Spunti di riflessione – GOLA: mangio perché… ho fame di Amore

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

L’ingordigia è un rifugio emotivo: è il segno che qualcosa ci sta divorando

( Peter De Vries)

C’è nell’uomo una fame, un desiderio, una ricerca che non si ferma al cibo: il cibo è assolutamente necessario, ma non è sufficiente perché un uomo si umanizzi. Ognuno cerca un senso nella vita, perché è abitato da una fame, la fame di divenire essere umano.

                                                                                                                                                                                                            (Enzo Bianchi)

Considerate la vostra semenza:/ Fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e conoscenza.

(Dante Alighieri, Inferno, canto XXVI)

Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete: la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?                                                                                                                                     

(Mt 6, 25)

 

Se ho scelto di trattare in successione i temi della lussuria e della gola, è perché sono due passioni strettamente apparentate. Sono parenti in quanto l’una e l’altra si innestano su due bisogni primari per eccellenza, entrambi legati alla nostra corporeità. Le derive della lussuria prendono origine, come si è già detto, dalla necessità naturale di perpetuare la specie; analogamente gli eccessi della gola nascono dal nostro connaturato bisogno di nutrirci. Infatti senza nutrimento si muore e dunque il piacere collegato all’assunzione del cibo ha il compito precipuo di tener viva e desiderabile la funzione vitale della nostra nutrizione. Chi mangerebbe più se la necessità di nutrirsi non fosse abbinata a una gradevole attività?

Ma altro è il naturale soddisfacimento di questo bisogno, o il piacere che proviamo assaporando cibi gustosi e preparati con cura, altro è l’ingordigia. L’ingordigia è l’uso smodato del cibo, è una brama disordinata pronta a sfociare ora nella golosità, che è l’eccesso nella ricerca della qualità del cibo, ora nella voracità, che consiste nell’incapacità di rispettare tempi e modi nel mangiare.

Tutte le malattie dello spirito che nei primi secoli di cristianesimo vennero chiamate vizi capitali, si perpetuano purtroppo senza soluzione di continuità dal lontano passato. Infatti, a proposito delle derive della Gola, tanto per attenerci al nostro tema odierno, la storia ci tramanda dati impressionanti sulle orge, le grandi abbuffate, gli eccessi di ogni genere, praticati in tutte le civiltà che ci hanno preceduto. Anche nella Bibbia, del resto, troviamo una molteplicità di esempi di voracità. Chi è andato a catechismo da bambino ne ricorda almeno due o tre fra i più noti, come il caso di Noè che sperimenta gli effetti inebrianti del vino fino a mostrare ai figli la propria nudità o quello di Esaù che per un piatto di lenticchie cede la primogenitura a Giacobbe. E neppure avrà scordato l’episodio del popolo d’Israele che in marcia nel deserto verso la Terra promessa, stanco per la monotonia del cibo inviato dal cielo, la manna, insorge minaccioso contro Mosè mostrando di preferire alla libertà ormai prossima, il ritorno alla schiavitù egiziana, attratto dalle delizie delle famose cipolle.

Tornando ora al presente, notiamo che nel comune sentire, sia la golosità che la voracità godono di un’ indulgenza illimitata. Al riguardo, i forum che abbondano sulla rete sono molto istruttivi. In uno di questi che poneva il quesito: «Essere golosi… vizio o virtù?» si possono leggere una quindicina di risposte che propendono tutte per l’assoluzione del vizio. Fra queste ne riporto una particolarmente rivelatrice di una mentalità diffusa: «Secondo me sarà anche un vizio, ma la virtù è accettare che siamo umani e che i vizi ci fanno star bene! Io sono la golosità fatta persona e guai a chi me la toglie. Sono fatta così e so che se cerco di cambiare me ne viene solo male».  Quello che dovrebbe stupire in affermazioni del genere, ma che invece non desta grande sorpresa in chi è imprigionato in una concezione materialistica della vita,  è la povertà  del concetto di uomo che ne emerge. La dipendenza dai vizi “che fanno star bene” diventa addirittura il parametro dell’uomo “virtuoso”, il che equivale ad affermare che l’essenza dell’umano consiste nei comportamenti di un’animalità irriflessa, non ragionata .

