Spunti di riflessione – Prigionieri delle cose

di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

C’è qualcosa di immensamente terapeutico nel fatto di liberarsi della roba vecchia. La ragione è che mentre eliminate le cose inutili a livello esteriore, si verifica un cambiamento corrispondente a livello interiore. Ciò che è fuori di noi è anche dentro di noi e viceversa.

http://cliccandoci.blogspot.it

Liberarsi dalle cose inutili non è un esercizio ascetico di rinuncia, è un atto creativo nei confronti del nostro territorio, della nostra mente e delle nostre relazioni.

dal blog di Lorenzo Manfredini

Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano…Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

Mt. 6,19-21

Qualche tempo fa, chiedendo notizie ad un’amica di certi vecchi contadini  suoi vicini di casa, che qualche volta avevano fornito anche a me delle  uova di giornata, prodotte dalle loro felici galline ruspanti, appresi che stavano attraversando una seria crisi esistenziale. All’origine di quel dramma stava la necessità di lasciar libere alcune stanze della loro grande casa che, una volta ristrutturate, avrebbero accolto un loro nipote che stava per convolare a nozze. Sul momento avevo pensato che la loro ansia nascesse dall’idea di dover affrontare per qualche tempo la presenza in casa dei muratori. Ma ero fuori strada. La loro vera tragedia era di dover sgomberare quei locali dalla montagna di cianfrusaglie che i due nonnetti vi avevano ammassato nel corso degli anni: vecchie sedie traballanti con l’impagliatura sfondata, un lavandino e un bidet sbrecciati e ingialliti dal tempo, scatoloni di vecchie pentole ammaccate, di piatti e bicchieri spaiati. Oggetti ormai inutilizzabili ma lasciati lì ad invecchiare in disordinati accumuli, perché «non si sa mai, potrebbero sempre tornare utili…». Ho poi saputo che dopo estenuanti sforzi di convinzione da parte dei familiari, e altrettanti pianti notturni del nonno e della nonna, lo sgombero dei locali aveva potuto infine aver luogo.

La vicenda di quei contadini m’era parsa inizialmente come emblematica di certe persone anziane che avendo vissuto in tempi  lontani la fame e la miseria, hanno conservato anche nel presente la convinzione che tutto quello di cui si gode oggi  potrebbe non esserci più da un momento all’altro. Da qui un attaccamento morboso alle cose. Avevo anche ipotizzato che il fatto di aggrapparsi a oggetti vetusti del loro passato fosse un modo illusorio di trattenere la vita che inesorabilmente volge al termine. Ma pur confermando la validità di queste ipotesi, in seguito ad approfondimenti che ho fatto sul tema del giusto rapporto tra l’uomo e le cose, mi sono resa conto che i casi di accumulo compulsivo di grandi quantità di oggetti, al di là di ogni ragionevole necessità e al punto di ridurre o azzerare lo spazio vitale in casa e nei posti di lavoro, stanno dilagando in tutti i cosiddetti paesi del benessere e che inoltre persone di tutte le età possono essere coinvolte in questo fenomeno.

La psicologia annovera questo disturbo tra le forme del “disagio mentale”. E in un’era scientifica e supertecnologica come la nostra, non stupirà che queste manie aberranti siano indicate con  due nomi tanto dotti quanto stravaganti: disposofobia o sillogomania che dir si voglia! Comunque, chi ha familiarità con la rete, digitando su un motore di ricerca uno di questi due nomi, avrà modo di verificare l’estensione di questo recente fenomeno, attraverso l’alto numero di siti specialistici che  ne descrivono le caratteristiche suggerendo rimedi e cure per contrastarlo.

Pur essendo del tutto ignorante nel campo di queste allarmanti patologie, il tratto più evidente che da queste  mi pare emergere è il vano e forse inconscio tentativo, da parte di chi ne è afflitto, di colmare con oggetti materiali, le voragini interiori che le nostre società consumistiche, svuotate dei valori dello spirito, hanno contribuito a creare nell’uomo. Infatti la casa, come Jung insegna, è simbolo per eccellenza dell’interiorità umana.

Ma vorrei ora riportare la riflessione sul rapporto che le cosiddette persone normali, tutte quelle cioè che possono dirsi estranee agli eccessi a cui abbiamo appena accennato, intrattengono con le cose. Se da un lato si deve dare per scontato che molti di noi conservino devotamente qualche feticcio del passato – non vorremmo mai disfarci del mazzo di rose secche che lui ci regalò in quella bella occasione, o non butteremmo mai via il primo bigliettino d’amore delle medie e figuriamoci poi il cedolino del primo stipendio o le pagelle della scuola elementare! – dall’altro, è bene chiarirci la  questione delle proporzioni delle nostre “idolatrie” per le cose del tempo che fu.

Da uno a cento, quanto siamo intasati di cose inutili? (per cose “inutili” intendo quelle che non vengono utilizzate da molto tempo). Proviamo a farne una ricognizione, cominciando col verificare quanti indumenti di dieci o quindici chili fa, giacciono stipati in armadi, cassetti, scatoloni, o nei vari sgabuzzini di casa, nella cantina o in soffitta, in attesa del felice giorno di San MAI in cui avremo ritrovato la taglia dei nostri vent’anni!  Passando alle scarpiere, luoghi sacri di culto per molte donne (ma neppure gli uomini sono immuni da queste pratiche devozionali), quante sono le scarpe che indossiamo abitualmente? E tutte le altre, nelle quali abbiamo investito forse cifre da capogiro, che abbiamo messo solo una volta e che mai più indosseremo, a cosa servono all’infuori dei sussulti di  compiaciuta vanità che ci possono provocare?

