dell’anima è il godimento, la gratitudine e la gioia di trovarsi dove si trova, di essere così com’è. Godere di sé. Non è un autocompiacimento: è l’essere grati per tutto ciò che ognuno ha compiuto – e ognuno di noi ha alle spalle parecchi millenni di evoluzione: non è una cosa da poco essere un’anima umana. È la gioia di vedere che c’è in me, proprio così come sono, una potenzialità, una chiamata, una provocazione infinita a conquiste che l’evoluzione mi darà la possibilità di raggiungere; però queste conquiste vengono rese possibili dal fatto che io accetto, con sincerità, onestà e anche gratitudine, di partire da là dove sono.

Sta a ciascuno di noi vedere nella fenomenologia della samaritana la sua propria anima, riconoscersi in lei e personalizzare così questa figura del vangelo: in lei si mostrano le manifestazioni archetipiche dell’umano, quelle che valgono per tutti, pur se in mille variazioni. Quindi un’altra dimensione del vangelo di Giovanni è l’universalità: parla solo di cose valide per ogni uomo e perciò fin dall’inizio insiste sul Logos, che è il senso e il destino onnicomprensivo del cammino umano. Il Logos, il Cristo, è la totalità dei pensieri divini come conquista evolutiva dell’uomo. Il Logos non si limita al popolo ebraico: già il primo segno, quello delle nozze di Cana, si svolge in Galilea che etimologicamente significa: mistura di sangue. La Galilea era una regione dove le forze ataviche, quelle che venivano mantenute intatte celebrando matrimoni esclusivamente dentro la stessa genìa, erano state disperse perché da tempo le unioni non erano più tra consanguinei. Il rompersi di questa magia del sangue è l’apertura dello spirito umano a ciò che è universale. E la samaritana è una straniera, una specie di moderna extracomunitaria per i giudei di allora: e questo è importantissimo nel vangelo di Giovanni, perché sottolinea l’universalità dello spirito umano che va oltre il popolo, la lingua, la razza, la religione.

Riassumo adesso per sommi capi i capitoli che precedono l’incontro con la samaritana, e che hanno costituito l’oggetto del nostro precedente lavoro.

Le due affermazioni di apertura erano: operante dentro la realtà primordiale dell’evoluzione c’era il Logos, il Verbo, la Parola creante, il pensiero creante; la direzione del Logos, prima volto verso la Divinità, è di farsi carne, di entrare nel mondo umano per dare la possibilità a ogni uomo di evolversi sempre di più verso la dimensione del divino. La differenza tra l’umano e il divino non è una differenza di principio, ma evolutiva. Tutte le Gerarchie angeliche sono esseri divini e vengono chiamati θεοι (theòi), in greco, anche nel Nuovo Testamento. Il problema nostro è l’aver abolito il plurale mantenendo solo il singolare: Dio. E di Dio, diciamo noi, ce n’è uno solo. La corrente giudaico.cristiana del monoteismo ha ostracizzato la corrente politeistica dei greci; ma se poniamo la domanda: di esseri divini ce n’è uno solo o sono tanti? possiamo rispondere che il divino ha dei gradi, come l’umano. Il senso di questa unilateralità del monoteismo è che pedagogicamente, nell’evoluzione dell’umanità, per 2000 anni – circa per il tempo che il Sole impiega per passare da un segno zodiacale all’altro – ha rafforzato nell’uomo l’esperienza dell’Io, dello spirito. Quando un essere umano dice “Io”, fa un’esperienza del tutto monoteistica: non esiste l’esperienza degli “Ii”. La parola Io non ha il plurale ed è giusto: l’Io è l’esperienza del punto in cui tutta la moltitudine degli impulsi animici del mio essere viene portata all’unità. Io sono colui che, in quanto spirito unitario, gestisco la pluralità dei fenomeni animici. Tutto ciò che è nell’anima, quindi, si esprime meglio col politeismo – l’anima è politeistica, è una pluralità infinita di impulsi – e tutto ciò che ha a che fare con l’Io si può esprimere solo in termini di monoteismo.