Neppure l’esperienza di quanto la voracità sia dannosa per la nostra salute, riesce a convincerci della utilità di tenerla a bada. È incredibile eppure reale: preferiamo accettare gli inconvenienti che derivano dagli abusi del nostro rapporto col cibo – obesità allarmanti (il 50% degli italiani è attualmente afflitto dai chili di troppo), ipertensione,  diabete, colesterolo e trigliceridi alle stelle –  piuttosto che adattarci al suo uso corretto che richiederebbe qualche moderata rinuncia e uno stile di vita sobrio, per tutelare la sanità del nostro corpo. Un altro fatto che fa riflettere è che la medicina e le scienze della nutrizione del nostro tempo reintroducono, talvolta con restrizioni ancora più pesanti, le stesse discipline alimentari che un tempo erano soltanto patrimonio di tutte le tradizioni religiose: diete, digiuni, esercizi di sobrietà. La sola differenza è che mentre le tradizioni religiose proponevano la frugalità e l’astinenza  come mezzo di purificazione e di ascesi, la nostra società, allergica alle battaglie spirituali, mira essenzialmente all’estetica e al prolungamento della vita biologica di ognuno.

Ma, in quest’era consumistica  in cui l’industria alimentare usa di enormi mezzi mediatici di convinzione per farci desiderare e ingurgitare sempre più cibo – e pazienza se questo cibo di cui ci ammaliamo è  sottratto a popoli interi denutriti e affamati – persino i richiami dei nutrizionisti o i canoni dell’estetica vengono vanificati dalla nostra voracità. Si immette cibo nella nostra macchina-corpo alla stregua del carburante che finisce nell’automobile.

Questo degrado nei rapporti col cibo investe anche l’ambito della preparazione degli alimenti e della loro consumazione. Con i ritmi frenetici della nostra epoca sono quasi scomparsi i” riti” della preparazione del cibo cari alle nostre mamme e nonne e dello stare a tavola tutti insieme in famiglia. Oggi si cucina poco perché il fast food provvede per noi, si mangia velocemente, con le mani, in piedi, spesso in solitudine. Eppure ci rendiamo ben conto di come l’ingordigia ci abbrutisca in tutti i sensi: dopo un pasto smodato ci ritroviamo intontiti, avvolti da un torpore che offusca l’intelligenza e la lucidità; oppure, e quasi sempre le due cose si assommano, cadiamo preda dell’eccitazione, della sfrenatezza dei gesti e della lingua, che si abbandona alle scurrilità, all’oscenità. Vengono in mente certe grandi abbuffate ricorrenti tra parenti o amici in cui la tavola, che dovrebbe essere il luogo della condivisione, dello scambio della parola, dell’effusione dell’affetto tra commensali, si trasforma in focolaio di liti, di sfogo delle nostre aggressività, di cedimento ai toni più bassi e volgari.

Il cibo riveste anche funzioni compensatorie come ho voluto evidenziare  riportando nel riquadro la prima citazione che interpreta la voracità come un rifugio emotivo. È innegabile infatti che i figli della nostra epoca, ricolmi di cose ma vuoti di tensione morale e di valori esaltanti che diano senso alla vita, sono tutti malati di ansia, portati alla depressione, insicuri delle loro amicizie, affamati di amore, di relazioni autentiche e appaganti . Queste frustrazioni che segnano in profondità il nostro inconscio, possono generare fami divoranti o altrettanto divoranti astensioni dal cibo. Si cercano soluzioni al proprio malessere nel rapporto col nutrimento: bisogno di ingurgitare grandi quantità di cibo o di bevande, fino alla bulimia, per soddisfare un’irrefrenabile pulsione orale; oppure, al contrario, rifiuto di ingerire il nutrimento necessario, fino all’anoressia. Anoressia e bulimia sono modi molto evidenti per esprimere uno stato di sofferenza affettiva e il cibo e il corpo sono gli strumenti utilizzati. E così il cibo  finisce per sostituirsi all’amore e il rapporto con esso diventa un mezzo per tamponare le voragini create dalla sofferenza. L’amore è irraggiungibile mentre il cibo è a portata di frigorifero.  La voracità e la golosità provocano lo stravolgimento del mezzo in fine. Il cibo, da strumento per vivere, per condividere, per fare festa, diventa fine a se stesso.