Sempre aiutandosi col pensiero, qualora non trovassimo il coraggio di perlustrare dal vivo tutti gli angoli della nostra abitazione, ognuno potrà valutare a naso quanti metri cubi di spazio richiedono riviste, vecchi giornali, libri mai letti ma comprati sull’onda di qualche suggestione, incartamenti che non hanno più alcun legame col presente. Poi proviamo a contare le scatoline e scatolette ammucchiate nei cassetti per raccogliere i più svariati… reperti: biglietti della metro di Londra o di New York, quelli d’ingresso al Louvre o al Prado, il vecchio posacenere sottratto al bar dell’albergo durante il viaggio ai castelli della Loira… la bijotteria annerita, con qualche brillantino che non c’è più, ma che con qualche accortezza potrebbe essere ancora utilizzabile… .

Resta infine da inventariare un’altra grande quantità di oggetti che dietro le molteplici spinte emozionali succedutesi nel tempo: viaggi, campagne pubblicitarie in tv, saldi strabilianti, momenti di scontento o di depressione compensati con qualche acquisto tanto carino quanto… inutile, si sono progressivamente ammucchiati ingombrando   i pochi spazi che magari guadagnerebbero a restare liberi…

Se, giunti alla fine di questa ipotetica ispezione della propria casa il quoziente d’ingombro risultasse piuttosto elevato, sarebbe utile prima di tutto  domandarsi che cosa frena dall’eliminare le cose diventate inutili o inservibili. Una prima risposta potrebbe essere la mancanza di capacità decisionale: non si ha la forza di decidere che cosa può essere utile e che cosa può essere eliminato. Ma la risposta più difficile da dare, quella più veritiera, sarebbe probabilmente un’altra: l’eccessivo attaccamento alle cose. Il pensiero di fondo è che, nel momento in cui si getta via quell’oggetto, è come eliminare una parte di sé. Abbiamo bisogno di essere attraverso l’avere. Più ho, più sono. Se non ho, se non tengo, temo di non esistere. Pensiamo di trarre dalle cose un senso di identità e di appartenenza. Eliminando le cose temiamo di perdere il nostro legame di continuità con il passato. Ma questi sono i modelli che la società consumistica dell’avere ci ha inculcato, tentando di spossessarci della nostra vera essenza di uomini pensanti, liberi e creativi il cui valore è del tutto indipendente dalle cose che si possiedono.  Non è neppure vero che sono le cose a mantenere vivi i legami col passato: l’unica traccia del passato è nella nostra memoria. Si possono dimenticare dei dettagli, ma quello che riusciamo a ricordare è ciò che è veramente importante per noi.

Finché si resta avvinghiati alla modalità dell’avere, sono gli oggetti a governarci, a possederci.

Potrebbe essere un ottimo avvio verso la ricerca della modalità dell’essere, la decisione di far piazza pulita di tutte le cose inutili o superflue da cui siamo tuttora circondati, regalando, riciclando. Il Feng Shui, teoria orientale sulla disposizione armonica degli oggetti nell’ambiente, sostiene che gli spazi riflettono il mondo psichico, parlano di noi stessi. Pertanto una casa sgombera e lineare rappresenterebbe chiarezza di pensiero e armonia interiore. Diventa perciò salutare impegnarsi a rimuovere il di più che non serve.

 

Il Perdono

Di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista Avo Torino Informa

 

 

Volete essere felici per un attimo? Vendicatevi. Volete esserlo per sempre? Perdonate.

Henri Lacordaire

 Perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu.

        Sacre scritture

 Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte»? E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette».

Matteo 19, 21-22

 

 

In una pagina autobiografica un noto psicoterapeuta racconta che una sua cara amica aveva l’abitudine di chiedere a chi incontrava: qual è la cosa più importante di tutte? Le risposte erano quasi sempre le stesse: la salute, volersi bene, la sicurezza economica. Venne il giorno in cui quest’amica curiosa pose la stessa domanda a suo padre. La risposta fu immediata, semplice e tranquilla: il perdono. Il valore di quella risposta può essere capito pienamente solo conoscendo la storia di quel padre. Era ebreo e tutta la sua famiglia era stata sterminata nell’Olocausto. Lui, unico scampato, ce l’aveva fatta a ricominciare: sposatosi, era nata lei, quell’amica tanto curiosa.

Tutti abbiamo presenti gli orrori dell’Olocausto e possiamo dunque immaginare lo strazio provato da quel padre: un dolore immane, da impazzire. Eppure lui è stato capace di perdonare come altri del resto l’hanno fatto.

Alcune dirette televisive, nel corso di questi anni, ci hanno rimandato le immagini di mogli, di figli, di padri, privati dei loro cari dalla furia omicida di spietati assassini, nell’atto di  concedere il perdono agli uccisori, davanti alla bara dei propri congiunti. Gesti come questi attutiscono in parte  la fosca impressione che l’umanità stia  sprofondando a poco a poco nella barbarie e ci dimostrano che perdonare non è un’impresa impossibile.