I 12 segni

Adesso vi chiedo: chi ha ragione? La tradizione giudaico-cristiana che dice: c’è un Dio solo, oppure la tradizione greca che dice: ci sono tanti dèi? Tutti e due hanno ragione! Gli dèi e le dèè dei greci sono reali, ma si riferiscono a divinità che reggono il cammino dell’anima, a divinità che si esprimono nell’uomo in quanto impulsi animici. Il monoteismo della tradizione giudaico-cristiana è non meno vero, ma si riferisce all’Io, allo spirito, non all’anima. Noi ci troviamo a un punto dell’evoluzione in cui dobbiamo vincere tutt’e due le unilateralità, mettendole insieme; comprendendo, cioè, che l’essere umano è fatto sia di spirito (e qui vale il monoteismo) sia di anima (e qui vale il politeismo). Poiché il vangelo di Giovanni presenta le cose in un modo valido per tutti i tempi, la questione se il divino sia uno o molteplice la lascia nascosta; come un tesoro in un campo: c’è, ma va scoperto. Tant’è vero che al decimo capitolo c’è la fatidica frase del Cristo – e che sarà motivo per decidere la sua condanna a morte – che dice: “Voi siete dèi”, θεοι εστε (theòi estè). Ognuno di noi è un essere divino unitario in potenza, un Io, ma gli Io umani sono tanti: e dunque dobbiamo riaprire al plurale il concetto del divino. Dèi. La differenza tra l’umano e il divino, dicevo prima, è una differenza di gradi d’intensità; l’umano è il divino all’inizio della sua evoluzione. Ciò che noi chiamiamo “il divino” è la prospettiva evolutiva dell’umano e man mano che l’uomo si evolve, diventa sempre più divino. Non ci sono salti (o divino, o umano), ma c’è continuità. Tant’è vero che è previsto – come la scienza dello spirito di Rudolf Steiner ampiamente mostra – che si riscoprano tutte le gradazioni del divino: le Gerarchie angeliche. Si scoprirà che gli Angeli sono molto più divini degli uomini, ma molto meno divini degli Arcangeli; e gli Arcangeli sono molto meno divini dei Principati… e così via. La differenza fondamentale tra il divino è l’umano è nella vastità di coscienza: più vasta è la coscienza, più un essere è divino; più ristretta è la coscienza e più un essere è umano. L’eternità è una coscienza così vasta che abbraccia in sé la totalità del tempo, che le è compresente dall’inizio alla fine. Il genitore rispetto al bambino piccolo è più divino perché ha la capacità di abbracciare spazi di tempo più ampi e tenerli compresenti nell’orizzonte della sua coscienza. L’adulto è capace di progettare, il bambino no. In tutto l’universo non ci sono che vari stadi e stati di coscienza, diversi per vastità e profondità. Naturalmente noi usiamo immagini spazio-temporali: nel divino spazio e tempo vengono superati… []

Vuoi tu diventare sano? Il Vangelo di Giovanni 2° fascicolo

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Nel principio era il Logos

LA LUCE DEL PENSARE CHE SPIEGA IL CREATO

Dal seminario sul Vangelo di Giovanni tenuto da Pietro Archiati a San Galgano (SI) dal 25 Agosto al 1 Settembre 2001

La prima frase del vangelo di Giovanni è: “Nel principio era il Verbo”, Εν αρχη ην ο λογος (en archè en o lògos).

Nel principio era la Parola, il Verbo, il Logos. Una delle chiavi interpretative è proprio la prima parola: non dice all’inizio, ma nell’inizio: εν αρχη (en archè). Noi tendiamo a rendere tutto astratto in questo povero mondo materializzato, perché abbiamo perso la capacità di cogliere lo spirituale nella sua realtà: e il compito è proprio di riconquistarlo a partire dal nostro lavoro. Perché il testo non dice astrattamente “all’inizio”, ma “dentro l’inizio”? Vuol dire che ci dev’essere qualcosa dentro la quale il Logos cominciò a operare: è la sostanza primordiale del mondo, il caos primordiale. La funzione del Logos è mettere ordine, logica, dentro questa sostanza caotica, perché il mondo senza Logos è caos, appunto. I pensieri del Logos entrano nel caos e ne fanno un kòsmos (κοσμος). Cos’è la cosmesi, la cosmetica? È farsi belli. Il cosmo è dunque il caos fatto bello, ordinato dal Logos, dal pensiero. Kοσμος significa in greco “mondo ordinato”, cioè fatto secondo una “logica”.

Gustav Dorè – Le nozze di Cana
Gustav Dorè – Le nozze di Cana

Un paragone può aiutarci: supponiamo che un gruppo di persone vada a visitare un podere abbandonato; forse lo vogliono comprare e ristrutturare. Cosa trovano? Una realtà che per tanto tempo è rimasta senza Logos, senza pensieri umani che ponessero ordine, che decidessero: qui va ritirata su questa parete, qui ci vuole un bel cespuglio ecc. Ora, queste persone che vanno a decidere il da farsi, che cosa portano in questo caos? Il Logos. In senso realissimo. Perché i pensieri strutturanti non sono un nulla, ma sono la realtà così poderosa da decidere delle sorti di quel podere.