Finché si resta abbarbicati alla mentalità carnale che domina il nostro tempo, le vie d’uscita da tutte le forme di schiavitù che legano l’uomo ai suoi istinti di natura, sono molto aleatorie. Solo la presa di coscienza che egli, se vuole, ha facoltà di scelta tra il cammino della carne – quello dell’animalità – e quello dello spirito – l’unico che possa condurlo alla pienezza e alla grandezza dell’Umano, potrà muoverlo a mettere ordine nei suoi appetiti, a partire da quello fondamentale del cibo. La decisione da prendere è tutta nella sua libertà.

Seminario su La filosofia della libertà: L’agire umano cosciente – Capitolo 1

Il seminario su La filosofia della libertà, il testo che per ammissione dello stesso Steiner è destinato a durare inalterato nel tempo, ha richiamato un folto pubblico anche in questa seconda edizione. Eccovi alcune foto scattate da Liberaconoscenza durante le sedute dell’incontro, condotto da Pietro Archiati, apparso in ottima forma.

Locandina di presentazione al seminario

 

Ingresso della scuola Rudolf Steiner di via Clericetti

 

Un po' di animazione all'ingresso della sala. In primo piano Salvatore, l'editore dell'Edizioni Rudolf Steiner

 

Le risposte del relatore agli interrogativi del pubblico suonano più come provocazioni per ulteriori sviluppi di pensiero che come definitive

 

I disegni alla lavagna, cui Archiati ricorre abitualmente, sono uno strumento importante per facilitare la comprensione del testo

 

L'esposizione dei libri in un momento di quiete

 

 

Qualche minuto rubato al relatore per le domande personali

 

Gli instancabili tecnici audio e tuttofare: Francesco ed Emanuele

 

La seduta è tolta… Arrivederci alla prossima volta!

Convegni: Il segreto della forza interiore

Ha appena avuto luogo, nel cuore di quest’autunno, cioè dal 15 al 17 novembre, il convegno di Pietro Archiati dedicato all’anima dell’uomo, alla ricerca di una “psicologia” che sappia porre le sue basi su un saldo terreno di conoscenze scientifico-spirituali. Abbiamo raccolto una testimonianza fotografica della calda atmosfera della sala, tra il pubblico che è affluito numeroso e partecipe.

 

La facciata del nuovo teatro Oscar
L'interno del teatro
Sala a convegno in corso
Il relatore disegna alla lavagna
L'incontro tra uomo e donna
Stadi evolutivi passati e futuri
L'evoluzione dell'anima e dello spirito umani
Scorcio del pubblico
Dulcis in fundo, Francesco Valori alla regia audio

La partecipazione ai convegni di Pietro Archiati si rivela ogni volta stimolante per il pensare libero e creativo di ciascuno. Non perdiamoci allora il prossimo incontro su La filosofia della libertà, di Rudolf Steiner, che si terrà sempre  a Milano, dal 14 al 16 febbraio 2014.