Vogliamo provare a sognare per un momento? Domani, svegliandoci, apprendiamo la notizia che tutti hanno perdonato quello che c’era da perdonare e tutti hanno avuto il coraggio di chiedere scusa per le ingiustizie commesse. Finite le guerre tra popoli, le nazioni in conflitto tra loro hanno riconosciuto le une alle altre il diritto di esistere, senza paura e in libertà, dimenticando torti fatti e ricevuti, che avvelenavano la vita di tutti! Il sogno continua: scopriamo inoltre che anche i singoli individui hanno perdonato gli uni agli altri ogni ingiustizia, smettendola di rimuginare sul passato e creando un presente di più armoniosa convivenza. Non sarebbe meraviglioso? Tireremmo tutti un gran sospiro di sollievo. Chissà quanti scoprirebbero per la prima volta la meraviglia di non dover rivivere di continuo eventi morti e sepolti da un pezzo. Quanti malanni in meno! Meno ulcere gastriche, meno tumori, meno depressioni. E che risparmio di energie! Quanto veniva investito in odi, recriminazioni, vendette, pregiudizi, tornerebbe in circolazione e sarebbe impiegato in mille progetti creativi, pieni di fantasia.

Tutto questo però accade di rado. C’è molta riluttanza a perdonare. Si pensa che il perdono sia un segno di debolezza; sembra di avallare un’ingiustizia e di perdere una partita. È ancora ben viva in molti la legge degli antichi che recitava: occhio per occhio, dente per dente. Persino Freud, il padre della psicanalisi, si era mostrato contrario al perdono. Lo riteneva una pretesa assurda e incomprensibile, dannosa per la salute psichica dell’individuo in quanto l’Io di ogni persona scontrandosi con pulsioni interne troppo forti, avrebbe provocato o una rivolta o la nevrosi. Del resto, come si fa a perdonare un sopruso che è andato avanti per anni, una calunnia che ci ha rovinato la vita, un tradimento che ha disintegrato una famiglia? Quale parola, quale somma di denaro possono ripagare la morte di un bambino investito da un guidatore ubriaco? Il risentimento, la rabbia, il desiderio di vendetta o di punizione della persona che ha perpetrato l’offesa, sono reazioni istintive del tutto inevitabili.

Eppure, per quanto sorprendente  possa sembrare, la moderna psicologia si interessa sempre di più al perdono,  avendo constatato che il successo di una terapia è spesso favorito dalla capacità di perdonare di un paziente.   Il perdono infatti implica la liberazione da un nemico interno, costituito dall’odio. L’odio, come l’amore, è un sentimento molto forte, che può legare indissolubilmente ad una persona e che dunque fa sì che l’offensore sia sempre nei pensieri dell’offeso, nei suoi ricordi, nei suoi progetti. L’odio imprigiona, crea dipendenza e ossessione. Per questo, dal punto di vista psicologico, il perdono viene considerato un valido strumento terapeutico: lenisce la sofferenza, permette di riguadagnare fiducia in se stessi e talvolta ricostruisce su basi nuove relazioni spezzate.

Ma  va chiarito che perdono non significa condono. Perdonare significa solo non voler continuare a nutrire rabbia o odio per il torto subìto molto tempo fa e smettere di rovinarsi la vita. Perdonare sì, ma avendo ben chiaro il danno che ci è stato fatto e premunendoci affinché non si ripeta.

Dal punto di vista razionale ed emotivo il perdono richiede tempo: può avvenire solo dopo l’intervento di un processo mentale capace di far tacere il risentimento, la rabbia, il desiderio di vendetta o di punizione della persona che ha inflitto l’offesa. Ecco perché molte persone hanno difficoltà a perdonare. Il gesto del perdono è solo l’ultimo atto di un lungo processo.  Il perdono non comporta neppure l’obbligo della riconciliazione: se ci sarà, tanto meglio, ma vi possono essere valide ragioni per scegliere di non vedere più il proprio offensore (che, tra l’altro, potrebbe anche non essere più in vita).

Ma allora, il perdono in cosa consiste? Il perdono è l’atto interiore di fare la pace con il passato e di chiudere finalmente i conti. Dal punto di vista etimologico, “perdonare” significa concedere un dono: è così in tutte le lingue europee, dall’inglese forgive al francese pardonner al tedesco vergeben. Certo, il processo del perdono richiede meno sforzi affettivi e di pensiero se l’offesa non è grave, se non è intenzionale, se l’offensore mostra rammarico e chiede scusa. Comunque, in ogni caso,  entrare nella logica del perdono vuol dire immergersi nella sfera della pura gratuità , del puro amore. Per poterci arrivare, due sono le tappe fondamentali da percorrere. In primo luogo si tratta di vincere i propri  istinti reattivi di natura e sappiamo bene quanto sia difficile far sbollire la rabbia se abbiamo subìto un’ingiustizia, se qualcuno ha parlato male di noi, o ci ha truffati, o non ha mantenuto una promessa, o ci ha fatto una prepotenza.

L’altro fattore che aiuta a perdonare è lo sforzo di prendere in conto la logica di chi ha perpetrato l’offesa. Riuscire a mettersi nei suoi panni, cercare di capire le sue traversie evolutive, comprendere la sua sofferenza – non solo la nostra – è l’unico mezzo per poter intendere perché l’offensore ha fatto ciò che ha fatto.

Il gesto del perdono diventerebbe più facile se anziché restare ancorati alla logica di un mondo diviso in due: giudici da una parte e condannati dall’altra, ci considerassimo tutti persone che  fanno errori a volte tremendi – perché l’errore è tipico dell’essere uomini –  e se avessimo l’umiltà di non ritenerci i detentori della giustizia.

