Post Scriptum: I Promessi Sposi – Lucia e Renzo

Scipione, Caligola e adesso pure Lucifero, chissà mai chi se li inventa, i nomi di ‘sti caldoni sempre più torridi… Tiradritto, Tanabuso e Squinternotto invece sono i bravi di don Rodrigo, li ricordiamo?, li battezzò Alessandro Manzoni in persona, dopo paziente ricerca, con tutti i crismi della filologia.

Sentiamo, ora: Lucia! Cosa ci dice? È una luce (nella quale vive saggezza fluente, direbbe qualcuno) diversa da questa di Agosto ch’è abbacinante, diurna e tutta fuori, è il lume che splende dal fondo delle notti più lunghe e nere dell’anno, dal tredici di Dicembre, il giorno dedicato a colei che offrì poi il nome e la sua virtù a tutte le Lucie. Una scintilla che appare modesta, ma è inestinguibile e tenace, femminile e verginale. Tommaso d’Aquino stravedeva per la bella e fiera martire siracusana che, votatasi a Dio, spiegò al suo seduttore – quando la voleva smonacare a forza, richiudendola in un lupanare – come la castità non sia faccenda del corpo, ma dell’anima. Un bell’esempio di quelle forze individuali della volontà umana che non possono essere schiodate da qualsivoglia fatto esteriore.

Nella Divina Commedia è proprio Santa Lucia, per intercessione della Vergine, che si muove a chiamare Beatrice quando il loro devoto Dante è in pericolo nella selva oscura; non solo, in seguito scende di persona in Purgatorio ad aiutarlo. E la nostra Lucia Mondella proviene da questa bella e pura sorgiva, è fatta di quella pasta lì, anche lei chiarore di una verde speranza che mai si spegne, perché c’è sempre e da sempre, ed è capace di illuminare il buio attorno a sé.

Ci è familiare questa fanciulla lombarda molto speciale, no?, la conosciamo fin dalle medie e ce la ritroviamo dopo tanti anni ancora nel cuore, una brava ragazza di paese con le mani che odorano di bucato, pulita, onesta e adamantina. Quindi semplice come in fondo semplice ha da essere la verità. Abbiamo sempre saputo che le dicerie sul suo conto – quelle diffuse dai critici manzoniani – sono una perversione maschilista cagionata da invidia, perché una religiosità come la sua se la sognano… Se è una ragazzotta come tante, come mai le sue vicende sono così eccezionali? Non è una gran bellezza, esteriormente, ma allora perché un don Rodrigo si incaponisce a sedurla? Altro che inconsistente e sciocchina acqua cheta!

Enigmatico pare anzitutto il suo rapporto con Renzo, come con tante nostre amiche verrebbe da domandarsi: ma lei, che così evidentemente ha una marcia in più, cosa ci avrà trovato? Lui a prima vista sembra proprio un fior di bietolone… Proviamo un po’ a smuovere i metri usuali, spostandoci allora, da Lucia, a osservare anche Renzo, perché i due si spiegano a vicenda se si tratta di autentiche anime gemelle – così li vede il padre Cristoforo: “condotti dal Cielo a unirsi”. E pure contro il ragazzo la critica si è sbizzarrita. Come minimo possiamo capire che, sempre più, il fenomeno Lucia e il fenomeno Renzo costituiscono un enigma conoscitivo, ai nostri giorni (e tanto più gioioso sarà brano a brano cercare di svelarlo, direbbe forse qualcun altro).

Prestiamo attenzione per prima cosa a quello che pare un caso di sfiga cosmica da legge di Murphy, a quanto accade al buon giovane appena mette il naso fuori dal paesello. Durante una sommossa – per caso passava di lì – viene scambiato per un agitatore sociale, al punto che deve espatriare e vivere sotto falso nome come un pericoloso criminale; al clou della pestilenza viene preso per untore: c’è qualcosa di forte in lui che gli attrae le esperienze più estreme, dalle quali però esce indenne. E vediamo come il ragazzo resti sempre innocentemente e integralmente se stesso, a cuore aperto nemico di ogni falsità che, pure, gli renderebbe la vita là fuori molto più facile. Sarebbe così difficile vedere in Renzo, per esempio …una specie di folle, un giullare, un idiota geniale alla maniera di Parsifal? Proviamoci.