I FATTORI DELLA VITA

Commento a “La Filosofia della Libertà” di Rudolf Steiner
Volume 8

Pietro Archiati

dal Cap. VIII, al Cap. IX, par. 18

Rocca di Papa (RM) 30 settembre – 3 ottobre 2010

La Filosofia della libertà 8 - fronte

Benvenuti a tutti di nuovo, questa volta cominciamo con la seconda parte della Filosofia della libertà finalmente. La prima parte è intitolata “La scienza della libertà” e la seconda parte si intitola – cosa bellissima – “La realtà della libertà”. La differenza si evince proprio da questo modo così essenziale di esprimere queste due dimensioni. Il pensare, il riflettere, il ragionare ci fa capire, ci dà la scienza, la conoscenza, il sapere riguardo alla libertà, cosa ci dice la scienza della libertà? Si può riassumere in un enunciato, in una frase, la scienza della libertà ci dice tutta la prima parte che la libertà è l’essenza dell’uomo, e che la libertà è nel pensare. L’uomo è l’essere pensante e poiché è l’essere pensante è l’essere che è libero, essere liberi e essere pensanti è la stessa cosa. Però a che mi serve sapere in chiave di scienza, di conoscenza che la libertà è l’essenza dell’uomo se non la realizzo? Quindi la libertà non è soltanto un fatto di conoscenza, che io vengo a sapere, ma è un fatto morale, la libertà diventa reale solo nella misura in cui l’uomo la realizza. Quindi questa seconda parte, realtà significa la realizzazione, il rendere reale la libertà, esercitarla, portarla all’essere, non soltanto sapere tutto sulla libertà ma vivere da liberi. E perciò ci dicevamo che la seconda parte in un certo senso, è ancora più interessante, più micidiale, perché si tratta adesso di vedere in che modo l’individuo realizza, fa della libertà conosciuta una realtà, la realtà della sua vita, la realizza, proprio la crea, la seconda parte è il creare la realtà della libertà, viene creata, la libertà è qualcosa che l’uomo crea, e se non la crea non c’è. Ognuno ha tanta libertà quanta ne crea, quanta ne realizza, e potenzialmente ognuno la può realizzare all’infinito, non ci sono limiti alla realizzazione della libertà. Un altro modo di riassumere la prima e la seconda parte, la prima parte Steiner la riassume in tedesco con la parola …. un monismo di pensieri. Il monismo del pensare, quindi la prima parte esprime la logica del pensare, cos’è il mondo? È il pensare del Logos, il più grande logico pensatore che ci sia, i greci lo chiamano Logos, il pensatore divino, il pensatore supremo, il pensatore più artistico più creatore che ci sia, ha sfornato col suo pensare il mondo. Cosa sono le cose? concetti del Logos, idee del Logos, pensieri del Logos, un bel giorno ha avuto il pensiero della rosa e la rosa fu! Perché cos’è la rosa? Un pensiero. Ha avuto un pensiero della giraffa, e la giraffa fu! Cos’è la giraffa? Un pensiero. Tutto è pensiero, ogni cosa è una struttura di pensiero. Anche una macchina una Gilera, io ho fatto quattro anni a Roma in Gilera, poi si è rotta e gli altri cinque anni li ho fatti in bicicletta, allora ho notato che ci sono sette Colli a Roma! Una Gilera cos’è? anche una bicicletta cos’è? una struttura di pensiero realizzata, se non c’è alla base una struttura di pensiero non salta fuori una macchina, anche una casa è una struttura di pensieri. Quindi tutto è all’origine pensare creatore, il pensare come potenzialità all’infinito e i pensieri, i singoli concetti sono attualizzazioni puntuali di questa facoltà all’infinito del pensare. E il pensatore a livelli astronomici, i greci lo chiamavano il Logos, ma non soltanto i greci anche il Vangelo di Giovanni dice: en archè en o Lògos all’inizio di tutto ci fu, c’era, c’è sempre il pensare creatore, il pensare che crea intuitivamente. Noi creature del Logos, fatte a immagine e somiglianza del Logos partecipiamo di questa facoltà creativa, artistica in assoluto che è il pensare. …

 Il donwload del testo integrale selezionando questo link.

La Filosofia della libertà 8 - retro

La Filosofia della Libertà 14

Dal Seminario di Milano, 27 – 29 Settembre 2013

L’incontro di Pietro Archiati ha registrato anche questa volta un ottimo successo di pubblico. Siamo lieti di potervi offrire alcune istantanee colte al volo dal Teatro della Scuola Rudolf Steiner di via Clericetti.

Immancabili i disegni alla lavagna

 

Il relatore mentre risponde alle domande del pubblico
Tutti immersi nel commento del testo
Uno scorcio del pubblico

 

Vi aspettiamo al prossimo appuntamento. A Febbraio del 2014 si ricomincia con il primo capitolo della Filosofia della libertà, nuovamente oggetto di studio su richiesta della maggioranza del pubblico in sala. Come ha detto Pietro Archiati, La filosofia della libertà è un testo talmente ricco di spunti che lo si potrebbe studiare all’infinito e trarne sempre rinnovate ispirazioni. Arrivederci!

 

 

Prendersi cura di sé: l’esercizio del cielo sereno

Eccoci giunti, più determinati che mai, all’appuntamento col terzo esercizio di Rudolf Steiner, presentato nell’efficace esposizione che ne dà Pietro Archiati in Cammini dell’anima. Noterete che a differenza dei precedenti, la cui realizzazione richiede solo pochi minuti, qui si entra in una dimensione non regolata dalle lancette dell’orologio: la sfera dei nostri sentimenti, quella del cuore, che investe l’intero nostro modo di rapportarci al mondo esterno. L’intento dell’esercizio è quello di renderci padroni delle nostre emozioni. E scusate se è poco… Alla prossima!