Un’ultima considerazione: sarebbe un pensiero scorretto credere che il perdono si riduca all’assenza di rancore; una specie di vuoto, di cancellazione dei sentimenti, oppure che sia il semplice sollievo per la fine di una tensione come avviene per un muscolo che si rilassa dopo un enorme sforzo. Il perdono, per chi riesce ad entrare nella sua logica paradossale, è una qualità positiva. È uno stato sublime di gioia, di fiducia negli altri, di generosità traboccante (anche in mezzo alla sofferenza più grande!), che libera da una catena di orrori. Chi non riesce a perdonare, chi trascina la propria vita in uno stato permanente di rabbia e di rancore, resta prigioniero degli istinti di natura di cui abbiamo ampiamente parlato. La capacità di perdono invece, con la pienezza della gioia che ne consegue, non ci è data dalla natura ma è una faticosa conquista della libertà dell’uomo purché egli lo voglia.

 

Avere o Essere?

Di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista AVO Torino informa

 

L’atteggiamento dell’avere è caratteristico della società industriale occidentale, in cui la sete di denaro, fama e potere è divenuta la tematica dominante della vita. […] Accade che l’uomo moderno non riesca ad afferrare lo spirito di una società che non si accentri sulla proprietà e la brama di possesso.

(Eric Fromm, Avere o essere? Oscar Mondadori,  pp. 45 – 46)

Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano, perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.

(Mt 6,  19- 21)

L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali.

(1 Tim 6, 10)

 

La smania di possedere dilaga in grandissima parte della nostra società. La nostra stessa cultura si fonda sulla competizione per accumulare. Non servono grandi sforzi per osservare che la storia del mondo occidentale – al quale noi apparteniamo – è solcata da immani violenze, da guerre e sopraffazioni che si sono succedute nel tempo per depredare altri popoli, altri paesi.

Basta dare uno sguardo all’assetto del mondo attuale e al gigantesco divario esistente tra paesi del Nord – cioè la parte in cui si concentra la fascia sociale più ricca del pianeta, che diventa sempre più ricca – e paesi del Sud, sempre più oppressi, sempre più poveri.

Ma, per restare nella cultura di casa nostra, la smania di possedere è un tema molto ben sviluppato, di cui anche la letteratura si è ampiamente occupata: pensiamo ad esempio all’ossessione per la roba, per la proprietà, nei romanzi di Giovanni Verga.

Da sempre l’avarizia è considerata un male assoluto dalla struttura camaleontica che indossa di volta in volta i panni dell’avidità, della cupidigia, dell’usura, della concupiscenza, della grettezza e che inoltre si porta dietro un enorme codazzo di mali: la menzogna, il furto, il gioco d’azzardo, l’usura, l’inganno, la frode, la violenza, il tradimento, il sospetto, il giudizio temerario, la rapina.

L’avarizia, che consiste nell’accumulare beni per conservarli senza servirsene, è una grave malattia dello spirito e un’incapacità di ampio respiro da parte dell’anima.

Per trovare l’avarizia non c’è bisogno di guardare lontano e, magari, ironizzando, di riandare con la memoria a personaggi emblematici come Paperon de Paperoni, immortalato dai fumetti: basta osservare dentro di noi quei pensieri in cui associamo felicità e benessere materiale. L’illusione del denaro è quella che esso possa fornire o acquistare ciò di cui profondamente abbiamo bisogno: pur essendo convinti della falsità dell’equazione denaro = felicità, sono pochi in definitiva, quelli che sfuggono dal metterla in pratica.

La ragione di questa forma mentale va cercata nel materialismo sempre più esasperato in cui siamo immersi, che ci nasconde e ci fa dimenticare la dimensione dello spirito. Molti sono convinti che l’assioma su cui poggia l’esistenza sia: «Io sono ciò che posseggo».  È così che l’avarizia diventa il presupposto della potenza assoluta, della supremazia della materia sullo spirito, in quanto il denaro viene “divinizzato” e dunque adorato. Su di esso si trasferisce il culto che un tempo si attribuiva alla divinità. Perciò il possesso del denaro diventa espressione di potere e per questo va accuratamente protetto, non sprecato e amministrato con la massima cura. Così, da mezzo per vivere, o per realizzare progetti, per esplicare la creatività, la fantasia, a tutto vantaggio di sé e degli altri, il denaro diventa un valore in se stesso, il fine essenziale della vita.

In definitiva è la paura a suggerire di non spendere il denaro perché il suo potere risiede nella sua potenzialità inespressa, in ciò che potrebbe permettere di realizzare, ma che invece non va realizzato perché in questo caso il suo potere svanirebbe: il denaro speso perde infatti il suo potere d’acquisto.

Questa paura viscerale che si espande in mille direzioni – paura dei ladri, dei mutamenti economici, delle rivoluzioni, delle malattie – genera più spesso di quanto si possa immaginare assurdi conflitti persino in famiglia, tra genitori e figli ad esempio, per il fatto che il congelamento dei beni, finché morte non sopraggiunga, non consente nemmeno ai discendenti in serie difficoltà nella vita, di accedere alle sostanze di famiglia per spiccare il loro volo.