Si presenta a Lucia una grande opportunità evolutiva, attraverso un processo interiore di coscienza – c’è di mezzo la questione del voto e quanto esso comporta, prima e dopo –, e la stessa cosa succede a lui!, viceversa attraverso una via adatta a un maschietto, e per giunta dal temperamento collerico, cioè soprattutto passando per esperienze del mondo esterno. Nel voto di Lucia un processo tutto intimo sa agire fuori, sull’Innominato, cui era evidentemente unita per vie karmiche. In quel momento lei si apre all’intuizione di dedicarsi alla Madonna, “risolve” il punto critico della propria biografia e matura subito un frutto inestimabile lì accanto: la conversione di quel grande del male. Così nella vicenda del perdono al lazzaretto vediamo come il giovane si lasci guidare dalla forza di un Cristoforo, colui che porta il Cristo. Grazie alla propria purezza di cuore, consolidata attraverso le peregrinazioni nel mondo, Renzo viene ispirato al punto da riuscire a compiere – realmente ed efficacemente, così si ricava dalla narrazione – il delicatissimo esorcismo del perdono, sul don Rodrigo appestato e morente. Manzoni non riferisce se questi si risvegli poi dal suo deliquio, ma forse il perdono è un fatto così serio e complesso (non immediatamente alla portata della coscienza attuale) che anche la somma arte letteraria riesce a coglierlo solo fino a un certo punto.

Don Rodrigo – per far tornare i conti con le vicende del Graal – allora sarebbe una nuova versione di Anfortas, il re pescatore mortalmente malato e infine guarito da Parsifal, che può così convolare a giuste nozze con la sua bella. Come avverrà finalmente ai due Promessi. Dunque il frate Cristoforo, sarebbe? Un novello eremita Trevrizent che istruisce Parsifal-Renzo, un po’ pigri a conquistar la saggezza, talvolta stolti e impazienti. Li si ammaestra in particolare a passare da una cavalleria esteriore – anche secentescamente spagnoleggiante (olé!) – a quella interiore, priva di superbia e capace di combattere il male, non l’ammalato, armandosi delle forze della compassione. Le stesse che Lucia aveva trovato, nel suo profondo, per favorire il processo di trasformazione dell’Innominato, durante la notte al terribile castello.

…Ma allora il Graal qui sarà il pane del perdono – beh, sì, se è insieme farmaco e alimento, contenuto e contenitore, un’ostia e una pietra –, pietrificato dopo essere stato conservato a memento di quell’altro perdono, che invece fu Cristoforo a chiedere e ricevere. Perché prima aveva calcato anche lui la polvere del mondo, un po’ come Renzo scorrazzando.

Non si finirebbe più di trovare nessi!, aggiungendovi un briciolino di conoscenze scientifico spirituali diventano così fecondi i capolavori letterari… (O siano pure fervide fantasie attivate da qualche colpo di calore.)

Post Scriptum: I Promessi Sposi – Gertrude

Alzi la mano chi non ne può più di lasciarsi ammannire i vari polpettoni dell’estate: le vicende private dei Balotelli e delle Belen?, sapremo tra cent’anni se saranno divenute storia… Allora esercitiamo un po’ di gossip da ombrellone (non malevolo, però) sulla nobildonna Virginia Maria de Leyva. In arte, la monaca di Monza, alias Gertrude.

Nella sua biografia, che iniziò a dipanarsi nel 1575 e continuò bene o male fino al 1650 – storica, Manzoni non inventava –, fecero notizia la liaison trasgressiva con l’Egidio e la catena crescente di delitti messa in campo per occultarla. Entro le mura del convento era cosa abbastanza risaputa, ma arrivò alla ribalta della cronaca attraverso un processo esemplare seguito da una condanna severissima: murata viva, finché la morte non interverrà.

C’è un atteggiamento caratteristico di lei, quasi una coloritura sua tipica, lapidariamente compendiato dall’autore in una di quelle frasi che si incidono negli animi: la sventurata rispose. Un dire di sì al proprio destino – inizialmente per inesperienza o ingenuità, via via  attraverso una sempre più consapevole adesione – che la condusse prima a consentire alla monacazione voluta dal padre, poi a una torbida relazione col play boy della sua vita e a farsi costringere entro quattro mura di un carcere maleodorante (era accanto alla fogna di Milano) per tutti gli anni che serviranno a espletare il suo purgatorio anticipato.

Aderì a una sorte terribile, fin dall’inferno della sua infanzia. Orfana di madre, in collegio fu ingessata in un’educazione religiosa formale, mortifera, e anche a casa niente affetti, tranne l’innocente e ricambiata simpatia per un giovane della servitù; scoperta dal principe padre, questa divenne immediatamente un’affilata arma di ricatto.