3. L’equilibrio dei sentimenti: l’esercizio del cielo sereno

Un paio di pensieri sul sentimento: cosa sono la distensione, l’equanimità, la pacatezza, l’imperturbabilità, l’atarassia, la spassionatezza, la serenità? Sono l’attenzione alle proprie forze del cuore. Quando siamo trascinati da un’euforia estrema o quando siamo depressi da un dolore enorme, siamo totalmente incapaci sia di pensiero oggettivo, sia di forza volitiva. Quindi è importante coltivare anche i propri sentimenti.

È fondamentale capire, però, che per il cammino interiore non ci è chiesto di imparare a decidere quali sentimenti debbano nascere dentro di noi: non è questo che ci si chiede. I sentimenti che nascono dentro di me li fa sorgere il karma, non io. Se io incontro una persona e noto che mi ispira antipatia, questo sentimento non è un fatto di libertà. Non mi si chiede di fare in modo che questa antipatia venga rintuzzata: essa deve manifestarsi, perché è il risultato di forze che vanno avanti e indietro tra me e questa persona, e che insieme abbiamo costruito nel corso di diverse vite terrene.

L’esercizio del coltivare il proprio sentimento non si riferisce dunque al nascere dei sentimenti, ma al modo di esprimerli: lì possiamo esercitare la nostra libertà. Il cammino interiore consiste nel prendere nelle proprie mani il modo di esprimere i sentimenti così che essi stessi possano diventare organi di conoscenza.

Se io sono capace di controllare un’antipatia guardandola come una realtà oggettiva, essa a poco a poco mi dirà quale costellazione di forze karmiche vivono tra me e questa persona. L’antipatia mi dice: stai attento, qui hai a che fare con un rapporto più difficile di quell’altro, dove tutto è simpatia.

Un rapporto più difficile è più brutto? No, può essere anzi più bello proprio perché chiede di più. Le persone che vorrebbero essere simpatiche a tutti sono quelle che non vorrebbero far nulla. E per fortuna non c’è nessuno che sia simpatico a tutti! Dicono che l’unico essere simpatico a tutti sia stato il Padreterno, perché non si è mai fatto vedere. Il Figlio suo, che si è fatto vedere, è stato subito simpatico a qualcuno e antipatico a qualcun altro…

Non si tratta di condannare certi sentimenti o di santificarne altri: no. Si tratta di coglierli nella loro oggettività karmica. Un rapporto di simpatia mi impegna in modo ben diverso che non uno di antipatia: ma tutti e due vanno bene, se io svolgo il compito che di volta in volta mi viene chiesto.

Un rapporto di simpatia è bello perché il sole del mio Io superiore caldamente e luminosamente lo ha voluto, proprio per le forze che questo sentimento di attrazione mi dà; un rapporto di antipatia va bene lo stesso perché il sole del mio Io superiore l’ha scelto non meno dell’altro, proprio per il compito evolutivo più difficile che mi offre. Quindi il mio sole interiore è sempre sereno! Splende sempre! Perché trova calore e luce, significato, positività e possibilità evolutive in tutte le cose e in tutti gli eventi.

La serenità, la distensione interiore, è la grande forza del sentimento capace di vibrare in sintonia con la creatività dell’Io-sole, che non patisce mai nulla e tutto sceglie.

La Filosofia della Libertà 13 – fotoracconto

Dal Seminario di Milano dello scorso febbraio (dal 15 al 17 febbraio 2013)

Alcune foto e le impressioni di una giovane signora che ha assistito per la prima volta a un seminario di Archiati.

PS: è possibile “cliccare” sulle foto per ingrandirle

É stata un’esperienza di ascolto e di approfondimento che mi ha permesso di alzare il mio livello di attenzione sugli aspetti positivi dell’esistenza che io, per indole, tendo a non vedere.

La locandina all'ingresso della Scuola

Confesso di mancare di assiduitá nello studio dell’Antroposofia ” e quindi incontri come questo, vissuti ed assorbiti con intensitá sono per me estremamente gratificanti. Ne esco sempre con una marcia in piú…”

Ausilia

La Scuola "Rudolf Steiner" di via Clericetti a Milano
La sala del Seminario
Pubblico all'entrata in sala
Pietro Archiati disegna alla lavagna
Un momento del dibattito
Il Seminario è finito...