È come se il bisogno di accumulare denaro fosse una preziosa carta da giocare che però non va mai giocata: immobilizza il gioco tenendo in sospeso una promessa di vittoria che tuttavia non va raggiunta.

In realtà l’avarizia e tutto il sistema di pensiero materialista che ne è alla base, vorrebbe difenderci da un’altra paura ancora più grande: quella della morte. Ma paradossalmente – e qui sta l’infantilismo della mentalità dell’avaro – l’accumulo e l’immobilizzazione delle potenzialità inespresse, conducono a una morte-in-vita. Come altro dovremmo chiamare l’isolamento affettivo, il senso di vuoto che la cassaforte più stracolma non riesce a riempire, l’inaridimento del cuore e dei più elementari sentimenti altruistici di fratellanza e di condivisione a cui l’avaro si condanna da solo?

La cosa su cui c’è da riflettere è che tutti, chi più chi meno, ricchi o meno ricchi, fino ai più poveri, fino ai volontari che volgendosi al mondo dei bisogni altrui hanno fatto una scelta di gratuità, rischiamo di restare contagiati dalla mentalità dell’avarizia. Oppure, contagiati sul versante opposto della prodigalità, che è la tendenza allo scialacquo di cui, fin qui, non avevamo ancora fatto parola.

Cos’hanno da spartire l’avarizia e lo scialacquo o spreco che dir si voglia? L’avaro e lo scialacquatore hanno in comune l’uso scorretto dei beni materiali, l’uno perché li accumula senza servirsene, l’altro perché, invece di metterli al servizio degli altri, li sperpera nel superfluo e nel futile per proprio egoistico godimento. Anche in questo settore è inutile puntare il dito sui grandi scialacquatori del jet set internazionale, su nababbi, su malavitosi di ogni specie che se la godono alla grande a spese di tutti i poveracci di questo pianeta, perché, fatte le debite proporzioni, nella cultura dello sperpero siamo immersi un po’ tutti. Basta pensare a tutte le cose di cui ci circondiamo senza averne realmente bisogno, perché indotti dalla pubblicità e dallo sfrenato consumismo della nostra epoca, o spinti dalla bulimia per cibi, oggetti, indumenti, che intasano armadi o apparati digerenti senza peraltro riuscire a saziare la nostra grande fame di altro.

La fame di “altro” è la fame di un’altra modalità di vita, ancora latente nel subconscio di molti ma che, con la liberazione del proprio spirito dalle panie del materialismo, potrebbe essere riportata a coscienza e che si definisce come modalità  dell’ESSERE.

Il passaggio dalla modalità dell’avere alla modalità dell’essere, il solo che permetta il superamento dell’arci-egoismo di cui sono impregnate sia l’avarizia  che lo sperpero, è sempre possibile ma non facile, soprattutto in un’epoca di grandi sollecitazioni all’individualismo più grossolano come la nostra. Finché si resta ancorati all’idea che l’unica realtà sia la materia e che anche l’uomo, come essere puramente biologico e transeunte, sparisca con la propria morte, non ci sono grandi possibilità di spostamento da una dimensione all’altra. Anzi, la guerra di tutti contro tutti fomentata dall’egoismo, dall’avidità e dall’avarizia, si inasprirà ulteriormente.

Solo la libera conquista della certezza che l’uomo è innanzi tutto un essere spirituale e perciò  eterno, è il presupposto per compiere questo importantissimo balzo evolutivo dalla dimensione del possedere alla dimensione dell’essere. Dato che la premessa dell’essere è per l’appunto il non avere, in questa dimensione di pienezza l’avidità, l’attaccamento al denaro e alle cose non hanno più ragione di esistere. Molti maestri dell’umanità hanno già spiegato molto bene tutto questo. Nel merito si è anche espresso colui che incarna la pienezza dell’essere, dell’umano e che nella nostra cultura chiamiamo il Cristo:

«Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito».

(Lc 12, 22-23)

Spunti di riflessione: Libertà. Essere signori di se stessi

Di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista AVO Torino informa

 

Nessuna libertà esiste quando non esiste una libertà interiore dell’individuo.

Corrado Alvaro

Per volere la libertà interiore, volerla per sé come un beneficio grande, volerla con i suoi rischi, le sue solitudini, le sue pretese, bisogna esserne affascinati, esserne innamorati, aver perso la testa per lei. Ma perché questo avvenga la si deve intravedere nella sua bellezza concreta. Bisogna che qualcuno, lasciando trapelare la propria libertà interiore, offra all’altro il dono di intravederla. Quando c’è, la libertà interiore trapela da tutto l’essere: dal modo di parlare, di agire, di scegliere, di desiderare, di comportarsi con chi sta in alto e con chi sta in basso. La totalità dell’essere e dell’agire rivela la presenza della libertà interiore.