Gertrudina conobbe solo una tiritera: potere nobiliare del proprio casato, da esercitarsi con ogni mezzo; potere senza soldi, però. L’assenza di una dote (il padre se l’era sperperata) farà di lei “la signora”, non di un marito!, ne farà la signora feudataria di Monza che potrà essere tutt’al più una madre… badessa. A ciò era stata da sempre destinata ed educata, persino le sue Barbie portavano l’abito da suora. Lei dice di sì perché non sa fare altrimenti – a questo punto della vicenda ha tredici anni – fino ai venti riga dritto e amministra, bene, il feudo di famiglia dal punto fermo del convento di clausura.

Poi però… tutti i successivi vestiti che si lascia infilare se li sente stretti, li prova e dopo li dismette… anche la veste di amante le diviene sempre più angusta, fino a sentirsela appiccicata come una possessione. Un’altra caratteristica della monaca di Monza è che sembra non conoscere mezze misure o sfumature: o bianca o nera; la severità con se stessa, oppure lo sfascio completo.

I primi tempi col bell’Egidio deve essersi finalmente trovata, in qualche modo, amata, ancor viva o capace di evadere da una storia di clausura e disciplina che le era arduo coniugare con una fiorente giovinezza. In men che non si dica quell’ennesimo le porta dei figli – abortiti o nati morti e, l’unica viva, dolorosamente data via – e la porta all’assassinio di una ragazzina che minacciava di scoprirle tutti gli altarini. L’esecutore materiale fu il suo uomo, ma il peso orribile dei delitti sarà un fardello di coscienza tutto suo. Si graverà persino del tradimento di Lucia, Lucia!, che nei Promessi Sposi è la luce fatta fanciulla… Affidata alla sua protezione, la signora la spedisce dritta al macello, in braccio ai rapitori. Ma, indirettamente, le prepara l’appuntamento di destino al castello dell’Innominato (il cattivo dei cattivi) ove la ragazza saprà essere il motore di una grandiosa conversione.

Nel pozzo del male trova anche Gertrude la sua luce, è il cardinale Federigo Borromeo che la fa arrestare, processare e condannare. La rinchiude ancora una volta, ma in un luogo dal quale non potrà più evadere, le fa cucire addosso un abito così stretto e pesante, in mura e cemento, che è impossibile sfilarselo. E lei finalmente lo indossa e riesce a portarlo!, allora decide di non ricorrere in appello e di restare dove l’hanno messa. Perché non si ribella più? Questa permanenza, così sente, per una volta non è ingiusta: sa di aver commesso degli errori e ora può pagarli. Attraverso tutte le esperienze di dolore, subito e inflitto, trova quindi il suo modo per risalire la china del disumano.

Dovrà ancora sopportare sofferenze inimmaginabili, anni e anni di solitudine a pane e acqua in una cella di tre metri quadri scarsi e senza mai cambiarsi d’abito. La donna non impazzì ma evidentemente, lì dentro, deve essere morta e rinata; di sicuro per lei sarà poi sorta un’immensa gioia – non paragonabile con alcuna di quelle che avrebbe potuto conoscere in questo mondo, avendo iniziato, in vita, anche a vivere nell’altro. Perché undici anni più tardi il cardinale torna a controllare il punto di cottura della reclusa e se la ritrova “mistica”, è diventata una specie di santa; riconoscendola tale, egli comincerà a scrivere un libro su di lei e sulle sue visioni dei mondi spirituali.

Fu poi graziata Suor Virginia Maria, fu liberata dopo tredici anni di carcere ma continuò la sua esistenza di penitente fino alla fine, per altri trenta (e probabilmente non riprese mai a lavarsi).

 

Post Scriptum: Dal solstizio a San Giovanni

Dorme l’anima della Terra

nell’afa dell’estate:

chiaro si irradia

il riflesso del Sole

nello spazio esterno.

Veglia l’anima della Terra

nel gelo dell’inverno:

splende spiritualmente

il vero Sole

nell’essere profondo.

Il lieto giorno estivo

è sonno per la Terra;

la sacra notte invernale

è per la Terra, giorno.