Per il prossimo seminario, questo è il link:

La Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner XIV Seminario

Necessità karmica e libertà

Rudolf Steiner – “Necessità karmica e libertà” Articolo tratto dalla rivista Kairòs – Nr. 1 di Gennaio/Febbraio 1997

Si comprenderà nel modo migliore il karma contrapponendogli l’altro impulso attivo nell’uomo, quello che viene indicato con il nome di libertà. Consideriamo ora per sommi capi la questione del karma. Che cosa significa? L’esistenza umana si svolge in una successione di vite terrene, e mentre attraversiamo una di queste vite possiamo, per lo meno col pensiero, volgerci indietro e vedere come l’attuale sia la ripetizione di un certo numero di altre che l’avevano preceduta. La vita attuale fu preceduta da un’altra, questa da un’altra ancora fino a quando arriviamo a tempi per i quali non si può più parlare di ripetizione delle vite terrene nel senso odierno, perché in quel periodo remoto la vita tra nascita e morte e quella tra morte e rinascita diventano a poco a poco talmente simili che l’odierna grande differenza tra di loro non esiste più. Oggi viviamo nel nostro corpo terreno tra nascita e morte in maniera che, nello stato di coscienza ordinaria, ci sentiamo molto separati dal mondo spirituale. Con lo stato di coscienza usuale, si parla del mondo spirituale come dell’aldilà, e c’è chi arriva anzi a porre in dubbio la sua esistenza, o anche a negarla del tutto.

Ciò dipende dal fatto che la vita terrena chiude l’uomo entro i limiti del mondo sensibile esterno e dell’intelletto che abbraccia solo quanto è direttamente connesso con la vita terrestre stessa. Ne derivano tutte le dispute, le quali hanno in realtà sempre radice in una mancanza di conoscenza; a tutti sarà capitato di assistere a discussioni sul monismo, sul dualismo, e così via. È naturalmente assurdo un dibattito su tali luoghi comuni. Ascoltando simili dispute si ha come l’impressione di trovarsi di fronte a qualche uomo primitivo che non avesse mai ancora sentito dire che esiste l’aria. A chi sa che l’aria esiste e ne conosce le funzioni non verrà mai in mente di parlarne come di qualcosa dell’aldilà e neppure dire: io sono monista, per me aria, acqua e terra sono una cosa sola! Tu invece sei dualista perché nell’aria vedi qualcosa di separato dall’acqua e dalla terra.
Tali dispute non hanno dunque senso, come in genere non ha senso discutere intorno a concetti. Quindi non ci soffermeremo su tali problemi e ci limiteremo a richiamare l’attenzione su di essi. Infatti, come per chi non la conosce l’aria non è qui ma appartiene all’aldilà, così il mondo spirituale, che tuttavia ci attornia come l’aria, è un aldilà per chi non lo conosce. Per chi lo conosce è invece un aldiqua. Si tratta dunque semplicemente di rendersi conto che, nell’attuale periodo dell’evoluzione terrena, l’uomo dimora tra nascita e morte nel suo corpo fisico e in tutto il complesso della sua organizzazione con una coscienza che in un certo senso lo separa da un mondo spirituale di cause che tuttavia agiscono nella sua esistenza terrena, fisica.

Fra la morte e un nuova nascita egli vive poi in un altro mondo, in un mondo che in confronto a quello fisico può essere chiamato spirituale; in esso egli non ha più un corpo fisico percepibile ai sensi, ma vive come essere spirituale.
Il mondo in cui si vive tra nascita e morte appare allora altrettanto estraneo quanto alla coscienza ordinaria terrena appare estraneo il mondo spirituale.

Nella sezione “Articoli e Documenti” il download completo…

Fotoracconto: La Filosofia della Libertà 12

Un brevissimo foto racconto per far “assaggiare” anche agli assenti la bella atmosfera che si respirava durante il dodicesimo incontro su “La Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner” a Rocca di Papa, con Pietro Archiati dal 28 al 30 settembre scorsi (2012). Tra poco pubblicheremo anche le tracce audio in podcast, e poi ci si preparerà per il tredicesimo incontro, per la prima volta a Milano, a metà febbraio 2013, ma per adesso gustiamoci queste belle foto.