Facciamo un passo indietro e chiediamoci: cos’è il caos, da dove viene? Il testo, lo vediamo, non presuppone una partenza dal nulla, che sarebbe un’astrazione. Il concetto di creazione dal nulla è stato sempre un grosso problema: se Dio creasse soltanto dal nulla, significherebbe che c’è stato un tempo in cui, poveretto, non era creatore. Era un fannullone? Tommaso d’Aquino risolve la questione dicendo: dal punto di vista del raziocinio umano, che è ben altra cosa rispetto al Logos cosmico, si può dimostrare sia che la creazione è eterna, sia che è cominciata in un tempo. Il vangelo di Giovanni non fa speculazioni, che non servono a nulla, e parte quindi da una realtà caotica nella quale il Logos si immette per formarla. Cosa potrebbe essere questo caos, questo tohu vabohu di cui parla il Vecchio Testamento (Genesi 1,2)? Tou vabou significa “vuoto e tutto confuso”, privo di ordine. È ciò che Aristotele e Tommaso d’Aquino chiamano materia prima, il sostrato che non ha ancora nessuna strutturazione. Il Logos entra e struttura.

Premetto, per chi fra voi conosce Rudolf Steiner, che la sua scienza dello spirito dà fondamenti e presupposti aggiuntivi per capire il testo. Una delle cose che mi ha assolutamente convinto della moderna scienza della realtà spirituale inaugurata da Steiner è che questi testi, affrontati con le sue chiavi di lettura, risultano di una scientificità e di una perfezione assolute. Non a caso Rudolf Steiner afferma che il vangelo di Giovanni si può avvicinare in modo degno soltanto se si mette ogni parola sul bilancino dell’orefice. Ogni singola parola. Steiner intende dire che è un testo di una precisione scientifico-spirituale assoluta.

Nel mondo in cui viviamo, ci sono quattro realtà fondamentali: quella minerale, quella vegetale, quella animale (il latino e l’italiano usano la stessa parola per l’animale e per l’anima) e infine il livello dello spirito, del Logos. Ciò che il vangelo di Giovanni presuppone è che la realtà iniziale da cui trae origine tutta l’evoluzione e dentro la quale il Logos viveva ed era operante, non si trovava al suo inizio assoluto, ma al quarto gradino dell’evoluzione. (Nota di metodo: è mia intenzione dire soltanto cose che ognuno abbia la possibilità di controllare in base al suo pensiero; perciò, se dicessi cose che non tornano alla vostra capacità pensante, è vostro compito farvi sentire. Dogmi non ce ne devono essere).

Allora, supponiamo che ci sia stato un primo gradino della creazione dove si sia posto il fondamento del minerale.

Evoluzione terrestre

Quando al minerale si vuole aggiungere il vegetale, lo si può fare immediatamente, cioè in chiave di pura continuità? No. Bisogna riportare il minerale a un livello spirituale, bisogna ricaotizzarlo, ricominciare da capo per ristrutturarlo in modo che sia tale da rendere possibili i fenomeni della vita. Un mondo minerale nel quale non sia prevista la vita ha tutt’altre leggi di evoluzione che non un mondo dove il minerale sia tale da farsi sostrato alla vita. Deve ricominciare il suo ciclo, bisogna ripartire da una rinnovata e adeguata ristrutturazione del minerale. Andiamo avanti: adesso bisogna rendere possibile il terzo gradino, quello animale. Perché il minerale e il vegetale siano tali da fare da doppio sostrato agli organismi animali, bisogna di nuovo ricominciar da capo, bisogna operare un’altra mischiata, per così dire, – ecco il caos – e imprimere sia al minerale sia al vegetale leggi di evoluzione tali che sfocino nell’animale. L’evoluzione non si è fermata all’animale, però. Il senso dell’evoluzione è il quarto gradino, dove arriva l’essere umano: lì sorge lo spirito, e non c’è nulla che sia più dello spirito. All’inizio del quarto gradino evolutivo, allora, bisogna di nuovo caotizzare il tutto, tirar via come principio supremo sia le leggi del minerale, sia del vegetale che dell’animale, per ritrasformarle, subordinarle, cioè ordinarle “logicamente” tutte e tre alla legge suprema dell’umano.

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