                                                                                                                                                                                                          (Rudolf Steiner, Parole di verità)

In molte occasioni Rudolf Steiner presentò il momento solstiziale di San Giovanni come un evento di natura misteriosa, che fu assai significativo in un remoto passato e di nuovo, solo in un lontano futuro, si svelerà nelle sue profondità. Tuttavia, anche per l’umanità di oggi sembra sia di importanza del tutto speciale questo tempo dell’anno, in cui avverrebbe una “illuminazione” – pur rimanendo questa ancora inconscia entro gli uomini. Tutto ciò li porta verso l’autunno e la festività di San Michele.

San GiovanniTanto tanto tempo fa, ci racconta Steiner, l’antica saggezza proveniente dai templi dei misteri guidava un’umanità ancora bambina e le insegnava a muovere, in cerchio, ritmiche danze. Accompagnate da canti di incomparabile bellezza ed armonia. Una sola volta ogni anno, qui, sul far dell’estate, veniva offerta al cielo tale poetica invocazione che aveva tutto il carattere raccolto e devoto di una preghiera. La risposta dei mondi spirituali agli uomini di allora era una sorta di illuminazione, come un annunzio che essi potevano ricevere – in tale coscienza sognante –, un solare presagio dell’io che una volta all’anno scendeva su di loro. Proprio come avviene a un fiore di sbocciare, sfiorato dalla luce e dal calore dei raggi solari.

Sognavano l’io. A quei tempi tali uomini primitivi e poetici non potevano ancora attribuirlo a se stessi, ma lo ponevano nel grembo dell’elemento divino spirituale, sapendolo in relazione con tutto il cosmo e con il mondo intero. In particolare essi sentivano di dover accogliere quanto si rivelava loro in piena estate – quando luce e calore piovono copiosi –, essi attendevano con fiducia che si manifestasse ciò che i cieli pretendevano dagli uomini in campo morale: la saggezza spirituale operava, appunto, come una rivelazione e trasmetteva loro impulsi per l’agire. I nembi temporaleschi, i poderosi tuoni e i lampi di agosto erano come un monito all’umanità terrena.

Tuttora, durante l’estate, l’anima e lo spirito della Terra si alzano verso le lontananze cosmiche – come avviene all’uomo quando dorme profondamente – per andare a incontrare gli archetipi, gli ideali, i pensieri degli Esseri spirituali. È come un lunghissimo respiro: al momento del solstizio estivo, diciamo così, la Terra ha esalato tutto il suo fiato, quell’aria che aveva tratto entro di sé prima di Natale. Allora a San Giovanni si attende una nuova inspirazione.

Insieme alla Terra pure noi facciamo questa esperienza, siamo, nel pieno senso della parola, più fuori che dentro: usciamo di casa e ci godiamo la vita all’aria aperta o andiamo in vacanza; ma siamo fuori anche con la coscienza, risulta più difficile concentrarsi, o studiare, e siamo richiamati dal calore a vivere fisicamente la nostra estate. Questa esperienza estiva è anche entrare in una sorta di sonno rispetto all’elemento spirituale. Con l’arrivo dell’autunno ci ritroveremo più inclini all’introspezione, a ritirarci in quell’interiorità che durante la bella stagione abbiamo in qualche modo liberato.

Questa espansione nel cosmo permette alla Terra di incontrare i pensieri divini e per noi – donne e uomini del nostro tempo – luce e calore possono restituire ali al pensiero, affinché non irrigidisca ma possa ritrovare vita e movimento.

Qualcuno avrà provato a leggere e a confrontarsi in qualche modo con la, cosiddetta, Immaginazione cosmica di Giovanni, presente con altre quattro conferenze di Rudolf Steiner nell’O.O. 229. La possibilità di darne un sunto o un commento è del tutto esclusa (non ci resta che leggerla e rileggerla): ci troviamo al cospetto dello svolgimento discorsivo di una bellissima visione spirituale!

Una delle magie delle immagini vere consiste nell’avere un linguaggio universale che si comunica a ogni osservatore e, questo è importante, in ogni particolare è possibile ritrovare il tutto, in ognuno troviamo l’origine, l’evoluzione, la fine e pure il germe del nuovo inizio. Nell’immagine – per semplificare, rappresentiamoci la tela dipinta di un quadro – è come se il tempo divenisse spazio: dobbiamo spostarci con lo sguardo se vogliamo cogliere un qualche nesso tra i vari elementi raffigurati. E capire cosa c’è prima e cosa è dopo. Quando allora Steiner cerca di descrivere questa immagine cosmica è come se la restituisse alla dimensione del tempo. La sua poetica prosa immaginativa in un andamento narrativo, con una determinata successione, ci accenna a quanto potremmo scorgere in uno o in un altro dei cantucci del dipinto.