La lavagna di Rocca di Papa...
Pubblico a Rocca di Papa
Pubblico attento a Rocca di Papa
Libri di Edizioni Rudolf Steiner
Libri di Edizioni Rudolf Steiner
I testi a lume di candela
...i nuovi testi, a lume di candela
Panorama da Rocca di Papa
Il panorama da Rocca di Papa
Emanuele a Rocca di Papa
Emanuele a Rocca di Papa - factotum

Sperando le foto siano piaciute, qui le informazioni sul prossimo appuntamento:

La Filosofia della Libertà XIII

E questo il volantino:

la Filosofia della Libertà 13 - volantino
Il volantino de "La Filosofia della Libertà 13", a Febbraio 2013 a Milano

 

Spunti di riflessione: Libertà. Essere signori di se stessi

Di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista AVO Torino informa

 

Nessuna libertà esiste quando non esiste una libertà interiore dell’individuo.

Corrado Alvaro

Per volere la libertà interiore, volerla per sé come un beneficio grande, volerla con i suoi rischi, le sue solitudini, le sue pretese, bisogna esserne affascinati, esserne innamorati, aver perso la testa per lei. Ma perché questo avvenga la si deve intravedere nella sua bellezza concreta. Bisogna che qualcuno, lasciando trapelare la propria libertà interiore, offra all’altro il dono di intravederla. Quando c’è, la libertà interiore trapela da tutto l’essere: dal modo di parlare, di agire, di scegliere, di desiderare, di comportarsi con chi sta in alto e con chi sta in basso. La totalità dell’essere e dell’agire rivela la presenza della libertà interiore.

Edda Ducci, L’uomo umano

 

Siamo liberi? La libertà esiste? Dipende… Dipende da che cosa? Dipende fondamentalmente dall’idea che ognuno ha della libertà. Molti concordano nel ritenere che uno sia libero quando può agire senza costrizioni, lavorare a ciò che ha sempre desiderato fare, indirizzare la propria vita come gli pare e piace. In breve, la libertà è vista dai più come emancipazione da limiti, da costrizioni esterne. Certo la libertà esteriore è preziosa: si pensi alle differenti condizioni di esistenza di un detenuto e di un libero cittadino  o ancora  agli agi esistenziali di chi è ricco rispetto alle privazioni enormi di chi ricco non è. Non c’è bisogno di un disegno per rendersi conto di quanto vasta sia la gamma di libertà esteriori di cui uno può godere oppure essere privo. Eppure, anche chi può fare tutto ciò che vuole è ancora molto lontano dall’essere libero. Intanto, anche per godere di questa libertà, bisogna rendersi indipendenti da uomini e cose. Chi di noi lo è?  Nella nostra società si esibisce molta indipendenza, ma in realtà siamo tutti vittime di adescamenti e seduzioni e finiamo per fare inesorabilmente quello che fanno tutti.  Se non lo si fa ci si sente a disagio e fuori ruolo. Basta pensare alla tirannia delle mode. Vacanze ad ogni costo, telefonini ad ogni costo, labbra e seni muliebri turgidi fino a settant’anni a ogni costo.  Prendiamo ancora un esempio emblematico di quanto le mode ci tiranneggiano: la minigonna, o i pantaloni a vita bassa che lasciano l’ombelico e i fianchi scoperti. Se una donna vuole essere “in” li deve portare.   Che diamine! le donne di oggi mica sono suore! Seduttive devono essere! Ed è così che, chissenefrega del buon gusto, o del rispetto per il proprio corpo, le strade cittadine pullulano di corpi di donne raramente in linea, spesso devastati da straripanti strati lardacei che deambulano nelle loro pochissimo seducenti nudità. Non si è libere? E che dire degli enormi pancioni per incipienti maternità esibiti nudi con disinvolta fierezza? Non sono il segno di una duramente conquistata emancipazione femminile?  E avanti di questo passo, potremmo fare una lista interminabile di tutte le forme di dipendenza e di schiavitù che prendono origine da tanti presunti atti della nostra “libertà”. Non si è liberi se si indossa una maschera per compiacere a chi ci sta intorno. Non si è liberi quando ci si comporta come fanno tutti, mandando all’ammasso il nostro cervello. Non si è liberi quando dipendiamo dal giudizio degli altri, quando ci adattiamo alle circostanze, quando si diventa vittime di abitudini nefaste: alcol, droga, gioco, sesso, manie compulsive di ogni genere. Non si è liberi quando, obbedendo all’iperconsumismo della nostra epoca, ci circondiamo di cose che non rispondono ai nostri reali bisogni. Non si è liberi quando ci facciamo dominare dalle nostre paure, quando non si ha il coraggio di osare, quando non sappiamo dire Sì quando è Sì e No quando è No.