Edda Ducci, L’uomo umano

 

Siamo liberi? La libertà esiste? Dipende… Dipende da che cosa? Dipende fondamentalmente dall’idea che ognuno ha della libertà. Molti concordano nel ritenere che uno sia libero quando può agire senza costrizioni, lavorare a ciò che ha sempre desiderato fare, indirizzare la propria vita come gli pare e piace. In breve, la libertà è vista dai più come emancipazione da limiti, da costrizioni esterne. Certo la libertà esteriore è preziosa: si pensi alle differenti condizioni di esistenza di un detenuto e di un libero cittadino  o ancora  agli agi esistenziali di chi è ricco rispetto alle privazioni enormi di chi ricco non è. Non c’è bisogno di un disegno per rendersi conto di quanto vasta sia la gamma di libertà esteriori di cui uno può godere oppure essere privo. Eppure, anche chi può fare tutto ciò che vuole è ancora molto lontano dall’essere libero. Intanto, anche per godere di questa libertà, bisogna rendersi indipendenti da uomini e cose. Chi di noi lo è?  Nella nostra società si esibisce molta indipendenza, ma in realtà siamo tutti vittime di adescamenti e seduzioni e finiamo per fare inesorabilmente quello che fanno tutti.  Se non lo si fa ci si sente a disagio e fuori ruolo. Basta pensare alla tirannia delle mode. Vacanze ad ogni costo, telefonini ad ogni costo, labbra e seni muliebri turgidi fino a settant’anni a ogni costo.  Prendiamo ancora un esempio emblematico di quanto le mode ci tiranneggiano: la minigonna, o i pantaloni a vita bassa che lasciano l’ombelico e i fianchi scoperti. Se una donna vuole essere “in” li deve portare.   Che diamine! le donne di oggi mica sono suore! Seduttive devono essere! Ed è così che, chissenefrega del buon gusto, o del rispetto per il proprio corpo, le strade cittadine pullulano di corpi di donne raramente in linea, spesso devastati da straripanti strati lardacei che deambulano nelle loro pochissimo seducenti nudità. Non si è libere? E che dire degli enormi pancioni per incipienti maternità esibiti nudi con disinvolta fierezza? Non sono il segno di una duramente conquistata emancipazione femminile?  E avanti di questo passo, potremmo fare una lista interminabile di tutte le forme di dipendenza e di schiavitù che prendono origine da tanti presunti atti della nostra “libertà”. Non si è liberi se si indossa una maschera per compiacere a chi ci sta intorno. Non si è liberi quando ci si comporta come fanno tutti, mandando all’ammasso il nostro cervello. Non si è liberi quando dipendiamo dal giudizio degli altri, quando ci adattiamo alle circostanze, quando si diventa vittime di abitudini nefaste: alcol, droga, gioco, sesso, manie compulsive di ogni genere. Non si è liberi quando, obbedendo all’iperconsumismo della nostra epoca, ci circondiamo di cose che non rispondono ai nostri reali bisogni. Non si è liberi quando ci facciamo dominare dalle nostre paure, quando non si ha il coraggio di osare, quando non sappiamo dire Sì quando è Sì e No quando è No.

E allora concluderemo che la  libertà è morta? Sbagliato in pieno. La libertà è sempre lì ad attendere ognuno di noi purché noi lo vogliamo. Purtroppo, nella nostra epoca intrisa di materialismo, l’uomo dà un enorme peso a ciò che si verifica nel mondo delle apparenze visibili e tende invece ad ignorare o a trascurare ciò che avviene – o che spesso non avviene – al livello interiore della sua anima. Fin dalla nostra primissima infanzia gli adulti che abbiamo intorno ci portano a pensare che il senso della vita dell’uomo stia nel vivere un’esistenza felice: se la vita non è un piacere, che vita è? Da qui a ritenere che la soddisfazione di ogni nostro desiderio, di tutte le nostre pulsioni, sia la chiave della felicità, il passo è breve. Quanti invece ci dicono che  per l’uomo non c’è cosa migliore al mondo che diventare sempre più umano, vivendo sempre più nella pienezza della sua ricchissima natura? Che cosa contraddistingue l’uomo dagli animali, dalle piante e dai minerali? In questi ultimi secoli, in base alla teoria dell’evoluzione di Darwin,  l’uomo è stato paragonato sempre più all’animale. È evidente che uomo e animale hanno molto in comune perché  tutto ciò che troviamo nell’animale lo ritroviamo anche nell’uomo. Ma se ci fermiamo lì non riusciamo più a conoscere ciò che è specifico dell’uomo. Specificamente umano è tutto ciò che l’uomo non ha in comune con l’animale!

Ciò che è solo l’uomo ad avere, è il libero arbitrio, la capacità di libera scelta, che presuppone la capacità di giudizio. Ma questa libertà, al contrario di tutte le leggi di natura (cibarsi, dormire per sopravvivere, accoppiarsi per generare, ecc.), è data all’uomo come disposizione, come una facoltà che tocca a lui coltivare ogni giorno. Essere uomini vuol dire allora poter diventare sempre più liberi, non essere liberi già in partenza. La libertà diventa allora l’essenza della moralità, del massimo bene per l’uomo. Quando l’uomo rinuncia a vivere da libero, egli ricade o resta fermo al livello dei regni di natura e perde la sua umanità. Sarà mosso dall’istinto in modo simile all’animale, potrà vegetare come una pianta o funzionare meccanicamente come una macchina, ma non vivrà ciò che è proprio dell’uomo. A questo punto molti obietteranno: ma questo criterio è difficile! Bisogna ammetterlo: questo criterio fa appello al pensiero e alla volontà di ognuno. Nella struttura interiore del nostro essere, troviamo inizialmente la pura facoltà della libertà, cioè la capacità di prendere in mano in modo sempre più attivo e creativo il nostro cammino interiore e la nostra vita. La libertà è allora una facoltà in divenire, che va continuamente esercitata. Come la si esercita? La si esercita con grande fatica, a volte con lacrime e sangue perché la libertà interiore richiede di andare contro corrente: opporsi alle mode, rimuovere le proprie schiavitù interiori…, stare in piedi sulle proprie gambe senza dipendere dagli altri… Avete letto la seconda citazione che riporto nel riquadro? Edda Ducci ci dice in modo magistrale quali sono i costi della libertà interiore, ma ci prospetta anche quali ne sono gli effetti. Essere liberi significa appartenere a se stessi, essere signori di se stessi. Certo, in questo senso, quanti possono considerarsi uomini compiuti? Forse nessuno. Ma tutti lo possiamo diventare, a poco a poco, giorno per giorno.