Osserviamone allora un particolare, uno piccolo.

Ora siamo in estate, no? Qual è il nostro passato? L’uomo durante la primavera si è potuto sentire uno con tutta la natura germogliante: dalla durezza delle radici è salito aprendosi al ritmo delle foglie, poi ancora si è raccolto nei fiori in boccio che finalmente si sono schiusi con i loro colori e profumi. Quando il fiore si espande ancora oltre nel frutto, ricondensandosi poi nel seme, è come se si fosse a un nuovo ciclo di vita: in noi nasce una realtà tutta solare, ma che è il frutto della nostra terra. Questo frutto, in una dolcezza sognante, si offre fiducioso al creato, sciogliendosi per permettere un nuovo inizio.

Estate

Nel momento solare del solstizio estivo possiamo sperimentare in noi stessi le forze dissolventi del dolce frutto e le forze coagulanti del seme, sì, perché Giovanni il Battista (di cui ricorre il dì natale, anticipando di sei mesi quello più famoso di tutti i tempi) – il meglio dell’umanità incarnata prima di Cristo – è colui che deve diminuire perché Lui possa crescere… È un seme, l’uomo, nella sua natura spirituale – quell’io solo sognato, duemila anni fa è entrato nella nostra terra – ed insieme l’uomo è un frutto che gravido si dona perché questo seme possa crescere.

San Giovanni va pei campi

nell’ardor del mezzogiorno,

quiete immensa tutt’intorno,

sopra, il cielo tutto blu …

Il sorriso suo giocondo

benedice la natura

e ogni spiga che matura.

(Lina Schwarz, da “Ancora … e poi basta” ed. Mursia, 1965)

 

Post Scriptum: La Fiaba del serpente verde e della bella Lilia

I colori e la fiaba...

C’era una volta, ma dove? Forse dappertutto. Così secondo Rudolf Steiner iniziano tutte le vere fiabe, che sono universali e senza tempo. Se ancora oggi, che siam grandi, vogliamo leggerne qualcuna o farcela raccontare, si ripeterà la magia! Quale? Ogni fiaba è un regale Essere fatato… e si comunica sapientemente al fanciullino che è eterno in noi, solo che glielo si presenti. La sua sapienza dimora nelle belle immagini variopinte, a tutto tondo e in movimento che ci evoca, manifestando in modo artistico gli arcani evolutivi del cosmo e di noi. Queste fiabe possiamo gustarcele, facendole nostre, ed esse troveranno la via verso le profondità, dove nonsisacome ci saranno di vero e sicuro nutrimento. E potremo scoprire, nel frequentarle, che esse sono la risonanza di quanto ricorre nella nostra interiorità.

L’ultima, attinta all’eccelsa fonte spirituale dalla quale tutte scaturirono, sarebbe stata quello strano fungo buono che è la Fiaba del serpente verde e della bella Lilia, colta (nel suo gran bel secchio!) da Goethe e scritta di getto attorno al millesettecentonovantacinque. E questa opera d’arte …ci parla! Poco conosciuta rispetto alle tante, pure sacrosante e loquaci, raccolte dai Grimm, parla in immagini a ogni essere umano che oggi le porti incontro una disposizione d’animo gioiosa, poetica e spregiudicata: …c’è un serpente in noi che si può nutrire di monete d’oro, divenendo luminoso dentro e fuori? Perché no?, e che belle tonalità di verde assume! Pure i fuochi fatui te li vedi benissimo, mentre ondeggiano e saltellano nella canoa del misterioso barcaiolo, ma meglio che se te li avesse canalizzati Walt Disney!, e in un 3D attivo senza bisogno di tecnologia.

Se può servire come credenziale, Steiner se l’è meditata per trent’anni questa particolarissima Fiaba, tanto che ne sarebbero derivate le idee più importanti, i capisaldi della sua antroposofia. E se vogliamo andare sul tecnico essa sarebbe una specie di Apocalisse di Giovanni del nostro tempo, rappresenta cioè il meraviglioso cammino evolutivo dell’uomo, ovvero le più profonde ed eterne realtà dell’anima, tratteggiate – con precisione scientifica e grandiosa linearità archetipica – nelle figure dei personaggi che partecipano all’impresa e in ciò che avviene loro.