E allora concluderemo che la  libertà è morta? Sbagliato in pieno. La libertà è sempre lì ad attendere ognuno di noi purché noi lo vogliamo. Purtroppo, nella nostra epoca intrisa di materialismo, l’uomo dà un enorme peso a ciò che si verifica nel mondo delle apparenze visibili e tende invece ad ignorare o a trascurare ciò che avviene – o che spesso non avviene – al livello interiore della sua anima. Fin dalla nostra primissima infanzia gli adulti che abbiamo intorno ci portano a pensare che il senso della vita dell’uomo stia nel vivere un’esistenza felice: se la vita non è un piacere, che vita è? Da qui a ritenere che la soddisfazione di ogni nostro desiderio, di tutte le nostre pulsioni, sia la chiave della felicità, il passo è breve. Quanti invece ci dicono che  per l’uomo non c’è cosa migliore al mondo che diventare sempre più umano, vivendo sempre più nella pienezza della sua ricchissima natura? Che cosa contraddistingue l’uomo dagli animali, dalle piante e dai minerali? In questi ultimi secoli, in base alla teoria dell’evoluzione di Darwin,  l’uomo è stato paragonato sempre più all’animale. È evidente che uomo e animale hanno molto in comune perché  tutto ciò che troviamo nell’animale lo ritroviamo anche nell’uomo. Ma se ci fermiamo lì non riusciamo più a conoscere ciò che è specifico dell’uomo. Specificamente umano è tutto ciò che l’uomo non ha in comune con l’animale!

Ciò che è solo l’uomo ad avere, è il libero arbitrio, la capacità di libera scelta, che presuppone la capacità di giudizio. Ma questa libertà, al contrario di tutte le leggi di natura (cibarsi, dormire per sopravvivere, accoppiarsi per generare, ecc.), è data all’uomo come disposizione, come una facoltà che tocca a lui coltivare ogni giorno. Essere uomini vuol dire allora poter diventare sempre più liberi, non essere liberi già in partenza. La libertà diventa allora l’essenza della moralità, del massimo bene per l’uomo. Quando l’uomo rinuncia a vivere da libero, egli ricade o resta fermo al livello dei regni di natura e perde la sua umanità. Sarà mosso dall’istinto in modo simile all’animale, potrà vegetare come una pianta o funzionare meccanicamente come una macchina, ma non vivrà ciò che è proprio dell’uomo. A questo punto molti obietteranno: ma questo criterio è difficile! Bisogna ammetterlo: questo criterio fa appello al pensiero e alla volontà di ognuno. Nella struttura interiore del nostro essere, troviamo inizialmente la pura facoltà della libertà, cioè la capacità di prendere in mano in modo sempre più attivo e creativo il nostro cammino interiore e la nostra vita. La libertà è allora una facoltà in divenire, che va continuamente esercitata. Come la si esercita? La si esercita con grande fatica, a volte con lacrime e sangue perché la libertà interiore richiede di andare contro corrente: opporsi alle mode, rimuovere le proprie schiavitù interiori…, stare in piedi sulle proprie gambe senza dipendere dagli altri… Avete letto la seconda citazione che riporto nel riquadro? Edda Ducci ci dice in modo magistrale quali sono i costi della libertà interiore, ma ci prospetta anche quali ne sono gli effetti. Essere liberi significa appartenere a se stessi, essere signori di se stessi. Certo, in questo senso, quanti possono considerarsi uomini compiuti? Forse nessuno. Ma tutti lo possiamo diventare, a poco a poco, giorno per giorno.

 L’essere umano è libero nella misura in cui partecipa, mediante l’esercizio intuitivo del pensare, al mondo dello spirito.

Pietro Archiati, Libertà senza frontiere