 L’essere umano è libero nella misura in cui partecipa, mediante l’esercizio intuitivo del pensare, al mondo dello spirito.

Pietro Archiati, Libertà senza frontiere

 

 

Spunti di riflessione: il coraggio è vivere senza tirarsi indietro

Di Elena Ferrario, per gentile concessione della rivista AVO Torino informa

 Il coraggio è la prima delle qualità umane, perché è quella che garantisce tutte le altre.

Winston Churchill

In verità, nulla avrà valore se ci manca il coraggio.

Rudolf Steiner

Tempi durissimi quelli che stiamo attraversando. Soprattutto per quanti, come il celebre don Abbondio dei Promessi Sposi, emblema dell’uomo pauroso,  non sono nati con “un cuor di leone”. Perché la paura, emozione antica con cui l’uomo deve confrontarsi da sempre, e cioè da quando è apparso sulla terra, oggi si è ingigantita a tal punto da diventare per molti un orribile carceriere. Come già ho brevemente accennato nel primo numero dell’ annata, questa elefantiasi della paura è in massima parte alimentata  ad arte  dai moderni sistemi d’informazione – in particolare  da giornali e TV  che – dovrebbe essere noto a tutti, ma  tanti purtroppo non ne sono pienamente consapevoli – obbediscono a regole dettate da oscuri centri di potere, economici, politici, militari. Queste potenze sanno molto bene che per assicurarsi il controllo dell’umanità intera l’arma più potente e infallibile è la paura. La paura paralizza, rende le masse inerti e passive permettendo a chi tiene le redini del comando di gestire il loro destino. Chi è un po’ informato sull’uso perverso  che il potere organizzato fa dei mezzi di comunicazione per manipolare le masse, sa bene che la fabbrica della paura non chiuderà mai i battenti per qualche crisi. Prima di parlare del coraggio mi pare allora necessario verificare assieme ai lettori quanto siano deleterie queste strategie terroristiche, alla luce di alcuni dati.

l idea di paura

Un primo fronte da cui parte l’attacco per la diffusione della paura è quello della salute. Ricordate il panico mondiale seminato nel 2005 dall’incubo dell’influenza aviaria? Giornali e TV parlarono del  rischio “pandemia”, di “peste del ventunesimo secolo”, di un incalcolabile numero di morti possibili sul pianeta. In realtà le morti furono poche, persino in Asia, culla del famigerato morbo. Ma l’allarme creato spinse milioni di gente nel mondo a fare la fila per essere vaccinati. In concomitanza di ciò vi fu anche il crollo totale delle vendite di carni di pollo, che sparirono per vari mesi dalle tavole di molti consumatori. Poi, di colpo, il gigantesco pallone dell’aviaria si sgonfiò. Come mai?  Per esaurimento della sua funzione: quella di garantire affari colossali alle multinazionali farmaceutiche produttrici dei vaccini .

Ora, in questo 2009, ci risiamo. Finito l’incubo del morbo del ruspante, le multinazionali, grazie alla collaborazione mediatica, ne hanno orchestrato uno nuovo: quello dell’influenza “porcina” che, seppure meno aggressivo di una comune influenza, viene presentato come una minaccia a livello planetario  a causa delle possibili complicanze in agguato. E così, è notizia confermata, una buona metà della popolazione mondiale, sballottata e confusa dall’altalena di notizie, verrà nuovamente sottoposta a vaccinazione, che, come tutti dovrebbero sapere, non è affatto esente da rischi e complicazioni per l’uomo. Nel frattempo però le multinazionali farmaceutiche ricaveranno da questo nuovo intervento sanitario altri incassi plurimiliardari.

Aspettiamoci  tra due o tre anni lo scoppio di un’altra pandemia. Quale  ne sarà l’animale responsabile di turno: la farfalla, lo struzzo, l’aringa? Le scommesse sono aperte.

Un altro fronte della strategia mediatica della paura è quello che induce a vedere ovunque minacce  per l’incolumità della persona. A tale scopo sulla prima pagina dei quotidiani o in apertura dei telegiornali non si fa mancare quasi mai una notizia massimamente ansiogena; ed è così che i più turpi episodi di violenze, di terrorismo, nostrani o stranieri, pescati magari in nazioni molto lontane da noi, ogni volta che nel nostro paese le notizie terrificanti scarseggiano, vengono urlati e presentati   ossessivamente per mantenere alto nell’audience l’indice di insicurezza. “Evidenziare le minacce all’incolumità personale è diventato uno dei principali, forse il principale punto di forza nelle battaglie per gli indici di ascolto da parte dei mass media”. È quanto conferma un eminente sociologo di fama mondiale, Zigmunt Bauman nella sua lucida analisi della società contemporanea, (Vita liquida, Laterza 2006, p.71,) la cui lettura, un po’ impegnativa ma molto illuminante, raccomando ai lettori più curiosi .