Dunque, c’era una volta un gran fiume. C’è un giovane, nobile, valoroso ma triste, e questi anela disperatamente all’amata Lilia che regna al di là dell’acqua. Tutti quanti i protagonisti lo aiutano a unirsi a lei (la vicenda è pericolosa e complessa), nel farlo scoprono la loro “missione” – individuale e libera, ma che si esercita all’interno di quel dato organismo della storia –, ognuno trova il meglio di sé, lo offre e ne risulta sostanzialmente mutato.

MA tutto avviene grazie all’impulso iniziale del serpente, die Schlange, che in tedesco è femmina ed è una creatura sveglia, curiosa, attiva, appassionata e generosa. Altruisticamente generosa al punto da offrire se stessa in cristico sacrificio, per dare a tutta l’umanità la possibilità di transitare sul fiume dell’anima, coscientemente, verso l’Altra Riva …quindi non solo più ai funamboli dello spirito dei misteri antichi e dei cenobi iniziatici.

Nei tempi nuovi un solido, m a g n i f i c o ponte vivente di smeraldi trasparenti, e una miriade di altre gemme preziose e scintillanti – nati dal corpo del serpente che si è immolato – permette a chiunque lo voglia di raggiungere il regno spirituale. Là il tempio dei misteri, che prima era sperduto negli anfratti sotterranei, è sorto in chiara luce diurna. Fino a oggi sul ponte c’è un gran viavai di viandanti, il tempio è il più frequentato sulla Terra e il giovane sposa la bella Lilia, divenendo lui re e lei regina: vissero tutti felici e contenti …e se non son morti, essi vivono ancora.

Brücke mit Eisbrechern - 1934 (Ponte con rompighiaccio) - Karl Schmidt-Rottluff
Ponte con rompighiaccio (1934) - Karl Schmidt-Rottluff

Post Scriptum: Le altre medicine e l’uomo

a Officinalia 2012, dal banchetto dei libri.

 

Quelle che seguono sono le riflessioni di Federica, che ha partecipato come espositrice per la Edizioni Rudolf Steiner alla Fiera di Belgioioso, a inizio Maggio.

Officinalia 2012 (Belgioioso - PV) - l'ingresso
Officinalia 2012 (Belgioioso - PV) - l'ingresso

 

Al ritorno dalla fiera del naturale si addensano nell’atmosfera degli incensi i ricordi dei volti, delle parole scambiate e dei gesti: tra tutti, uno, l’osannatissimo medico che “cura con l’alimentazione”. Da una medicina alternativa – la si chiami come si vuole, complementare o diversamente medicina – ti aspetteresti che sia… altra, che si apra a qualcosa che non sia la solita molecola o la causalità materiale, ma può darsi che certe cose impieghino più tempo a trasformarsi.

Il luminare si avvicina al banchetto dei libri di Steiner – Voi, che “il pensiero può tutto”, eppure il dottor tal dei tali, che era dei vostri …è morto pure lui. (Medice, cura te ipsum!) E apre la cateratta cattedratica spiegando che, data la malattia e il luogo ove s’è insediata, senz’altro devono essere stati i formaggi che avrà mangiato: sarebbe bastato levarli e ora sarebbe ancora tra noi, che dobbiamo tutti stare qui il più a lungo possibile.

Sì, centovent’anni, diceva qualcuno morto anche lui, embé? Ci sono certe cose che gridano vendetta a Dio, se pronunciate; e non è questione di punti di vista, non si tratta di convincere l’altro o di voler far proseliti, è che sono come errori matematici; quindi è la mia fiumana che ora erompe, ribollendo dentro però, verso il doc defluisce più ordinatamente possibile un ramo laterale, fino a lambirlo – Hai mai pensato che la malattia, anche quando si conclude con la morte fisica, può non essere una disfatta per l’uomo? Che le opportunità che dà, di cambiamento, potremmo non avere arti abbastanza ampi per abbracciarle? Tu hai potuto leggere i libri di medicina scritti dal sant’uomo defunto del quale parli? Se non si fosse ammalato seriamente avrebbe continuato per decenni a curare i suoi amati pazienti, anziché evolvere persino oltre {[(e iniziare a dialogare con la seconda Gerarchia, peresempio…)]}

Più tardi gli restituisco la visita di cortesia, il suo banchetto dove vende granaglie è, guarda un po’, accerchiato da degustazioni di formaggi.

 

Rossella al banchetto dei libri della Edizioni Rudolf Steiner
Rossella al banchetto dei libri della Edizioni Rudolf Steiner

 

Una delle sale di Officinalia 2012...
Una delle sale di Officinalia 2012...