Vuoi tu diventare sano? Il risvegliarsi delle forze di volontà

Dal secondo seminario del ciclo sul Vangelo di Giovanni, tenuto da Pietro Archiati a Rimini (RN) dal 26 al 30 Dicembre 2001

Gustav Dorè - “La Samaritana e Gesù”

Man mano che colui che gli Ebrei chiamavano il Messia, l’Unto del Padre, parla con la samaritana, si ha la possibilità di verificare se è vero che lo spirito umano di fronte a tutte le sue manifestazioni può dire: qui ravvedo lo squadernarsi di momenti fondamentali e sempre essenziali (nel vangelo di Giovanni non c’è mai nulla di accidentale) della mia stessa fenomenologia – naturalmente quest’ipotesi io la faccio a ragion veduta: sta a voi verificare. Se così fosse, significherebbe che l’incontro tra la samaritana e il Cristo è l’esperienza eterna, che dura sempre, del modo in cui l’anima umana viene confrontata con la totalità delle sue potenzialità evolutive. Lo spirito di ognuno di noi è la totalità di ciò che la sua anima può divenire, mentre l’anima è ciò che ognuno è, ma proprio concretamente. Ognuno deve avere il coraggio non solo di essere sincero con se stesso, di conoscersi oggettivamente, ma anche di gioire di ciò che è: chi non è capace di gioire del proprio punto di partenza, se ne mette in testa un altro che non è il suo, che non gli appartiene, e non riesce a camminare. Il presupposto dell’anima è il godimento, la gratitudine e la gioia di trovarsi dove si trova, di essere così com’è. Godere di sé. Non è un autocompiacimento: è l’essere grati per tutto ciò che ognuno ha compiuto – e ognuno di noi ha alle spalle parecchi millenni di evoluzione: non è una cosa da poco essere un’anima umana. È la gioia di vedere che c’è in me, proprio così come sono, una potenzialità, una chiamata, una provocazione infinita a conquiste che l’evoluzione mi darà la possibilità di raggiungere; però queste conquiste vengono rese possibili dal fatto che io accetto, con sincerità, onestà e anche gratitudine, di partire da là dove sono.

Sta a ciascuno di noi vedere nella fenomenologia della samaritana la sua propria anima, riconoscersi in lei e personalizzare così questa figura del vangelo: in lei si mostrano le manifestazioni archetipiche dell’umano, quelle che valgono per tutti, pur se in mille variazioni. Quindi un’altra dimensione del vangelo di Giovanni è l’universalità: parla solo di cose valide per ogni uomo e perciò fin dall’inizio insiste sul Logos, che è il senso e il destino onnicomprensivo del cammino umano. Il Logos, il Cristo, è la totalità dei pensieri divini come conquista evolutiva dell’uomo. Il Logos non si limita al popolo ebraico: già il primo segno, quello delle nozze di Cana, si svolge in Galilea che etimologicamente significa: mistura di sangue. La Galilea era una regione dove le forze ataviche, quelle che venivano mantenute intatte celebrando matrimoni esclusivamente dentro la stessa genìa, erano state disperse perché da tempo le unioni non erano più tra consanguinei. Il rompersi di questa magia del sangue è l’apertura dello spirito umano a ciò che è universale. E la samaritana è una straniera, una specie di moderna extracomunitaria per i giudei di allora: e questo è importantissimo nel vangelo di Giovanni, perché sottolinea l’universalità dello spirito umano che va oltre il popolo, la lingua, la razza, la religione.

Riassumo adesso per sommi capi i capitoli che precedono l’incontro con la samaritana, e che hanno costituito l’oggetto del nostro precedente lavoro.