Gesù disse.” Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, per che cosa mangerete o berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?… E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita?…. Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.

Matteo 6, 25 – 33

La riprova  che i media scelgono di proposito di privilegiare le strategie allarmistiche, sta nel fatto che esiste invece una “congiura del silenzio” attorno all’enorme quantità di bene che schiere di coraggiosi compiono quotidianamente nel mondo intero. Chiunque può rendersi conto che per tutti i gesti di abnegazione, di generosità, altruismo, per l’immenso numero di iniziative in favore dell’uomo esiste una strategia del silenzio mediatico. Qualche sporadico atto eroico viene a galla col contagocce. Di qualche iniziativa benefica si parla canonicamente il giorno di Natale oppure se ne dà notizia nelle ore di minimo ascolto : così la deduzione più ovvia sarà che il male che ci attanaglia in ogni parte del pianeta è di gran lunga prevalente sul bene esistente.

Il risultato di tutto ciò? Lo conosciamo bene tutti quanti. Si vive ormai barricati in case bunker evitando il contatto con i propri vicini, ci  si guarda con sospetto l’un l’altro, per strada e perfino in chiesa; si diffida di tutti perché il tale potrebbe essere un terrorista, il tal altro un ladro o un assassino. Mostrarsi gentili con i bambini che si incontrano può essere pericoloso perché si rischia di essere presi per dei pedofili. Si è testimoni di un’aggressione, di un incidente per strada, di un furto di portafogli sull’autobus? Meglio fingere di non vedere per non rischiare di essere coinvolti, per non rischiare la pelle.

Al giorno d’oggi la ricerca di sicurezza è spasmodica e proporzionale al grado di paura che le persone si portano dentro. E la paura nasce dal fatto che in questa nostra epoca il materialismo dilagante alimenta nell’uomo la convinzione ad interpretarsi come un essere essenzialmente corporeo che consiste in definitiva in ciò che ha. Ma identificarsi nei propri possessi significa dipendere da essi, dipendere da ciò che è esterno all’uomo. E poiché niente di tutto ciò che si possiede è al sicuro, a cominciare dalla salute, si diventa preda della paura di perdere i propri possessi: paura di non piacere, paura di invecchiare, paura dei ladri, dei mutamenti economici, degli stranieri, paura del terrorismo, delle malattie, paura della morte. L’ansia di sicurezza porta l’uomo schiavo delle sue paure a sperimentare uno sfrenato ed esaltato interessamento verso se stesso, verso l’autoconservazione, soffocando i più elementari principi di solidarietà, ignorando i destini della terra e degli altri uomini.

Si può vincere la paura? Certamente è possibile, ma ad una condizione fondamentale: che l’uomo sopraffatto dal materialismo  ritrovi se stesso, scopra che il suo centro è dentro di sé e non all’esterno, nelle cose che ha. Se sono ciò che sono e non ciò che ho, nessuno può privarmi né della mia sicurezza né del mio senso di identità e neppure minacciare di farlo. La mia capacità di essere e di esprimere i miei poteri essenziali è parte integrante della mia personalità e da me dipende. È lì che si radica il coraggio: nella struttura della persona.

La parola coraggio viene dal latino  cor-cordis, che significa cuore. La via del cuore è la via del coraggio: essa significa accettare di vivere nell’insicurezza, nell’amore, nella speranza e porta sempre a dirigersi verso l’ignoto. Avere coraggio non significa affatto non avere paura. Significa semplicemente sfidarla e non permetterle di dirigere la nostra vita, di paralizzare la nostra inventiva, di bloccare i nostri slanci d’amore. La via del coraggio porta ad incamminarsi su percorsi pericolosi, perché la vita è sempre stata e sarà sempre pericolosa. Accogliere tutto ciò che la vita ci porta incontro, nei rischi, nelle difficoltà, nel dolore, senza tirarsi indietro, questo è coraggio.

l uomo e il coraggio

Una sera, in uno dei miei vagabondaggi da “internauta”, ebbi la fortuna di imbattermi in questo discorso di John Fitzgerald Kennedy (il presidente degli Stati Uniti morto assassinato) sul coraggio. Esprime così intensamente quello che io non saprei dire con altrettanta efficacia, che ve lo propongo tale e quale a conclusione di questa riflessione:

“Senza voler togliere nulla a quel genere di coraggio che porta alcuni uomini a morire, non dobbiamo dimenticare quegli atti di coraggio grazie ai quali gli uomini vivono.

Il coraggio della vita quotidiana è spesso uno spettacolo meno grandioso del coraggio di un atto definitivo, ma resta pur sempre una miscela magnifica di trionfo e di tragedia.

Un uomo fa il suo dovere, a dispetto delle conseguenze personali, nonostante gli ostacoli, i pericoli e le pressioni.

E questo è il fondamento della moralità umana.

In qualsiasi sfera dell’esistenza un uomo può essere costretto al coraggio, quali che siano i sacrifici che affronta, seguendo la propria coscienza: la perdita dei suoi amici, della sua posizione, delle sue fortune e, persino, la perdita della stima delle persone che gli sono care.

Ogni uomo deve decidere da se stesso qual è la via giusta da seguire.

Le storie che si raccontano sul coraggio degli altri ci insegnano molte cose.

Possono offrirci una speranza.

Possono farci da modello.

Ma non possono sostituire il nostro coraggio.

Per quello, ogni uomo deve guardare nella propria anima.”