Le due affermazioni di apertura erano: operante dentro la realtà primordiale dell’evoluzione c’era il Logos, il Verbo, la Parola creante, il pensiero creante; la direzione del Logos, prima volto verso la Divinità, è di farsi carne, di entrare nel mondo umano per dare la possibilità a ogni uomo di evolversi sempre di più verso la dimensione del divino. La differenza tra l’umano e il divino non è una differenza di principio, ma evolutiva. Tutte le Gerarchie angeliche sono esseri divini e vengono chiamati θεοι (theòi), in greco, anche nel Nuovo Testamento. Il problema nostro è l’aver abolito il plurale mantenendo solo il singolare: Dio. E di Dio, diciamo noi, ce n’è uno solo. La corrente giudaico.cristiana del monoteismo ha ostracizzato la corrente politeistica dei greci; ma se poniamo la domanda: di esseri divini ce n’è uno solo o sono tanti? possiamo rispondere che il divino ha dei gradi, come l’umano. Il senso di questa unilateralità del monoteismo è che pedagogicamente, nell’evoluzione dell’umanità, per 2000 anni – circa per il tempo che il Sole impiega per passare da un segno zodiacale all’altro – ha rafforzato nell’uomo l’esperienza dell’Io, dello spirito. Quando un essere umano dice “Io”, fa un’esperienza del tutto monoteistica: non esiste l’esperienza degli “Ii”. La parola Io non ha il plurale ed è giusto: l’Io è l’esperienza del punto in cui tutta la moltitudine degli impulsi animici del mio essere viene portata all’unità. Io sono colui che, in quanto spirito unitario, gestisco la pluralità dei fenomeni animici. Tutto ciò che è nell’anima, quindi, si esprime meglio col politeismo – l’anima è politeistica, è una pluralità infinita di impulsi – e tutto ciò che ha a che fare con l’Io si può esprimere solo in termini di monoteismo.

I 12 segni

Adesso vi chiedo: chi ha ragione? La tradizione giudaico-cristiana che dice: c’è un Dio solo, oppure la tradizione greca che dice: ci sono tanti dèi? Tutti e due hanno ragione! Gli dèi e le dèè dei greci sono reali, ma si riferiscono a divinità che reggono il cammino dell’anima, a divinità che si esprimono nell’uomo in quanto impulsi animici. Il monoteismo della tradizione giudaico-cristiana è non meno vero, ma si riferisce all’Io, allo spirito, non all’anima. Noi ci troviamo a un punto dell’evoluzione in cui dobbiamo vincere tutt’e due le unilateralità, mettendole insieme; comprendendo, cioè, che l’essere umano è fatto sia di spirito (e qui vale il monoteismo) sia di anima (e qui vale il politeismo). Poiché il vangelo di Giovanni presenta le cose in un modo valido per tutti i tempi, la questione se il divino sia uno o molteplice la lascia nascosta; come un tesoro in un campo: c’è, ma va scoperto. Tant’è vero che al decimo capitolo c’è la fatidica frase del Cristo – e che sarà motivo per decidere la sua condanna a morte – che dice: “Voi siete dèi”, θεοι εστε (theòi estè). Ognuno di noi è un essere divino unitario in potenza, un Io, ma gli Io umani sono tanti: e dunque dobbiamo riaprire al plurale il concetto del divino. Dèi. La differenza tra l’umano e il divino, dicevo prima, è una differenza di gradi d’intensità; l’umano è il divino all’inizio della sua evoluzione. Ciò che noi chiamiamo “il divino” è la prospettiva evolutiva dell’umano e man mano che l’uomo si evolve, diventa sempre più divino. Non ci sono salti (o divino, o umano), ma c’è continuità. Tant’è vero che è previsto – come la scienza dello spirito di Rudolf Steiner ampiamente mostra – che si riscoprano tutte le gradazioni del divino: le Gerarchie angeliche. Si scoprirà che gli Angeli sono molto più divini degli uomini, ma molto meno divini degli Arcangeli; e gli Arcangeli sono molto meno divini dei Principati… e così via. La differenza fondamentale tra il divino è l’umano è nella vastità di coscienza: più vasta è la coscienza, più un essere è divino; più ristretta è la coscienza e più un essere è umano. L’eternità è una coscienza così vasta che abbraccia in sé la totalità del tempo, che le è compresente dall’inizio alla fine. Il genitore rispetto al bambino piccolo è più divino perché ha la capacità di abbracciare spazi di tempo più ampi e tenerli compresenti nell’orizzonte della sua coscienza. L’adulto è capace di progettare, il bambino no. In tutto l’universo non ci sono che vari stadi e stati di coscienza, diversi per vastità e profondità. Naturalmente noi usiamo immagini spazio-temporali: nel divino spazio e tempo vengono superati… []

Vuoi tu diventare sano? Il Vangelo di Giovanni 2° fascicolo

Su LiberaConoscenza.it il download del testo integrale.

Author: Giovanni

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